Rassegna stampa Speciali

Il 6 agosto 1868 nasceva Paul Claudel. Cantore del mondo finito

Paul Claudel 01Jacques Servais

Centocinquant’anni fa, il 6 agosto 1868, nasceva a Villeneuve-sur-Fère, nell’Aisne, il grande diplomatico, poeta e drammaturgo francese Paul Claudel. Il 25 dicembre 1886, nei secondi vespri della festività di Natale, fu toccato dalla grazia.
Quell’incontro con Dio nella cattedrale Notre-Dame di Parigi, città dove si era stabilito con la madre alcuni anni prima, lasciò un’impronta indelebile nella sua carriera letteraria. Da quel momento credette. «Ed ecco che all’improvviso sei qualcuno!». Pochi mesi dopo quella folgorante conversione, gli venne — confesserà un giorno in un’intervista — l’ispirazione di una delle sue prime opere, L’annunzio a Maria. Questo componimento teatrale, intriso di liturgia e di fede medievale, tra le sue opere più famose, celebra un’altra natività, il miracolo della resurrezione di una bambina morta. Stavolta si tratta del frutto del grembo di Mara, immagine della Prima Eva, nel caso specifico la sorella demoniaca di una santa mezza devastata dalla lebbra, Violaine. Nella sua candida purezza, la giovane ha preso su di sé, per compassione, la malattia del lebbroso Pierre de Craon, precludendosi così la possibilità di sposare il suo fidanzato di allora, Jacques Hury, l’attuale marito di Mara. Un gesto espressamente cristiano che, per colei che si è sacrificata ed è sacrificata, significa un sacrificio immenso, di cui però il poeta fa intravedere, nella penombra, tutta la fecondità. Violaine, che è offerta e abbandonata — fiat mihi — si ritrova di fatto, senza volerlo, avvolta nel miracolo della santa notte di Natale.
Mara ha strappato alla moribonda la resurrezione della fatidica figlia di quella unione. Aubaine (è questo il nome che le hanno dato) apre gli occhi, guarda la madre e si mette a piangere. Mara, dopo averla osservata attentamente grida: «Violaine! Che cosa significa tutto ciò? I suoi occhi erano neri e ora sono azzurri come i tuoi. [Silenzio] Ah! E cos’è questa goccia di latte che vedo sulle sue labbra?». In seguito, in preda alla gelosia, la nera Mara conduce la giovane, ormai divenuta cieca, in una cava e la spinge in una buca nella sabbia, dove giace quasi sepolta. Pierre la ritrova e la conduce a casa, dove muore. Il tutto finisce con un inno, i cui echi risuonano lontano, alla fecondità della terra e del cielo: «Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus bonae voluntatis».
La spietata necessità della morte si trasforma in benedizione là dove viene accettata come atto d’amore di chi si offre al posto di un altro, si dona in cambio del bene di una coppia. La finitezza ontologica di ogni essere vivente non è solo — ci dice Claudel — decadenza e morte; ripresa nella Croce gloriosa del nostro Creatore e Salvatore, ha un valore positivo. Contrariamente alla metafisica evanescente, senza volto, dell’ellenismo, l’autore delle Cinque grandi Odi si fa cantore del mondo finito. «L’apertura infinita dei colonnati greci ha trovato nella pietra d’angolo della volta gotica la sua chiusura».
«Sii benedetto, oh mio Dio, che non lasci le tue opere incompiute.
E che hai fatto di me un essere finito a immagine della tua perfezione. […]
Che cosa mi succede? Perché è come se questo vecchio mondo fosse ora chiuso.
Come in passato, quando portata dal cielo la testa sul tempio, la chiave di volta venne a catturare la foresta pagana.
Oh mio Dio, la voglio, la chiave ora che libera,
non è quella che apre, ma quella che chiude!».
Se la storia si apre sull’eternità è proprio perché lo spazio e il tempo finiti hanno accolto il Verbo fatto carne e si sono così unite le dimensioni orizzontali e verticali, immanenti e trascendenti, dove è in gioco la nostra esistenza di cristiani. L’idea essenziale di L’annunzio a Maria non è altro che — spiega il poeta commentando la sua opera — «la glorificazione delle realtà più umili e la loro elevazione a un regno eterno». La linea tesa verso l’infinito, che era l’immagine della metafisica ellenistica, si curva con la venuta di Cristo e raggiunge il suo punto di origine per formare un cerchio. È l’esperienza dei navigatori che scoprono, nell’età moderna, la sfericità della terra, ma è anche, radicalmente, la rivoluzione spirituale portata dal cristianesimo. Poiché l’ascensione verso Dio non avviene più nella pura verticalità, risalendo come Dante le sfere celesti, ma iscrivendosi sempre più profondamente nel cuore del mondo.
Con il vecchio contadino, Anne Vercors, Paul Claudel assapora la divina certezza:
«Che vale il mondo rispetto alla vita? E che vale la vita se non per servirsene, per donarla?
E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire e l’ordine è lì?
Con Maria, la madre del Salvatore, egli canta e ci invita a cantare con lui il Magnificat: «Posso esclamare, non solo con Mara, ma anche con Violaine, che la mia bambina vive e ho per testimone questa goccia di latte!».
Al di là di ogni contraddizione della sua vita e della sua opera, è questo il messaggio centrale del poeta. Alla fede in qualcosa di più forte di tutto — quella fede che l’ha afferrato a diciott’anni, la stessa fede che ha messo in piedi santi e cattedrali — non deve far altro che dire sì, appassionatamente, come si dice sì al sole che sorge: con tutte le fibre del suo cuore.

© Osservatore Romano - 4 agosto 2018


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