Rassegna stampa Speciali

Il compito dei cristiani per un’Europa unita

europa«Ci impegniamo a essere costruttori di ponti attraverso il potere trasformante della fede» e attraverso un impegno rinnovato su tre fronti: testimonianza, giustizia e ospitalità. Dopo giorni di serrato confronto sulle sfide che attraversano oggi il vecchio continente, «è questa la missione che le Chiese d’Europa, tutte le Chiese cristiane, presenti nel nostro continente, si sono prefissate».
È quanto si legge nel messaggio finale diffuso al termine della quindicesima assemblea generale della Conferenza delle Chiese europee (Kek) che si è svolta a Novi Sad, in Serbia, riunendo 450 delegati di 116 Chiese diverse. «Ci siamo riuniti — si legge nel messaggio — in un momento d’incertezza per l’Europa, dove molti sperimentano una perdita di dignità, sfruttamento, miseria e abuso di potere. Dalle rive del Danubio a Novi Sad, dove i ponti furono distrutti in un conflitto e ricostruiti in pace, ci siamo uniti in preghiera. Abbiamo condiviso la nostra sete di giustizia; la nostra profonda preoccupazione per le persone, per il nostro continente, per il nostro mondo». Testimoniare Cristo all’Europa di oggi — scrivono le Chiese — significa essere «una comunità inclusiva», affermare che «ogni persona è creata a immagine e somiglianza di Dio», valorizzare «le voci dei giovani che sono il nostro presente e non solo il nostro futuro». Praticare la giustizia invece chiede alle istituzioni e alle Chiese di «lavorare per la fine della violenza, della persecuzione e della discriminazione, difendendo la libertà di religione o credo». Significa anche cercare «la riconciliazione e la risoluzione pacifica dei conflitti» e mettersi in ascolto di «coloro che non hanno voce o si trovano ai margini delle nostre Chiese, delle nostre comunità e del nostro mondo». Inoltre, le Chiese ribadiscono il loro impegno a offrire ospitalità, dando in concreto «un generoso benvenuto ai rifugiati e agli stranieri di tutte le fedi o credi, impegnandosi nel dialogo, condividendo la nostra fede cristiana e imparando gli uni dagli altri, contribuendo a superare la divisione, l’esclusione e l’emarginazione e promuovendo la difesa dei diritti umani». Dai lavori è emerso che nel 2020 si terrà una grande convention dei cristiani in Europa. «La convention — ha spiegato il presidente eletto della Kek, il reverendo Christian Krieger — si sta delineando come «un incontro ecumenico supportato non dalle istituzioni», cioè dai vertici delle Chiese e degli organismi ecumenici europei che le rappresentano, ma «dai cristiani in Europa e la Kek è un partner di questo progetto e lo supportiamo». «Siamo consapevoli — ha detto la vicepresidente della Kek, la reverenda Gulnar Francis-Dehqani, della Church of England — che il lavoro ecumenico non è sempre facile, ma pur nella mancanza di unità piena e nelle divisioni dobbiamo fare tutto ciò che è possibile fare insieme, collaborare, ascoltarci, rispettarci gli uni e gli altri e condividere progetti. In una società sempre più plurale — ha sottolineato Krieger — le confessioni cristiane e le religioni devono dare prova che è possibile l’incontro e il lavoro insieme; quindi svolgere un ruolo pacificatore all’interno delle nostre società. È ciò che ci si aspetta oggi dalle Chiese e dalle religioni». Per svolgere questo ruolo pacificatore le Chiese non devono aver paura. «La paura — ha spiegato l’arcivescovo di Canterbury e primate della comunione anglicana, Justin Welby — è il più grande pericolo che affligge la testimonianza e la presenza cristiana. È la paura dell’altro che ci porta ad innalzare barriere, tra le nazioni ma anche all’interno delle Chiese. È la paura dell’altro che ci fa costruire muri, sia spirituali che fisici». La grande sfida per l’Europa in questi anni, dunque, è quella dell’accoglienza e il tema dei rifugiati è stato certamente centrale. «La pace e la tranquillità dell’Europa però cominciano in Medio oriente», ha affermato l’archimandrita Alexi Chehadeh, direttore del Dipartimento di relazioni ecumeniche e di sviluppo del Patriarcato greco ortodosso di Antiochia, mentre il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo, impossibilitato a esser presente e il cui intervento è stato letto dal metropolita Emmanuel di Francia, già presidente della Kek, nel rimarcare gli sforzi messi in atto dalle Chiese ha ribadito con forza che «i cristiani d’oriente devono rimanere nelle loro terre, a questo tutti dobbiamo tendere. Per far ciò bisogna difendere tutte le popolazioni del Medio oriente, e lavorare per una reale riconciliazione che deve avere luogo laddove questi conflitti hanno avuto inizio. Le divisioni smorzano le nostre azioni; per questo istituzioni come la Kek sono importanti per cercare l’unità e testimoniare con forza e con voce unica l’evangelo. Ognuno deve dare il proprio contributo».

© Osservatore Romano - 8 giugno 2018.

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