Rassegna stampa Speciali

I giovani e la vita

Dossier Agenzia FIDES

"Giovani, siate un'oasi di speranza per il mondo"(Benedetto XVI)

Prima parte
Introduzione
Una sfida ‘giovanile' per il terzo millennio: la difesa della vita
La diversa visione del mondo: come si attenta alla vita
Papa Benedetto XVI "difensore" della vita e della fede dei giovani
Giovanni Paolo II - Enciclica "Humanae Vitae": un tesoro da riscoprire
Intervista al Presidente della Pontifica Accademia ‘Pro Vita' Mons. Fisichella
‘Youth for life': una luce di giovani che si accende da Gerusalemme
Il movimento ‘Pro - life' negli Stati Uniti d'America
Con i "Centri di Aiuto alla Vita" salvati 100.000 bambini
Intervista a Giorgio Gibertini (Responsabile ‘Centro di aiuto alla vita' di Roma)
Terra di missione - Esperienze giovanili a difesa della vita
Appendice
Bibliografia e Linkografia


Introduzione  Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata... Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che  nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata... Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano...e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche... e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto”: questa preghiera del servo di Dio Giovanni Paolo II può essere considerata una delle migliori ‘parti’ del testamento spirituale del Pontefice polacco, e sicuramente il maggior ‘appello’ alla tutela della vita, in tutte le sue forme, da rivolgere in primo luogo ai giovani, speranza della Chiesa, ma anche a tutti gli abitanti della terra. E l’attenzione dei giovani sul tema ‘VITA’ non è così debole e superficiale come buona parte dei media internazionali vorrebbe far credere: c’è un senso di profondità e ricerca della verità che attraversa in maniera determinata ‘il sacro’ e tutta la ‘sfera religiosa’. Le problematiche quindi, che i giovani attraversano analizzando la questione ‘VITA’ sulla propria pelle, non sono solamente tatuaggi e piercing; la nascita in tutto il mondo di movimenti ‘pro – life’ ad alta partecipazione giovanile ne è la riconferma, anche se spesso le ‘voci’ a favore della vita sono sottaciute e tenute lontane dalla ribalta della comunicazione. Rilanciamo e condividiamo l’appello del Santo Padre Benedetto XVI ai giovani che hanno partecipato alla Giornata Mondiale della Gioventù di Sydney (in Australia) nell’estate del 2008:  “Cari giovani, la vita non è un semplice succedersi di fatti e di esperienze, ma una ricerca del vero, del bene e del bello; proprio per tale fine compiamo le nostre scelte, esercitiamo la nostra libertà e in questo, cioè nella verità, nel bene e nel bello, troviamo felicità e gioia.” Con la ricerca della verità, del bene e della bellezza, anche i giovani del terzo millennio cristiano potranno mettersi in cammino per riscoprire la lealtà e la gioia, non solo proveniente come fonte dalla dottrina cristiana, ma dalla vita tutta – anche come senso sociale - nel suo insieme, offrendone parte agli altri amici, in una unità di speranza e possibilità che trova proprio nella vicinanza a Gesù la sua maggiore espressione di condivisione. Ci sono giovani che riscoprono la bellezza della vita attraversandone il dolore e le piaghe della sofferenza, altri – più fortunati – che la scoprono nella continuità della vita cristiana: uno dei maggiori impegni della Chiesa di oggi è quello di educare i giovani, proporre loro modelli di saggezza.  Il rapporto tra i giovani e la vita va inteso non solamente come ‘difesa dei valori della vita’, ma anche come rapporto sociale tra la generazione in crescita e gli adulti, rapporto fatto di confronto, incontro, riflessioni e ‘guide’: la qualità delle relazioni con amici, genitori, sacerdoti rappresenta per ogni giovane, per tutto l’arco della vita, una risorsa importante a cui attingere. Incontrando molti adolescenti nella quotidianità, si può confermare che durante il periodo dai 13 ai 17 anni si assiste nell’universo giovanile ad una maggiore difficoltà di relazioni, rispetto ai periodi precedenti, principalmente con i genitori, che sono spesso visti come una limitazione ed un ostacolo verso le novità e le nuove esperienze; tale discorso vale anche per i sacerdoti, eccezione fatta, per quei giovani che hanno ‘il dono’ della continuità, che riescono quindi,  a continuare la formazione anche nel “dopo Cresima” fino ad introdursi – attraverso parrocchie, movimenti ed associazioni – alla vita di uomini e donne. D’altra parte, è più facile il rapporto con i ‘pari età’: gli amici sono alleati in questo processo di crescita e di sviluppo. Uno spazio a parte, andrebbe sviluppato relativamente agli ‘educatori’, vero e proprio fattore di confronto e mediazione tra ‘amici’ e ‘famiglia’: oggi purtroppo mancano gli educatori, ed a questa funzione fondamentale nella crescita dei giovani, spesso si introducono ‘falsi maestri’ o ‘media senza rispetto’, che considerano i giovani un prodotto o meglio, un ‘numero’ al quale vendere di tutto, di più. Una sfida ‘giovanile’ per il terzo millennio: la difesa della vita Non è un caso che nel messaggio di presentazione della Giornata Mondiale della Giovantù del 2009 il Santo Padre Benedetto XVI si sia rivolto ai giovani di tutto il mondo con le parole “Giovani, non seguite false chimere, ma vivete la vostra fede testimoniandola nel mondo e facendovi missionari di Gesù.” “Abitati da Cristo - scriveva infatti il Papa in quel messaggio - dopo aver riposto in Lui la vostra fede e avergli dato tutta la vostra fiducia, diffondete questa speranza intorno a voi. Fate scelte che manifestino la vostra fede; mostrate di aver compreso le insidie dell’idolatria del denaro, dei beni materiali, della carriera e del successo, e non lasciatevi attrarre da queste false chimere. Non cedete alla logica dell’interesse egoistico, ma coltivate l’amore per il prossimo e sforzatevi di porre voi stessi e le vostre capacità umane e professionali al servizio del bene comune e della verità, sempre pronti a rispondere ‘a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi’ (1 Pt 3,15). Il cristiano autentico non è mai triste, anche se si trova a dover affrontare prove di vario genere, perché la presenza di Gesù è il segreto della sua gioia e della sua pace”.Una riflessione per approfondire l’impegno della Chiesa verso i giovani, inizia da una domanda: la strada degli adolescenti e dei giovani sta incrociando quella di Gesù Cristo attraverso l’appartenenza alla Chiesa? Come sempre, il primo a dare una risposta diretta, ampliando anche l’argomento, è Papa Benedetto XVI, che prende spunto dalla Giornata Mondiale delle Comunicazioni del 2009 ed estende la possibilità di ‘amicizia’ ed ‘incontro’ anche ai nuovi media e fenomeni sociali; nell’epoca moderna è proprio davanti ad un computer che i giovani trascorrono molte ore delle proprie giornate e davanti ad uno schermo potrebbero iniziare a ritrovare il valore della propria vita, anche se purtroppo, è talvolta difficile. La riflessione del Santo Padre è un grande incoraggiamento alla ricerca della verità! Le nuove tecnologie digitali – scrive il Papa - stanno determinando cambiamenti fondamentali nei modelli di comunicazione e nei rapporti umani. Questi cambiamenti sono particolarmente evidenti tra i giovani che sono cresciuti in stretto contatto con queste nuove tecniche di comunicazione e si sentono quindi a loro agio in un mondo digitale che spesso sembra invece estraneo a quanti di noi, adulti, hanno dovuto imparare a capire ed apprezzare le opportunità che esso offre per la comunicazione. Nel messaggio di quest’anno, il mio pensiero va quindi in modo particolare a chi fa parte della cosiddetta generazione digitale: con loro vorrei condividere alcune idee sullo straordinario potenziale delle nuove tecnologie, se usate per favorire la comprensione e la solidarietà umana. Tali tecnologie sono un vero dono per l’umanità: dobbiamo perciò far sì che i vantaggi che esse offrono siano messi al servizio di tutti gli esseri umani e di tutte le comunità, soprattutto di chi è bisognoso e vulnerabile. L’accessibilità di cellulari e computer, unita alla portata globale e alla capillarità di internet, ha creato una molteplicità di vie attraverso le quali è possibile inviare, in modo istantaneo, parole ed immagini ai più lontani ed isolati angoli del mondo: è, questa, chiaramente una possibilità impensabile per le precedenti generazioni. I giovani, in particolare, hanno colto l’enorme potenziale dei nuovi media nel favorire la connessione, la comunicazione e la comprensione tra individui e comunità e li utilizzano per comunicare con i propri amici, per incontrarne di nuovi, per creare comunità e reti, per cercare informazioni e notizie, per condividere le proprie idee e opinioni. Molti benefici derivano da questa nuova cultura della comunicazione: le famiglie possono restare in contatto anche se divise da enormi distanze, gli studenti e i ricercatori hanno un accesso più facile e immediato ai documenti, alle fonti e alle scoperte scientifiche e possono, pertanto, lavorare in équipe da luoghi diversi; inoltre la natura interattiva dei nuovi media facilita forme più dinamiche di apprendimento e di comunicazione, che contribuiscono al progresso sociale. Sebbene sia motivo di meraviglia la velocità con cui le nuove tecnologie si sono evolute in termini di affidabilità e di efficienza, la loro popolarità tra gli utenti non dovrebbe sorprenderci, poiché esse rispondono al desiderio fondamentale delle persone di entrare in rapporto le une con le altre.Questo desiderio di comunicazione e amicizia è radicato nella nostra stessa natura di esseri umani e non può essere adeguatamente compreso solo come risposta alle innovazioni tecnologiche. Alla luce del messaggio biblico, esso va letto piuttosto come riflesso della nostra partecipazione al comunicativo ed unificante amore di Dio, che vuol fare dell’intera umanità un’unica famiglia. Quando sentiamo il bisogno di avvicinarci ad altre persone, quando vogliamo conoscerle meglio e farci conoscere, stiamo rispondendo alla chiamata di Dio – una chiamata che è impressa nella nostra natura di esseri creati a immagine e somiglianza di Dio, il Dio della comunicazione e della comunione. Il desiderio di connessione e l’istinto di comunicazione, che sono così scontati nella cultura contemporanea, non sono in verità che manifestazioni moderne della fondamentale e costante propensione degli esseri umani ad andare oltre se stessi per entrare in rapporto con gli altri. In realtà, quando ci apriamo agli altri, noi portiamo a compimento i nostri bisogni più profondi e diventiamo più pienamente umani. Amare è, infatti, ciò per cui siamo stati progettati dal Creatore. Naturalmente, non parlo di passeggere, superficiali relazioni; parlo del vero amore, che costituisce il centro dell’insegnamento morale di Gesù: "Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza" e "Amerai il tuo prossimo come te stesso" (cfr Mc 12,30-31). In questa luce, riflettendo sul significato delle nuove tecnologie, è importante considerare non solo la loro indubbia capacità di favorire il contatto tra le persone, ma anche la qualità dei contenuti che esse sono chiamate a mettere in circolazione. Desidero incoraggiare tutte le persone di buona volontà, attive nel mondo emergente della comunicazione digitale, perché si impegnino nel promuovere una cultura del rispetto, del dialogo, dell’amicizia” (Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali.Lo stesso Presidente del Pontificio Consiglio per i laici Cardinal Stanisław Ryłko aprendo il 3 aprile 2009 a Roma i lavori dell’“Incontro internazionale degli operatori di pastorale giovanile: da Sydney 2008 a Madrid 2011 ha espresso la grande attenzione pastorale della Chiesa verso i giovani, che non è parte integrante di una missione, ma centro e cuore della stessa! “La pastorale delle giovani generazioni – ha dichiarato Rylko - non è un’appendice dell’azione pastorale ordinaria della Chiesa, ma il suo centro, il suo cuore. Ed è compito esigentissimo, perché i giovani hanno aspettative esigentissime nei confronti degli adulti, nei quali vogliono trovare non solo maestri, ma soprattutto testimoni autentici e coerenti. La pastorale giovanile è una pastorale che non può permettersi routine e mediocrità. Essa reclama una costante conversione del cuore e la continua ricerca di vie sempre nuove per l’annuncio di Cristo. E richiede una vera passione pastorale per i giovani. Nell’odierno contesto culturale, caratterizzato da una vera e propria emergenza educativa, alla quale Benedetto XVI dedica estrema attenzione, è un compito particolarmente arduo. Ma anche questa è una sfida che la pastorale giovanile deve saper raccogliere”.Ma i ‘nemici’ dei giovani sono pronti – almeno quanto la Chiesa – a raccogliere le sfide dell’epoca del relativismo che stiamo attraversando e si presentano come pericolosi e subdoli ‘amici’ che riescono a nascondersi attraverso i segni della ‘novità’, ‘possibilità’ ed ‘esperienza’. Abbiamo analizzato i più agguerriti ‘nemici’ delle giovani generazioni iniziando a chiamarli con nome proprio. E’ una prima valutazione, alla quale seguiranno l’analisi di alcune mode e tendenze che mascherano sotto il principio di ‘libertà’ il vero e proprio ‘permissivismo sfrenato’ dove non si conosce più il limite del bene e del male.     La diversa visione del mondo: come si attenta alla vita Abbiamo individuato quattro principali ‘nemici’ dei giovani, e  quindi quattro ‘forti’ alleati ‘ del mondo ’ per la distruzione della vita: il fumo, l’alcool, la droga ed il disagio sociale. Analizziamo alcune ‘caratteristiche sociologiche’ che allineano e - talvolta in maniera perversa - intrecciano nella vita dei giovani questi quattro ‘nemici’, uniti a tal punto da sembrare irrimediabilmente invincibili: scopriremo che ‘il male’ non è invincibile, se i giovani si mettono in ricerca della verità e ‘conoscono meglio i nemici’. Ma chiamiamoli con nome e cognome, per cortesia! E adesso leggiamo insieme un po’ di dati che purtroppo, sono veramente allarmanti.  IL FUMO - L’età della prima sigaretta spesso coincide con l’età di passaggio dalla scuola media inferiore a quella superiore; questo momento potrebbe rivelarsi critico in quanto l’adolescente, volendo essere accettato all’interno del nuovo contesto, è più soggetto all’influenza dell’ambiente esterno e del gruppo dei “pari età” e potrebbe subire più facilmente il fascino degli studenti più grandi, tra i quali, presumibilmente ci sono già ragazzi che fumano. Tra coloro che fumano, la percezione della condizione di fumatore è elevata. La scuola dovrebbe rappresentare un contesto appropriato in cui affrontare il tema della prevenzione dell’abitudine al fumo ed illustrare i rischi di questa abitudine agli studenti; a livello internazionale sono poche – e poco incisive – le campagne contro il fumo, molte volte oppresse e ‘stoppate’ dalle multinazionali produttrici di tabacco, che vedrebbero calare il proprio ‘business’ a danno della salute dei giovani. Un giovane ‘libero e forte’ non dovrebbe accettare ‘la prima sigaretta’ solo per emulare i più grandi, o ‘il branco’ che già fuma, per farne parte.  L’ALCOOL - L’ alcol è una sostanza che, assunta in certe quantità, non solo causa dipendenza, ma può provocare altre patologie tra le quali alcuni tumori. Bere alcolici abitualmente e in quantità elevate può portare a diversi tipi di problemi: calo del rendimento scolastico e perdita dell’attenzione, conflitti in famiglia, problemi legali (quando, ad esempio, si guida la macchina in stato di ebbrezza), instabilità emotiva (fino alla depressione), oltre, naturalmente, ai problemi di ordine medico. Statistiche dei governi dell’Europa dimostrano – ad esempio – che un decesso su quattro, in ragazzi di età compresa tra 15 e 29 anni che vivono nel ‘vecchio continente’ è causata dal consumo di alcool. Nella maggior parte dei casi, la ‘prevenzione’ e l’educazione è rimasta ad appannaggio della ‘scuola’, in un’epoca nella quale la famiglia ha ben altri problemi da affrontare, trascurando purtroppo metodicamente – l’educazione dei figli.  La necessità di non attendere gli ultimi anni di scuola per parlare ai ragazzi dei rischi legati all’assunzione di bevande alcoliche, ma di mettere a punto interventi di educazione alla salute già dai primi anni di scuola, dovrebbe diventare priorità di tutte le nazioni; purtroppo non accade. In Italia – nuovo dato allarmante -  l’età media in cui si inizia a bere alcolici è intorno ai 12 anni, ed è la più bassa di tutta Europa (in Francia, Inghilterra, Olanda 14 anni, in Germania, Spagna e Polonia 15 anni). Solito discorso vale anche per l’America e per l’Asia, continenti nei quali  i giovani hanno una scarsa conoscenza del rischio dell’alcol ad esempio, legato alla guida, dato preoccupante se associato al fatto che, dei 29.800 decessi fra i giovani registrati ogni anno negli Stati Uniti (età 16 / 20 anni), l’incidente stradale rappresenta attualmente la prima causa di morte. LA DROGA - Solo nel 2008, in Europa i giovani morti per droga sono stati circa 15.000; quasi il doppio in America! Tra i 12 ed i 16 anni si è verificato un aumento del consumo combinato di sostanze leggere e pesanti, con l’età della prima assunzione intorno ai 13 anni. Il consumo di ecstasy, cocaina e anfetamine è purtroppo in drammatico aumento. Il consumo di cannabis coinvolge un terzo degli adolescenti del cosiddetto ‘mondo occidentale’; in altre zone sottosviluppate, purtroppo, sono i bambini ed i giovanissimi i primi ‘corrieri’ del traffico maledetto!  Si tratta spesso di molecole che provocano danni irreversibili al cervello e che generano dipendenze fisiche e psicologiche che mettono gravemente a repentaglio la salute. I giovani non sembrano sufficientemente informati sui rischi legati all’uso di sostanze.  Secondo una ricerca negli Stati Uniti d’America del 2007 il 38% del campione di giovani intervistati (14 – 18 anni) ha utilizzato sostanze almeno una volta durante la vita ed il 20% tre o più volte. L’età media di prima assunzione per l’Europa è 15 anni (senza rilevanti differenze tra i due sessi) con un valore estremo a 11 anni. Tra i consumatori circa il 23% ha utilizzato almeno due diversi tipi di sostanze, il 7% tutte e quattro le sostanze indagate. Solo nel 2006, in Italia i morti per droga sono stati 956.  IL DISAGIO SOCIALE – Uno dei più subdoli nemici ei giovani è proprio il ‘disagio sociale’: l’età della sperimentazione dei comportamenti a rischio si aggira intorno ai 14-15 anni, di conseguenza un intervento efficace andrebbe strutturato prima dell’ingresso dei ragazzi nella scuola superiore ,a ciò purtroppo è prassi rara. Per stimare lo stato di salute ‘fisico ed emotivo’ percepito nella generazione giovanile di oggi, abbiamo incluso in queste considerazioni uno studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità condotto nelle scuole in 36 Paesi, basato su cinque domande rivolte a giovani ‘da 14 ai 18 anni Ad ogni risposta è stato assegnato un punteggio (riportato nella tabella). Sulla base dei diversi livelli di percezione di salute fisica ed emotiva calcolata sommando i punteggi delle risposte, abbiamo identificato tre categorie “a rischio di malessere o disagio sociale”:  
• basso rischio (0-1)
• medio rischio (2-3)
• alto rischio (4-5)   
  Punteggio 0 Punteggio 1
Salute - Molto bene- Abbastanza bene  - Non molto bene
Umore   - Sono molto felice- Sono abbastanza felice  - Non mi sento molto felice- Non sono affatto felice
Sentirsi giù - Raramente o mai- Più o meno una volta al  mese o settimana  - Più di una volta a settimana- Quasi ogni giorno
Stanchezza - Raramente o mai- Meno di una volta a settimana  - Da 1 a 3 volte la settimana- Più di 4 volte a settimana
Solitudine  -  No, ogni tanto -  Piuttosto spesso, moltoSpesso 
   L’urgenza e la necessità di intervenire con programmi efficaci è evidente se si considera non solo che il 56% dei ragazzi presenta un medio o alto rischio di disagio, ma che questa percentuale fotografa un gruppo selezionato di ragazzi, lasciando fuori chi ha abbandonato la scuola o era assente, o ancora chi è occupato in attività lavorativa. Esistono programmi di intervento per queste problematiche con garanzie di soluzione? Una maggiore efficacia risulta quando l’intervento è integrato, con un alto coinvolgimento dei ragazzi nella programmazione, organizzazione e realizzazione, si avvale dell’educazione ‘tra pari età’ e prevede lo sviluppo di abilità.

DATI CONCLUSIVI
- I risultati dell’ indagine non hanno la pretesa di chiarire in maniera definitiva la percezione che i ragazzi hanno della loro salute e dei comportamenti che la possono mettere a rischio. Si tratta piuttosto di una fotografia delle abitudini dei ragazzi, che mette in luce il loro bisogno di attenzione e la loro sete di informazioni su vari argomenti, così come la presenza piuttosto diffusa di una condizione di disagio (misurata associando alcune risposte del questionario) nei ragazzi di 17-18 anni.
  In particolare, lo studio ha rilevato che:• L’82% degli studenti assume bevande alcoliche, nel 72% dei casi fuori pasto, soprattutto birra e superalcolici• del 56% dei ragazzi che hanno sperimentato sostanze stupefacenti, il 29% fa uso abituale di cannabis• Il 56% dei ragazzi fuma sigarette, mentre il 19% dichiara di non aver mai fumato.  Dall’analisi dei dati risulta un probabile collegamento tra un maggior uso di sostanze stupefacenti e/o alcol fuori pasto e il malessere o disagio sociale; il malessere appare correlato anche con relazioni familiari conflittuali o con problemi di comunicazione. Non è facilmente identificabile il rapporto causa – effetto tra queste situazioni, ma è probabile che l’aumento dell’uno contribuisca ad aumentare l’altro e viceversa. Per diversi comportamenti a rischio esiste poi una marcata differenza tra percezione e situazione reale, con l’effetto di una sottostima da parte dei ragazzi.  Le azioni possibili, per poter sperare in modifiche del comportamento a lungo termine, dovrebbero privilegiare interventi integrati (scuola – famiglia – chiesa - società civile), in quanto risultati più efficaci dalle evidenze scientifiche, per poi approfondire la sinergia tra i diversi fattori comportamentali a rischio, sempre considerando il ragazzo non solo come studente, ma anche come “persona in crescita”.  Occorre, inoltre, dare più peso e dedicare più tempo all’ascolto e all’attenzione verso le richieste (espresse e non) dei ragazzi, così come da loro indicato nel questionario. Per contrastare i modelli negativi, è necessaria un’informazione corretta e precisa, con un linguaggio semplice ed immediato, che deve necessariamente passare attraverso il coinvolgimento attivo dei ragazzi, la diffusione di messaggi mirati e ripetuti sui comportamenti a rischio, che coinvolgano anche la famiglia e l’aumento di spazi di aggregazione, ricreativi e di approfondimento culturale e spirituale. La famiglia, la scuola, la chiesa e gli enti preposti alla salute devono, poi, prendere la responsabilità di individuare momenti forti di collegamento per la condivisione dei problemi e la programmazione di interventi integrati.  Poiché molti dei comportamenti a rischio si affermano già nell’età della scuola dell’obbligo, è necessario intervenire precocemente, sin dalle ultime classi elementari e in quelle medie inferiori, con interventi educativi/formativi anticipati. Occorre, in questa età, dare maggiore sostegno e partecipazione a progetti o programmi di promozione della salute, ricordandosi che più aumenta l’età, più è difficile modificare le abitudini. 

Papa Benedetto XVI “difensore” della vita e della fede dei giovani
 Il magistero ed i continui messaggi e stimoli offerti da Papa Benedetto XVI al mondo universale e giovanile della Chiesa meriterebbero non una sezione all’interno di un ‘dossier’, ma bensì una serie di volumi per biblioteche. Cerchiamo di rivivere insieme alcuni momenti del Pontificato che hanno evidenziato lo straordinario e continuo richiamo del Sommo Pontefice ai valori della vita, bene primario da difendere, senza cedere ad illusioni, ma cercando sempre – nella quotidianità – il volto di Gesù e la verità! Sin dall’ insediamento nella basilica di San Giovanni in Laterano, sabato 7 maggio 2005, Benedetto XVI ha pronunciato la sua prima omelia dalla cattedra di vescovo di Roma, evidenziando la difesa della vita e ricordando che il Papa è chiamato a predicare “in modo inequivocabile l'inviolabilità dell'essere umano, l'inviolabilità della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale”, a fronte di “tutti i tentativi apparentemente benevoli verso l'uomo” e alle “errate interpretazioni della libertà”. L’impegno del Santo Padre per ‘giovani’ e ‘vita’ è un continuo intrecciarsi di queste due caratteristiche: formarsi dal lato educativo, non lasciare il cammino di fede.

Per tutti, cristiani e non, Benedetto XVI rinnoverà nei primi quattro anni del Pontificato un costante invito a non lasciarsi fagocitare e inaridire dal pensiero dominante. Ad apprezzare le opportunità che il mondo contemporaneo mette a disposizione, senza però assolutizzarle, dando invece spazio alla dimensione interiore della ricerca, del silenzio, dell'adorazione. Dimensione senza la quale tutta la vita, nel suo complesso, perde densità, spessore e consistenza, finendo col lasciare la persona sola, priva di ogni riferimento ultimo di speranza e di significato. «Nella nostra società occidentale moderna - dichiara il Papa a Radio Vaticana - ci sono molte zavorre che ci allontanano dal cristianesimo; la fede appare molto lontana, anche Dio appare molto lontano...la vita invece (appare, ndr) piena di possibilità e di compiti...e tendenzialmente il desiderio dei giovani è di essere padroni della propria vita, di viverla al massimo delle sue possibilità». Ma, prosegue l'analisi di Benedetto XVI, «credo che tra i giovani si stia anche diffondendo la sensazione che tutti questi divertimenti che vengono offerti, tutto il mercato costruito sul tempo libero, tutto quello che si fa, che si può fare, che si può comprare e vendere, poi alla fine non può essere il tutto. Da qualche parte, ci deve essere di più!». Ecco dunque il punto di partenza della sfida che il Santo Padre  lancerà da Colonia nell’estate del 2005 ai giovani di tutto il mondo: «Da qualche parte, ci deve essere di più!». Non servono le statistiche (invero allarmanti) riguardanti il continuo aumento dei suicidi di giovani in Europa per comprendere quali squarci di vuoto si aprono laddove una società, una comunità umana (a partire anche dal più piccolo agglomerato sociale e dalla famiglia) esclude questo «di più» dal novero delle cose importanti per la vita e per la felicità. Quali deserti e quali aridità prendono campo quando all'avventura faticosa della ricerca e della presa di coscienza del proprio essere si sostituiscono il benessere facile nell'istante e la «dittatura del desiderio». Quando l'ascesi viene teorizzata e considerata come ostacolo al proprio cammino umano e l'appagamento ‘statim et immediate’ come l'unica via alla propria felicità. Quando le tecniche del benessere sostituiscono il rischio della libertà pura.

Nel settembre del 2007 ricevendo in udienza i  Vescovi del Benin a Castel Gandolfo, li ha ringraziati perché “in varie circostanze avete difeso coraggiosamente i valori della famiglia e del rispetto della vita, quando erano minacciati da ideologie che propongono modelli e atteggiamenti in contrasto con un’autentica concezione della vita umana”, ha affermato.“Vi esorto a portare avanti questo impegno, che è un servizio offerto a tutta la società”, ha riconosciuto il Santo Padre. In questo contesto, ha presentato ai presuli africani la “formazione dei giovani” come una delle loro “priorità pastorali”. “Aiutando i giovani a raggiungere una maturità umana e spirituale, fate sì che scoprano Dio, fate sì che scoprano che nel donare se stessi al servizio degli altri diventano liberi e più maturi!”, li ha esortati. “Gli ostacoli che trovano per impegnarsi nel matrimonio cristiano e per vivere nella fedeltà agli impegni raggiunti, ostacoli spesso legati alla cultura e alle tradizioni, esigono non solo una seria preparazione a questo sacramento, ma anche un accompagnamento permanente delle famiglie, in particolare nei momenti di maggiore difficoltà”, ha concluso il Papa. Nel progetto ‘emergenza educativa’ che tanto sta a cuore – a ragione – a Benedetto XVI, una tappa importante di allarme lanciato è stata la celebrazione della Festa dell’Immacolata dell’8 dicembre 2007 quando il Santo Padre – durante l’Angelus – ha ricordato come “i giovani sono spesso ingannati da adulti senza scrupoli!” "I bambini sono vittime dell'amore corrotto" ha affermato il Santo Padre: parole ferme contro il "consumo del corpo umano". Si è rivolto “ai giovani, agli adolescenti, ai bambini, spesso ingannati da adulti senza scrupoli" che crescono "in un ambiente saturo di messaggi che propongono falsi modelli di felicità. Questi ragazzi e ragazze rischiano di perdere la speranza perché sembrano spesso orfani del vero amore, che riempie di significato e di gioia la vita! Non poche esperienze ci dicono purtroppo che gli adolescenti, i giovani e persino i bambini sono facili vittime della corruzione dell'amore, ingannati da adulti senza scrupoli i quali, mentendo a se stessi e a loro, li attirano nei vicoli senza uscita del consumismo: anche le realtà più sacre, come il corpo umano, tempio del Dio dell'amore e della vita, diventano così oggetti di consumo; e questo sempre più presto, già nella preadolescenza. Che tristezza quando i ragazzi smarriscono lo stupore, l'incanto dei sentimenti più belli, il valore del rispetto del corpo, manifestazione della persona e del suo insondabile mistero!".  Una soluzione? L'invito a seguire il modello di Maria, "una madre splendente di bellezza, trasparente all'amore di Dio..(…) Guardando Lei, noi riconosciamo l'altezza e la bellezza del progetto di Dio per ogni uomo: diventare santi e immacolati nell'amore". "L'eutanasia e' una falsa soluzione al dramma della sofferenza, una soluzione non degna dell'uomo. La vera risposta non può essere infatti dare la morte, per quanto 'dolce', ma testimoniare l'amore che aiuta ad affrontare il dolore e l'agonia in modo umano": queste invece le parole del Papa sulla cosiddetta ‘dolce morte’ ribadite nel discorso che ha preceduto l’Angelus della Giornata della Vita celebrata dalla Chiesa italiana, il 1 febbraio 2009, incoraggiando i fedeli a non porgere la morte ma piuttosto a "testimoniare l'amore che aiuta ad affrontare il dolore e l'agonia in modo umano (…) "nessuna lacrima, né di chi soffre, né di chi gli sta vicino, va perduta davanti a Dio". Ulteriore richiamo all’assoluto valore della vita, che non è un bene disponibile, è giunto da Benedetto XVI nella Giornata Mondiale del Malato, celebrata l’11 Febbraio di quest’anno 2009: “La vita dell’uomo non è un bene disponibile, ma un prezioso scrigno da custodire e curare con ogni attenzione possibile, dal momento del suo inizio fino al suo ultimo e naturale compimento”. “La vita – ha detto ancora il Papa -  è mistero che di per se stesso chiede responsabilità, amore, pazienza, carità, da parte di tutti e di ciascuno. Ancor più è necessario circondare di premure e rispetto chi è ammalato e sofferente. Questo non è sempre facile; sappiamo però dove poter attingere il coraggio e la pazienza per affrontare le vicissitudini dell’esistenza terrena, in particolare le malattie e ogni genere di sofferenza. Per noi cristiani è in Cristo che si trova la risposta all’enigma del dolore e della morte”. Ricco di significati e di attenzioni verso i ‘giovani’ e ‘la vita’ è stato poi il messaggio del Santo Padre ai giovani riuniti nello Stadio dos Coqueiros di Luanda (Angola), anche se purtroppo molti media internazionali hanno ‘ridotto’ tutto il viaggio in Africa di Benedetto XVI  ad una sterile polemica sugli ‘anti concezionali’. Il Papa ha ricordato a migliaia di giovani africani che "Dio fa la differenza ed è il futuro dell'umanità”. Nel suo discorso, il Papa ha voluto in primo luogo salutare "tutti i giovani, cattolici e non cattolici", giunti per incontrarlo, ringraziandoli "per questa festa che voi mi fate, per questa festa che voi siete".  "Incontrare i giovani fa bene a tutti! - ha esclamato -. Essi hanno a volte tante difficoltà, ma portano con sé tanta speranza, tanto entusiasmo, tanta voglia di ricominciare". Rivolgendosi ai ragazzi presenti come a dei "carissimi amici", il Papa ha detto loro che "Dio fa la differenza... Di più! Dio ci fa differenti, ci fa nuovi", come promette Egli stesso: "Ecco io faccio nuove tutte le cose" (Ap 21, 5). "Il futuro dell'umanità nuova è Dio", ha dichiarato il Pontefice, ricordando che "la Chiesa, nello scorrere degli anni, non invecchia; anzi diventa sempre più giovane, perché cammina incontro al Signore, avvicinandosi ogni giorno di più alla sola e vera sorgente da dove scaturisce la gioventù, la rigenerazione, la forza della vita".  Benedetto XVI ha riconosciuto che non è facile avere speranza dopo essere passati per fatti terribili come la guerra civile che ha sconvolto l'Angola per quasi trent'anni. "Vedo qui presenti alcuni delle migliaia di giovani angolani mutilati in conseguenza della guerra e delle mine, penso alle innumerevoli lacrime che tanti di voi hanno versato per la perdita dei familiari, e non è difficile immaginare le nubi grigie che coprono ancora il cielo dei vostri sogni migliori", ha confessato. "Leggo nel vostro cuore un dubbio, che voi rivolgete a me: 'Questo è ciò che abbiamo. Quello che tu ci dici non si vede!'", ha aggiunto, ricordando che "Gesù non ci lascia senza risposta; ci dice chiaramente una cosa: il rinnovamento inizia dentro; riceverete una forza dall'Alto. La forza dinamica del futuro si trova dentro di voi". "Si trova dentro... ma come?", ha chiesto, rispondendo "come la vita è dentro un seme". "Nel seme è presente il futuro, perché il seme porta dentro di sé il pane di domani, la vita di domani. Il seme sembra quasi niente, ma è la presenza del futuro, è promessa presente già oggi; quando cade in terra buona fruttifica trenta, sessanta ed anche cento volte tanto".  "Amici miei, voi siete un seme gettato da Dio nella terra; esso porta nel cuore una forza dell'Alto, la forza dello Spirito Santo. Tuttavia per passare dalla promessa di vita al frutto, la sola via possibile è offrire la vita per amore, è morire per amore". E' ciò che ha fatto Gesù, la cui crocifissione "sembra il fallimento totale, ma non lo è", perché caduto in terra "Egli ha potuto dar frutto in ogni tempo e lungo tutti i tempi". "Lui si dona a noi e noi rispondiamo donandoci agli altri per amore suo. Questa è la via della vita; ma sarà possibile percorrerla alla sola condizione di un dialogo costante con il Signore e di un dialogo vero tra voi", ha osservato. Il Papa ha riconosciuto che "la cultura sociale dominante" non aiuta "a vivere la Parola di Gesù e neppure il dono di voi stessi a cui Egli vi invita secondo il disegno del Padre". "Carissimi amici, la forza si trova dentro di voi", "perciò non abbiate paura di prendere decisioni definitive", ha detto esortando i giovani. "Generosità non vi manca - lo so! Ma di fronte al rischio di impegnarsi per tutta la vita, sia nel matrimonio che in una vita di speciale consacrazione, provate paura". "Ma quando il giovane non si decide, corre il rischio di restare un eterno bambino!". "Coraggio! - ha concluso -. Osate decisioni definitive, perché in verità queste sono le sole che non distruggono la libertà, ma ne creano la giusta direzione, consentendo di andare avanti e di raggiungere qualcosa di grande nella vita. Non c'è dubbio che la vita ha valore soltanto se avete il coraggio dell'avventura, la fiducia che il Signore non vi lascerà mai soli". Uno degli ultimi appelli (in ordine cronologico) di Papa Benedetto ai giovani in difesa della vita, è giunto nel discorso ai giovani dell’Arcidiocesi di Madrid (Spagna) venuti a Roma per la consegna della croce per la Giornata Mondiale della Gioventù 2011 e ricevuti in Aula Paolo VI il 6 Aprile 2009.  “Seguite le orme di Cristo! Egli è la vostra meta, il vostro cammino e anche il vostro premio. Nel motto che ho scelto per la Giornata di Madrid, l'apostolo Paolo invita a camminare "radicati e costruiti in Cristo, saldi nella fede" (cfr. Col 2, 7). La vita è un cammino, indubbiamente. Non è però un cammino incerto e senza destinazione precisa, bensì conduce a Cristo, meta della vita umana e della storia. Lungo questo cammino riuscirete a incontrare Colui che, offrendo la propria vita per amore, vi apre le porte della vita eterna. Vi invito, pertanto, a formarvi nella fede che dà senso alla vostra vita, e a rafforzare le vostre convinzioni, per poter così restare saldi nelle difficoltà di ogni giorno. Vi esorto, inoltre, affinché, nel cammino verso Cristo, sappiate attrarre i vostri giovani amici, compagni di studio e di lavoro, di modo che anch'essi lo conoscano e lo professino come Signore della loro vita. A tal fine, lasciate che la forza dall'Alto che è dentro di voi, lo Spirito Santo, si manifesti con la sua immensa attrattiva. I giovani di oggi hanno bisogno di scoprire la vita nuova che viene da Dio, di saziarsi della verità che ha la propria fonte in Cristo morto e risorto e che la Chiesa ha ricevuto come un tesoro per tutti gli uomini.” Giovanni Paolo II – Evangelium Vitae: un tesoro da riscoprire di J. de D. VIAL CORREA (Accademia Pro Vita) L’ anniversario della pubblicazione dell'Evangelium Vitae è una occasione per riportare in primo piano l'intero Magisterium di Giovanni Paolo II sulla vita umana. Questo insegnamento è stato di tale importanza nella vita della chiesa e dell'intera umanità che sembra opportuno accompagnare gli studi teologici, filosofici e scientifici, stilati per l'occasione, con queste brevi considerazioni sul ruolo di Giovanni Paolo II quale difensore della vita umana. Ciò potrà fornire l'occasione per gettare uno sguardo su alcune delle radici di questo vasto sforzo magistrale, e di valutare il modo efficace e tempestivo in cui è giunto a fare presa su alcuni dei problemi più urgenti che l'umanità ha di fronte all'inizio di questo nuovo millennio. Questo saggio, dunque, non mira a nessuna analisi scientifica, ma piuttosto tenta di fornire una ampia visione del significato dell'insegnamento del Papa sulla vita. Al numero 34 dell'Evangelium Vitae, il Santo Padre ha scritto: "La vita è sempre un bene". Di fronte a questa affermazione, come appare la storia dell'umanità del XX secolo? Questa è stata un'epoca rischiarata da progressi scientifici e materiali senza precedenti. Ma, per quanto possa essere vera tale considerazione, non si può guardare a molti eventi della storia recente senza provare un sentimento di tristezza e di orrore. Guerre e rivoluzioni hanno richiesto il sacrificio di centinaia di milioni di uomini, molti dei quali sono stati uccisi con abominevole crudeltà. In contrasto col grande benessere che è stato creato ed accumulato, molte forme di oppressione e di sfruttamento affliggono ancora oggi vaste porzioni dell'umanità. L'accettazione sociale del crimine è pericolosamente diffuso. I legislatori non si rifiutano di redigere  leggi che giustificano l'eliminazione di vite umane considerate inutili. Le nazioni più povere vengono spietatamente private dell'effettiva possibilità di affermare la propria necessaria autonomia e di migliorare la loro misera condizione. La Scienza e la Tecnologia stanno sempre più ampliando l'orizzonte della conoscenza ed aumentando il potere dell'uomo. E' paradossale che, proprio nel fare questo, incrementino la paura di fronte al futuro. La sfiducia per i tempi a venire è un ingrediente della vita di tutti i giorni, anche nelle opere di narrativa. Ieri era il turno dell'energia nucleare. Oggi, la paura per una catastrofe ambientale sta spingendo molti su una posizione equivalente al disprezzo per l'umanità. L'uomo viene visto come un animale predatore e dannoso, il cui destino dovrebbe essere subordinato a quello della Natura intera. Una grandissima parte degli omicidi e delle azioni efferate che hanno oscurato la nostra storia è stata dovuta al prevalere di dottrine disumane che hanno favorito l'odio razziale e classista come mezzo per conseguire il dominio sociale. Ma è possibile anche avvertire una chiara esaltazione della morte, che è stata proclamata da pensatori molto influenti, specialmente nella prima metà del XX secolo ed intorno alla Grande Guerra del 1914-1918. Questo atteggiamento, che ha contaminato anche straordinari pensatori ed artisti cristiani, era collegato all'ascesa del nuovo paganesimo e all'avanzamento di valori politici e sociali avulsi dalle loro radici religiose.  In tempi più recenti sembra che il colossale trauma delle guerre abbia finito col causare un reale tedio di fronte alla distruzione fisica della vita umana. Ciò viene sostituito da una concezione che svilisce l'uomo riducendolo ad entità priva di significato: l'uomo è transitorio e insignificante come una traccia sulla sabbia. La reazione naturale, ossia il rigetto dell'omicidio, non ha portato alla valutazione della vita umana in sé come di qualcosa da tenere in più alta considerazione. Accade, anzi, che i modi ed i mezzi per uccidere divengano più nascosti e accorti. Di buon grado la società vorrebbe ignorare e rendere meno traumatici i cinquanta milioni di aborti che hanno luogo ogni anno, e contorte motivazioni vengono continuamente fornite per permettere l'uccisione di pazienti terminali e in coma. Questa apparente seduzione della morte vanta anche una sorta di legittimazione da parte della scienza. Sigmund Freud ha scritto "che il principio di piacere svolgerà una funzione destinata a privare il sistema animico delle eccitazioni...tale funzione prenderà parte alla più generale aspirazione di ogni essere animato di ritornare alla quiete del mondo inorganico..."[1] Questo significa che la vita, anche nell'esaltata modalità del piacere, in realtà sarebbe mossa da una brama di morte. Non sembra possibile attribuire a quest'ultima un più vasto impero. Questo atteggiamento, nella sua interezza, è specularmente opposto alla rivelazione di Dio. Il Concilio Vaticano insegna che (l'uomo), "...è la sola creatura sulla terra che Iddio abbia voluto per se stesso..."[2]. Questa verità fondamentale è stata vigorosamente avanzata dal Papa quando egli ricorda ad ogni uomo e ad ogni donna che la loro vita è sempre un bene. Il Papa ha sottolineato come la verità circa l'uomo sia un argomento non solo per la dottrina rivelata, ma anche per la ragione umana. L'insegnamento di Giovanni Paolo II pone l'accento sull'importanza della ragione, e sulla sua fondamentale capacità di raggiungere la verità. L'uomo non può affrontare la vita come se non fosse capace di conoscere la verità, come se non avesse la libertà di agire nell'ambito della verità, come se non avesse dignità. La ragione permette di percepire, ed apre la strada al desiderio, il bene innegabile che proviene da un giusto uso della coscienza morale, o dal potere creativo del lavoro, o dalla vita della famiglia o dall'espressione disciplinata delle funzioni corporee. In breve, possiamo percepire e desiderare il bene della vita. La rivelazione, da parte sua, arricchisce ed allarga questa visione fino ad aprire orizzonti che non sono accessibili alla sola ragione, ma che confermano e concedono più ampi ambiti a quanto quest'ultima ha raggiunto. In questo modo viene conseguita l'unione menzionata nell'introduzione a "Fides et Ratio": "La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s'innalza verso la contemplazione della verità"[3]. Una verità rivelata che dà la piena misura del bene della vita umana, e che ha costituito il nucleo di buona parte dell'insegnamento di Giovanni Paolo II, è la parola del Libro della Genesi dove è scritto che l'uomo fu creato ad immagine di Dio[4]. La riaffermazione di questa verità è stata proclamata di fronte a parecchie correnti e modi di pensare odierni, in base ai quali il bene della vita è messo in discussione e perfino negato. In loro antitesi, dunque, la natura profetica dell'insegnamento papale diviene particolarmente evidente. Nella presente relazione non intendo fornire un trattamento esaustivo su tale argomento, ma ho scelto cinque temi in cui la mano che la Chiesa ha teso al mondo risulta particolarmente utile e tempestiva. Questi sono 1) la coscienza morale; 2) la famiglia; 3) il lavoro; 4) il corpo umano, e 5) la sofferenza. 
LA COSCIENZA MORALE 
L'Enciclica "Veritas Splendor" inizia con le seguenti parole: "Lo splendore della verità rifulge in tutte le opere del Creatore e, in modo particolare, nell'uomo creato a immagine e somiglianza di Dio (Gen 1, 26): la verità illumina l'intelligenza e informa la libertà dell'uomo, che in tal modo viene guidato a conoscere e ad amare il Signore".
[5] La coscienza non è solo un dialogo dell'uomo con se stesso. E' anche "il dialogo dell'uomo con Dio, autore della legge, primo modello e fine ultimo dell'uomo. San Bonaventura insegna che la coscienza è come l'araldo di Dio e il messaggero. La coscienza è testimonianza di Dio stesso. In questo, non in altro, sta tutto il mistero e la dignità della coscienza morale: nell'essere cioè il luogo, lo spazio santo nel quale Dio parla all'uomo".[6] La sola esistenza di questo spazio in cui è Dio Colui che parla, dà la misura della grandezza e della bellezza della vita umana, che viene notevolmente impoverita quando la coscienza è ridotta alla facoltà di stabilire una legge puramente umana che dipende più dalla volontà dell'uomo che dalla verità delle cose. Di fronte a questa reale mutilazione, il Papa erige una incomparabile difesa della dignità della vita umana, e facendo ciò mette a nudo il paradosso secondo cui l'uomo spesso considera la coscienza un peso, mentre in realtà è il sigillo della sua dignità. 
LA FAMIGLIA 
In numerose occasioni il Papa ha insistito sul bene veramente speciale della famiglia in cui la condizione dell'uomo come immagine di Dio è particolarmente espressa. In "Familiaris Consortio" egli scrive "Dio ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza, chiamandolo all'esistenza per amore, l'ha chiamato nello stesso tempo all'amore"
[7]. In questo modo l'uomo è stato posto all'interno di una comunità in cui la vita stessa di Dio si manifesta nel reciproco auto-donarsi. "Il matrimonio e la verginità o il celibato sono i due modi di esprimere e di vivere l'unico mistero dell'Alleanza di Dio con il Suo popolo"[8]. La famiglia, che è all'origine della vita umana, è anche il modo e lo strumento della sua realizzazione. Pertanto alla famiglia è stata affidata una missione specifica, strettamente collegata all'opera di salvezza: "custodire, rivelare e comunicare l'amore"[9]. La famiglia è dunque sollecitata ad infondere vitalità nell'intera società umana, essendo prova dell'alto bene che essa favorisce e promuove: la vita umana. Gli impietosi colpi che nella nostra epoca sono stati inferti alla famiglia, sono fin troppo noti. Il Papa li ha fronteggiati con fede e coraggio, ed è stato un vigoroso difensore dell'umanità, a custodia di uno dei suoi beni più grandi. 
IL LAVORO 
Il significato del lavoro umano diventa chiaro nella prospettiva della dignità della persona umana. L'idea del lavoro è spesso ridotta  a mera mercanzia o a mezzo di produzione. In tal modo l'esistenza umana è oscurata e la natura degli sforzi umani svilita. L'insegnamento della Chiesa è altamente vivificante, in quanto mostra quanto il lavoro sia intimamente congiunto all'atto creativo di Dio, "il lavoro è una dimensione fondamentale dell'esistenza dell'uomo sulla terra"
[10]. "...la vita dell'uomo è costruita ogni giorno dal lavoro, dal quale attinge la propria specifica dignità ...[11].  "Anche se (il lavoro) comporta il segno di un bonum arduum, secondo la terminologia di San Tommaso, ciò non toglie che, come tale, esso sia un bene dell'uomo. Ed è non solo un bene 'utile' o 'da fruire', ma un bene 'degno', cioè corrispondente alla dignità dell'uomo, un bene che esprime questa dignità e la accresce...Il lavoro è un bene dell'uomo - è un bene della sua umanità -, perché mediante il lavoro l'uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come essere umano"[12]. Questa concezione del lavoro eleva il suo valore soggettivo ben oltre quello strumentale. Perché esso, per essere lavoro vero, dovrebbe manifestare la natura "divina" della condizione umana.L'Enciclica Centesimus Annus, che fu pubblicata dopo la caduta dei socialismi reali, ricava l'insegnamento da quel particolare momento storico. "...l'errore fondamentale del socialismo è di carattere antropologico. Esso, infatti, considera il singolo uomo come un semplice elemento ed una molecola dell'organismo sociale..."[13] Fu la radice atea che spinse ad interpretare i frequenti e spesso necessari conflitti sociali come espressione di una inesorabile lotta di classe, che ha indotto a leggere la storia umana in chiave conflittuale. Ma la sconfitta di una dottrina iniqua non necessariamente viene seguita in modo automatico dal riconoscimento dei veri valori umani negli eventi storici successivi. Questo è di fondamentale importanza per la missione della Chiesa. L'annuncio della verità alla società non si identifica con nessuna tendenza politica o teorie filosofiche o scientifiche. La Chiesa evangelizza e quel grande strumento di evangelizzazione che è la dottrina sociale, alla luce del mistero di Dio si interessa di tutta la vita sociale e "rivela l'uomo a se stesso".[14] Il lavoro, in quanto partecipazione alla Creazione, è dunque un esempio privilegiato del bene e della dignità della vita umana: "L'uomo è immagine di Dio, in parte, per il mandato ricevuto dal suo Creatore di dominare la terra..."[15] 
IL CORPO UMANO 
L'"immagine di Dio" esiste in una struttura corporea, e non come un puro spirito. In questo c'è un mistero: che un essere soggetto alle trasformazioni biologiche e a tutte le limitazioni della materia possa essere l'immagine di Dio. "...solamente nel mistero del Verbo Incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo..."
[16] Il corpo umano è stato preda della più paradossale svalutazione in una cultura che mirava ad esaltarlo. La riduzione della corporeità a fenomeni fisico-chimici, fa sì che il corpo, "la macchina del corpo" diventi esteriore all'uomo stesso e venga considerato o come lo strumento di una libertà che si definisce da sé, come espresso in Veritatis Splendor: "...Ciò significa definire la libertà mediante se stessa e farne un'istanza creatrice di sé e dei suoi valori..."[17]; o come un essere soggetto al cieco determinismo. In entrambi i casi ci troviamo di fronte ad una negazione della vera dignità del corpo, come è stato affermato dal Papa: "La persona, incluso il corpo, è affidata interamente a se stessa, ed è nell'unità dell'anima e del corpo che essa è il soggetto dei propri atti morali..."[18] Per il fondamentale motivo che la Parola di Dio assunse la carne umana, il corpo ha una essenziale importanza nel piano di salvazione di Dio, e conseguentemente nell'insegnamento della Chiesa. La creazione visibile nella persona dell'uomo è posta su un piano di dignità che trascende di molto arbitrarie affermazioni basate su una distorta libertà o su una visione esclusivamente materialista. La persona è espressa nel corpo. La condizione corporea rivela l'unicità e la soggettività dell'essere individuale, così come la struttura sessuata dell'umanità punta verso il bisogno di complementarità  e di comunione. "La teologia del corpo, che sin dall'inizio è legata alla creazione dell'uomo ad immagine di Dio, in un certo senso diviene anche una teologia del sesso, o piuttosto una teologia dell'essere uomo e dell'essere donna..."[19] Le capacità di esprimere amore e la capacità e la profonda disponibilità all'affermazione della persona sono i tratti fondamentali del corpo umano che sono stati sottolineati dal Papa. Nel corso delle Udienze Generali 1979-1980, Giovanni Paolo II ha presentato una dottrina di fondamentale importanza per i temi morali sviluppati altrove: "...una dottrina che dissoci l'atto morale dalle dimensioni corporee del suo esercizio è contraria agli insegnamenti della Sacra Scrittura e della Tradizione"[20]. Questa interpretazione teologica del corpo chiarisce che "... La legge morale naturale esprime e prescrive le finalità, i diritti e i doveri che si fondano sulla natura corporale e spirituale della persona umana. Pertanto essa non può essere concepita come normatività semplicemente biologica, ma deve essere definita come l'ordine razionale secondo il quale l'uomo è chiamato dal Creatore a dirigere e a regolare la sua vita e i suoi atti e, in particolare, a usare e disporre del proprio corpo"[21]. 
SOFFERENZA 
"La vita nel tempo, infatti, è condizione basilare, momento iniziale e parte integrante dell'intero e unitario processo dell'esistenza umana. Un processo che, inaspettatamente e immeritatamente, viene illuminato dalla promessa e rinnovato dal dono della vita divina, che raggiungerà il suo pieno compimento nell'eternità. Nello stesso tempo, proprio questa chiamata soprannaturale sottolinea la relatività della vita terrena dell'uomo e della donna. Essa, in verità, non è realtà 'ultima', ma 'penultima'; tuttavia rimane una realtà sacra"
[22]. Nella prospettiva delineata da queste parole, la sofferenza che è percepita anche dalla sola ragione come "... un tema universale che accompagna l'uomo ad ogni grado della longitudine e della latitudine geografica..."[23], acquisisce un valore speciale, "... poiché nella sofferenza è contenuta la grandezza di uno specifico mistero..."[24]. C'è qualcosa che Dio attraverso di essa desidera fortemente rivelare riguardo alla sua vicinanza e circa la presenza del male nel mondo, ed ogni sofferenza umana può essere associata all'immensa gioia della Redenzione "... L'amore è anche la fonte più ricca del senso della sofferenza, che rimane sempre un mistero... L'amore è anche la sorgente più piena della risposta all'interrogativo sul senso della sofferenza. Questa risposta è stata data da Dio all'uomo nella Croce di Gesù Cristo..."[25] Questo è il motivo per cui c'è anche un "Vangelo della sofferenza". "...Cristo soffre volontariamente e soffre innocentemente..."[26]. "Cristo dà la risposta all'interrogativo sulla sofferenza e sul senso della sofferenza non soltanto col suo insegnamento, cioè con la Buona Novella, ma prima di tutto con la propria sofferenza, che con un tale insegnamento della Buona Novella è integrata in modo organico ed indissolubile..."[27] Questo è il motivo per cui l'Apostolo Paolo poteva scrivere le parole riportate dal Papa in Salvifici Doloris: "Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa... Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi..."[28]  La lezione che ne trae il Papa è che "... Cristo allo stesso tempo ha insegnato all'uomo a far del bene con la sofferenza ed a far del bene a chi soffre...[29] Queste parole furono scritte nel 1984 in un periodo in cui la Chiesa e il mondo si erano abituati alla sensibile preferenza manifestata dal Santo Padre nei confronti degli ammalati e dei disabili, che erano ospiti d'onore in sua presenza. Sedici anni più tardi vediamo che l'esempio personale dato dal Papa di fronte ad una società che valuta il benessere e la salute più della vita, ha suscitato una misteriosa attrazione nei confronti del suo insegnamento. Più di qualunque altra azione, la sua accettazione della sofferenza e la sua dedizione ad un altruistico servizio a favore della intera umanità sono un segnale visibile del vero significato della vita umana che è "...il sincero dono di sé..."[30]. 
VANGELO DI VITA E CULTURA DELLA VITA 
L'insegnamento del Papa ha messo in moto una diffusa campagna per la proclamazione e la difesa della vita in cui ai cattolici si sono uniti uomini e donne di buona volontà e di convinzioni diverse. L'appello a soddisfare questo bisogno è avvertito da persone di ogni condizione o estrazione sociale, allo stesso modo da ricchi e poveri, da giovani e anziani, dalle persone istruite e dagli incolti. E' ovvio che il Papa ha toccato una corda che ha profonda risonanza nell'anima dell'umanità intera. Anche le numerose reazioni risentite testimoniano l'inequivocabile chiarezza e l'appassionato richiamo del messaggio del Papa. Nel corso dei suoi viaggi internazionali, come anche nelle udienze a Roma, di fronte a vaste folle e in ristretti incontri, parlando ai teologi e ai bambini, il Papa ha presentato il Vangelo, distante ed oltre l'egotistico laissez faire che sta intrappolando l'umanità. Alla Chiesa è stato affidato esattamente questo, l'annuncio del Vangelo.  "La Chiesa ha ricevuto il Vangelo come annuncio e fonte di gioia e di salvezza. [...] Evangelizzare  - come scriveva Paolo VI - è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare..."
[31] Il Vangelo di Gesù Cristo ha come sua parte integrante il Vangelo della Vita. L'annuncio di questo Vangelo di Vita ci trasforma nel "popolo della vita"[32] con la triplice missione di annunciare il Vangelo, celebrarlo e servirlo. "... il centro di questo Vangelo è l'annuncio di un Dio vivo e vicino..."[33]. Tale annuncio deve attuarsi attraverso il servizio della carità "... che dovrebbe essere uno specifico atteggiamento che ci deve animare e contraddistinguere: dobbiamo prenderci cura dell'altro in quanto persona affidata da Dio alla nostra responsabilità..." "...nei riguardi della vita, il servizio di carità deve essere profondamente unitario: non può tollerare unilateralismi e discriminazioni, perché la vita umana è sacra e inviolabile in ogni sua fase e situazione; essa è un bene indivisibile. Si tratta dunque di prendersi cura di tutta la vita e della vita di tutti..."[34] Il Papa ha compilato, specie in Evangelium Vitae, un imponente lista di servizi: la testimonianza personale, diverse forme di volontariato, l'attività sociale e l'impegno politico, il riservare una speciale attenzione per chi è più povero, solo e bisognoso.  Dobbiamo "prenderci cura" di tutta la vita e della vita di tutti, e tramite ciò inserirci nella straordinaria storia della carità, e continuare a scrivere questa storia attraverso l'attuazione di adeguati ed efficaci programmi di supporto per la vita nascente, con una speciale vicinanza a quelle mamme che, anche senza il sostegno del padre, non temono di mettere al mondo il loro bambino e di educarlo. Analoga cura deve essere riservata alla vita degli emarginati o dei sofferenti, specie nelle loro fasi terminali. Evangelium Vitae, al numero 88, chiede di sviluppare strumenti per la realizzazione di progetti e iniziative concrete, a lungo termine ed evangelicamente ispirate. Queste azioni richiedono "...persone generosamente disponibili e profondamente consapevoli di quanto decisivo sia il Vangelo della Vita...", un incondizionato coinvolgimento che è particolarmente impegnativo per gli operatori sanitari che sono chiamati anche "...all'esercizio dell'obiezione di coscienza..."[35]  Il Papa richiede tutte le forme di volontariato, ed oltre a ciò insiste sul fatto che la carità esige forme di impegno sociale e politico da parte dei responsabili della cosa pubblica. La legislazione e le decisioni dei tribunali hanno dimostrato di possedere un tremendo potere malvagio in quanto inducono le persone ad accettare come giusta qualsiasi cosa abbia ottenuto una ratifica legale. Nella nostra società sempre minacciata dall'anomia, le norme legislative hanno un peso rilevante nell'instillare valori negativi nella coscienza dei cittadini. E' comprensibile che di fronte ad un tale travolgente attacco, molti siano indotti a sottovalutare le possibilità di successo ed a dubitare della propria capacità di ristabilire un giusto ordine. Il Papa richiede a queste persone di nutrire la certezza che qualche frutto sarà ottenuto grazie al loro lavoro perché "...la verità morale non può non avere un'eco nell'intimo di ogni coscienza..."[36], cosicché un giorno possano essere ottenute un'accettabile politica per la famiglia ed una sincera ed umana attenzione alla problematica demografica.  Ancora una volta nel suo Pontificato, il Papa rivolge alle famiglie la richiesta di abbracciare la missione che è stata loro affidata di "... custodire, rivelare e comunicare l'amore..."[37]. Le necessità del momento rendono questo urgente appello veramente molto ampio. In particolare si estende ai pedagoghi, ed anche agli intellettuali (ricordiamo la menzione speciale rivolta alla nostra Pontificia Accademia per la Vita)[38], ai comunicatori sociali, alle donne in genere con una speciale, sensibile e caritatevole menzione per quelle di loro che hanno fatto ricorso all'aborto. È certamente enorme la sproporzione di forza tra tali iniziative - per quanto varie ed entusiastiche possano essere - ed il potere organizzato e travolgente delle forze che si oppongono ad una cultura della vita. Ma la fiducia di coloro che promuovono quest'ultima non è posta nell'astuzia dell'uomo, ma nel potere di Dio, di fronte al quale "...è urgente una grande preghiera per la vita..."[39] Coloro che promuovono la fedeltà culturale al Dio della Vita stanno infatti seminando qualcosa che altri raccoglieranno.  Ma il Vangelo della Vita richiede più di un annuncio, ed anche più della grande quantità di forme di servizio caritatevole. Richiede la celebrazione con cui prendiamo coscienza dell'immensa ricchezza del dono, che condividiamo, e per cui siamo mossi alla lode e al ringraziamento del Signore della Vita. Questa celebrazione del Vangelo della Vita si realizza innanzitutto "... nell'esistenza quotidiana, vissuta nell'amore per gli altri e nella donazione di se stessi..."[40]. "...Noi dobbiamo celebrare la Vita eterna, dalla quale procede qualsiasi altra vita. Da essa riceve la vita, proporzionalmente alle sue capacità, ogni essere che partecipa in qualche modo alla vita..."[41] Si potrebbe pensare che l'unione organica della proclamazione, celebrazione e servizio della Vita donata da Dio sia una caratteristica distintiva del Magisterium di Giovanni Paolo II, che posto di fronte ad una situazione carica di oscurità e minacce, ha fatto risuonare una nota di profonda gioia e ottimismo sul destino dell'umanità non tanto per quello che l'inventiva umana potrebbe escogitare, quanto per la certezza della salvezza che viene da Dio Che fa muovere la storia. Bigliografia[1] Freud, Sigmund, Más allá del Principio del Placer. Opere Complete, vol. 3, pp. 2507-2541, Traduzione dal tedesco di Luis López-Ballesteros y de orres, Editorial Biblioteca Nueva, Madrid, 1996. [2] Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel Mondo Contemporaneo Gaudium et Spes, 24. [3] Lettera Enciclica Fides et Ratio, Introduzione. [4] Gen. 1,26. [5] Lettera Enciclica Veritatis Splendor, Introduzione. [6] Lettera Enciclica Veritatis Splendor,  58. [7] Esortazione Apostolica Familiaris Consortio, 11. [8] Esortazione Apostolica Familiaris Consortio, 16. [9] Esortazione Apostolica Familiaris Consortio, 17. [10] Enciclica Laborem Exercens, 4. [11] Enciclica Laborem Exercens, 1. [12] Enciclica Laborem Exercens, 9. [13] Enciclica Centesimus Annus, 13. [14] Enciclica Centesimus Annus, 54. [15] Enciclica Laborem Exercens, 4. [16] Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel Mondo Contemporaneo Gaudium et Spes, 22. [17] Lettera Enciclica Veritatis Splendor,  46. [18] Lettera Enciclica Veritatis Splendor,  48. [19] Giovanni Paolo II, Uomo e donna li creò.  Catechesi sull'amore umano, Città Nuova Editrice, Libreria Editrice Vaticana, 1995, p. 60. [20] Lettera Enciclica Veitatis Splendor, 49. [21] Lettera Enciclica Veitatis Splendor, 50, che cita Donum Vitae, Istruzioni sul rispetto della vita umana dal suo inizio, e sulla dignità della procreazione, 3. [22] Lettera Enciclica Evangellium Vitae, 2. [23] Lettera Apostolica Salvifici Doloris, 2. [24] Lettera Apostolica Salvifici Doloris, 4. [25] Lettera Apostolica Salvifici Doloris, 13. [26] Lettera Apostolica Salvifici Doloris, 18. [27] Lettera Apostolica Salvifici Doloris, 18. [28] Lettera Apostolica Salvifici Doloris, 1. [29] Lettera Apostolica Salvifici Doloris, 30. [30] Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel Mondo Contemporaneo Gaudium et Spes, 24. [31] Lettera Enciclica Evangelium Viate, 78. [32] Lettera Enciclica Evangelium Viate, 79. [33] Lettera Enciclica Evangelium Viate, 81. [34] Lettera Enciclica Evangelium Viate, 87. [35] Lettera Enciclica Evangelium Viate, 89. [36] Lettera Enciclica Evangelium Viate, 90. [37] Esortazione Apostolica Familiaris Consortio, 17. [38] Lettera Enciclica Evangelium Viate, 98. [39] Lettera Enciclica Evangelium Viate, 100. [40] Lettera Enciclica Evangelium Viate, 86. [41] Lettera Enciclica Evangelium Viate, 84, che cita Dionysus Areopagite, On Divine Names, 6 1-3; PG 3, 856-857.
 

Seconda parte

 

Intervista al Presidente della Pontifica Accademia ‘Pro Vita' Sua Ecc. Mons. Rino Fisichella

‘Youth for life': una luce di giovani che si accende da Gerusalemme

Il movimento ‘Pro - life' negli Stati Uniti d'America

Con i "Centri di Aiuto alla Vita" salvati 100.000 bambini

Intervista a Giorgio Libertini, Responsabile ‘Centro di aiuto alla vita' di Roma

 


Intervista al Presidente della Pontifica Accademia ‘Pro Vita'

Sua Ecc. Mons. Rino Fisichella


Città del Vaticano (Agenzia Fides) - D: I giovani e la vita: andranno avanti sempre per la stessa strada?

Monsignor Fisichella: Credo che ci siano due tendenze particolari nel mondo giovanile di oggi: la prima è quella dei giovani entusiasti della vita, alla ricerca di quei valori fondamentali che da sempre appartengono all'umanità e che purtroppo non si vedono più realizzati nel mondo di oggi per via di quelle forme di secolarismo in cui è caduta la società; e poi c'è un'altro grande gruppo di giovani che probabilmente sono delusi e che quindi sono caduti all'interno della trappola dell'effimero, nella trappola del ‘non voler dare senso alla vita', ma sopratutto nella trappola di equivocare sul vero senso della dignità, della libertà e della felicità, che ognuno di noi necessariamente desidera avere.


D: C'è un grande inganno nel quale una parte di gioventù del mondo è caduta?

Monsignor Fisichella: Direi proprio di si! E penso che Papa Benedetto XVI nelle Giornate Mondiali della Gioventù a cui ha partecipato abbia proprio evidenziato questa dimensione, lanciando un potente allarme; il Santo Padre ha chiesto ai giovani di non essere ingannati dalla voce delle sirene! Temo che ci siano molte sirene nella società di oggi, sirene che incantano, sirene che vendono illusioni e felicità a basso prezzo. Penso che la libertà - che è una conquista - deve confrontarsi con la verità, anche se è una piccola fatica quotidiana, ed anche  con la  capacità di un impegno che tante volte  che può richiedere qulche sacrificio ed un po' di disciplina: i risultati che si possono ottenere sono molto importanti per la vita dei giovani! Sicuramente dobbiamo ribadire questi concetti fondamentali ed io ritengo che ci sia anche molta disponibilità per poterli ascoltare.


D: Da quanto è Presidente della "Pontificia Accademia pro vita" quale è l'iniziativa lanciata da giovani a livello internazionale che più l'ha colpita?

Monsignor Fisichella: La mia nomina alla Pontifica Accademia per la Vita coincide di fatto con la Giornata Mondiale della Gioventù in Australia, e quindi io credo che  in una terra così nuova come quella dell'Australia, il provare la sensazione dello stupore, della meraviglia, davanti a spazi cosi immensi, davanti ai miracoli che la natura ancora ci pone dinnanzi, possa essere stata per i giovani di tutto il mondo presenti una grande scoperta del ‘valore della vita' e soprattutto della ‘bellezza della vita'. Io penso che dobbiamo comunicare proprio questo: vale la pena vivere la vita sempre, dovunque, nonostante tutto, nelle diverse forme, anche se tante volte non sono a noi più confacenti. E vorrei aggiungere sopratutto che vivere intensamente la vita significa poter dare un significato profondo a quelle domande fondamentali che ognuno di noi si pone.


D: In un dossier pubblicato dall'Agenzia Fides nelle scorse settimane abbiamo analizzato con spunti e testimonianze la riscoperta nei giovani  dell'adorazione eucaristica: è la proposta dell'incontro con Gesù -  il Re della vita - (tra le altre cose eterna), la migliore risposta a questa difficile battaglia sui temi della vita che possiamo proporre come Chiesa?

Monsignor Fisichella: Non c'è altra risposta per noi cristiani! La risposta a questa ricerca del senso della vita, che si confronta con l'enigmaticità della nostra esistenza, si risolve solo nel momento in cui la poniamo alla luce di un mistero più grande: questo mistero è il mistero di Gesù Cristo che è l'uomo nuovo della nostra vita, l'uomo che ha realizzato pienamente in se tutti i tratti più importanti e fondamentali dell'umanità. Cristo è veramente l'uomo nuovo, se noi vogliamo rinnovarci, se noi vogliamo  trovare una risposta alle domande fondamentali: chi sono? da dove vengo? dove vado? c'è una vita dopo la morte? La stessa domanda "se ha senso fare la fatica di vivere rinunciando a qualche cosa per poter ottenere un giorno una soddisfazione più grande" fa parte di questo mistero svelato ... Tutte queste domande, alla fine, trovano sintesi se accettiamo e se accogliamo in noi la persona di Gesù di Nazareth. L'adorazione eucaristica è proprio una delle dimensioni più qualificanti della vita cristiana, per almeno due motivi: il primo è che ci mette in una condizione di silenzio; il secondo perché ci si trova di fronte a Gesù stesso presente nell'Eucarestia. So che oggi ai giovani può fare paura il silenzio, ma il silenzio è una condizione fondamentale per poter capire chi siamo; abbiamo bisogno di ritrovare il silenzio per poter ritrovare noi stessi, e quindi nella nostra vita c'è bisogno di spazi di silenzio in cui. Porre queste domande non davanti al nulla, ma davanti a una persona concreta, vera, reale: credo che per un credente, per un giovane che scopre la gioia e l'importa della fede della sua vita, non possa esserci momento più importante che la celebrazione della santa eucarestia, del ricevere Cristo dentro di sè, e mettersi in atteggiamento di contemplazione.



‘Youth for life': una luce che si accende da Gerusalemme

Nel terzo millennio stiamo vivendo in Europa e nel mondo un momento particolare, una grande sfida della quasi inarrestabile perdita dei valori fondamentali come quello della Vita. Nel Messaggio per la 31ª Giornata Nazionale per la Vita, il Consiglio Episcopale Permanente afferma: "Talune donne, spesso provate da un'esistenza infelice, vedono in una gravidanza inattesa esiti di insopportabile sofferenza. Quando la risposta è l'aborto, viene generata ulteriore sofferenza, che non solo distrugge la creatura che custodiscono in seno, ma provoca anche in loro un trauma, destinato a lasciare una ferita perenne. In realtà, al dolore non si risponde con altro dolore: anche in questo caso esistono soluzioni positive e aperte alla vita, come dimostra la lunga, generosa e lodevole esperienza promossa dall'associazionismo cattolico.". In questo senso l'Apostolato "Giovani per la Vita", associazione volontaria di giovani credenti, (nata dalla città di Gerusalemme ed in soli 8 mesi sviluppata in più di 10 paesi) che vogliono difendere con coraggio la dignità della vita umana dalla sua concezione alla morte naturale, nasce dalla condivisione e dal desiderio di due giovani Salesiani di essere segno dell'amore di Dio in difesa del valore inestimabile della Vita. L'Apostolato è nato il 7 ottobre 2008 sotto la Protezione della Vergine Maria del Rosario e ad oggi ci sono circa 300 iscritti dall'Italia, Polonia, Stati Uniti, Israele e Brasile. L'Apostolato "Giovani Per La Vita" vuole essere uno strumento di diffusione di questi valori specialmente attraverso la preghiera dell'Adozione Spirituale. L'Adozione Spirituale è un'intenzione di preghiera per i bambini non-ancora-nati in pericolo di morte nel grembo materno. Questa preghiera dura nove mesi e consiste nella recita giornaliera di una decina del rosario accompagnata da una speciale preghiera di intenzione per il bambino e i suoi genitori. Alla preghiera si possono aggiungere liberamente propositi personali. Non si sa di quale nazionalità sia il bambino adottato. Solo Dio conosce il suo nome.

 

L'Adozione Spirituale è nata in seguito ad una rivelazione a Fatima, come risposta all'appello della Madre di Dio a pregare il rosario come penitenza e in riparazione dei peccati, che più hanno ferito il Suo Cuore Immacolato. Nel 1987 questa preghiera è stata introdotta in Polonia. Il primo centro dell'adozione spirituale fu la chiesa dei padri Paolini a Varsavia. Da questo luogo la preghiera si è diffusa per tutto il paese e oltre i confini. L'opera dell'Adozione Spirituale fonda la propria forza nello scopo che si propone. Inoltre la difesa della vita in tutti suoi aspetti vuol dire volgersi a Colui che ha offerto la vita e di pregarlo per salvare coloro che sono indifesi e in pericolo di morte. L'Adozione Spirituale guarisce efficacemente le profonde ferite interiori causate dal peccato dell'aborto. Aiuta le madri a riconquistare la fiducia nella Misericordia di Dio, donando pace al loro cuore. Come dono concreto questa preghiera aiuta in particolare i Giovani a modellare il proprio carattere, a combattere l'egoismo, a trovare la gioia di una genitorialità responsabile, dando loro l'abilità di guardare l'amore con gli occhi di Dio.



Il movimento ‘Pro - life' negli Stati Uniti d'America

LA MARCIA PER LA VITA - Anche nel 2009 (22 gennaio) sono stati oltre 300.000 i partecipanti alla "Marcia per la Vita" che si è svolta - come ogni anno -  a Washington. La data scelta dai manifestanti è l'anniversario del giorno in cui, il 22 gennaio 1973, la Corte Suprema introdusse nella legislazione americana il diritto di sopprimere la vita nascente nel grembo della madre sino al nono mese di vita; da allora, per 36 anni, in numero sempre crescente, i manifestanti sfilano per tre ore lungo la Constitution Avenue per esprimere la loro protesta contro l'aborto. Quest'anno la manifestazione ha avuto un significato particolare perché si è svolta due giorni dopo l'insediamento ufficiale alla Casa Bianca del nuovo presidente americano Barack Hussein Obama.

 

Lo stesso Obama, in campagna elettorale, non ha fatto mistero delle sue convinzioni abortiste ed il giorno successivo alla Marcia per la Vita ha inaugurato il suo mandato presidenziale annunciando la soppressione del divieto di finanziare le organizzazioni internazionali pro-aborto stabilito durante la presidenza Bush. Il nuovo Congresso americano ha inoltre in esame il Freedom of Choice Act (FOCA), il più radicale progetto di legge abortista mai proposto negli Stati Uniti. Esso creerebbe un «diritto fondamentale» all'aborto che il governo dovrebbe sorreggere attivamente, sostenendo ogni attività abortista, reprimendo le voci contrarie all'aborto, eliminando l'obiezione di coscienza per medici e infermieri e decretando di fatto la fine di cliniche e ospedali cattolici: contro questo progetto è in corso negli Stati Uniti una grande mobilitazione. "Signor Obama - hanno scritto i pro-lifers in una lettera inviata prima dell'insediamento del nuovo presidente - sentiamo parlare di genocidio in terre lontane, e l'America è chiamata a contribuire a fermare quel male.

 

Certamente l'America vuole contribuire a fermare il genocidio. Fuori e dentro i suoi confini". Dalla sentenza Roe vs Wade in poi, si stima che siano stati effettuati cinquanta milioni di aborti, un milione e trecentomila nell'ultimo anno.  Diversi sondaggi, fra i quali uno molto articolato commissionato dai Knights of Columbus, mostrano come una grande percentuale della popolazione statunitense ritiene sia meglio restringere la legislazione sull'aborto ("L'Osservatore Romano, 22 gennaio 2009). La portata internazionale di questo confronto è stata dimostrata il 22 gennaio dalla presenza nel grande corteo di gruppi provenienti da diversi Paesi del mondo. L'Italia era rappresentata da una delegazione della Fondazione Lepanto, guidata dal prof. Roberto de Mattei.

 

Erano presenti anche il gruppo pro-life italiano "Voglio Vivere" e il francese "Droit de Naëtre". Ciò che più colpiva era il numero dei giovani presenti e la radicalità dell'opposizione all'aborto, sconosciuta nel movimento pro-life europeo. Numerosi i vescovi e i religiosi di diversi ordini e congregazioni. Tra le immagini religiose che accompagnavano il corteo spiccava la statua della Madonna di Fatima, che pianse miracolosamente a New Orleans, preceduta dai grandi stendardi della Società americana di Difesa della Tradizione, Famiglia e Proprietà.

 

INCHIESTA DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DEGLI STATI UNITI - Un dato molto importante da ricordare è che - probabilmente - gli americani sono molto più ‘pro life' delle loro stesse leggi: un sondaggio nazionale online promosso dalla Conferenza Episcopale degli Stati Uniti all'inizio di quest'anno ha rivelato che la stragrande maggioranza degli americani vuole delle restrizioni all'aborto legale.  Quattro adulti americani su cinque ne chiedono la limitazione, con l'11% che ne richiede l'illegalità in ogni circostanza. I risultati del sondaggio, effettuato dal 10 al 12 dicembre, sono stati diffusi la settimana scorsa. Il 38% degli intervistati limiterebbe l'aborto ai casi di violenza o incesto o allo scopo di salvare la vita della madre, mentre un altro 33% lo limiterebbe ai primi tre o sei mesi di gravidanza. Solo il 9% ha affermato che l'aborto dovrebbe essere legale per ogni motivo e in ogni momento della gravidanza. 

 

 "Questi risultati sono notevoli", ha dichiarato Deirdre McQuade, assistente per la politica e le comunicazioni del Segretariato per le Attività Pro-Vita della Conferenza Episcopale. "Meno di un americano su 10 sostiene l'aborto legale per ogni ragione e in ogni momento della gravidanza. Questa, però, è proprio l'attuale situazione della legge sull'aborto dopo i casi Roe vs. Wade e Doe vs. Bolton, le decisioni della Corte Suprema del 1973 che hanno reso l'aborto legale nei nove mesi di gravidanza in teoria per qualsiasi motivo". Il sondaggio - ricorda l'Agenzia Zenit - condotto su 2.341 adulti, ha anche rivelato che il 95% degli intervistati è a favore di provvedimenti legislativi che assicurino che gli aborti vengano effettuati solo da medici autorizzati, l'88% è a favore di leggi sul consenso informato che richiedono che chi effettua aborti informi le donne sui potenziali rischi per la loro salute e sulle alternative all'aborto, il 76% vuole leggi che difendano gli operatori sanitari dall'essere costretti ad effettuare aborti e il 73% è a favore di leggi per coinvolgere i genitori nel caso di aborto da parte di una minorenne.

 

"Il sostegno a queste misure attraversa le posizioni 'pro-life' e 'pro-choice'", ha detto la McQuade. "Questa ricerca indica quanto i gruppi abortisti siano minoritari in America". La McQuade ha lamentato il fatto che le misure che si sono dimostrate efficaci per ridurre gli aborti siano ora "seriamente minacciate dai sostenitori dell'aborto e dai loro alleati al Congresso"."I gruppi abortisti hanno già inviato un progetto di 55 pagine all'amministrazione entrante", ha spiegato, "ma la loro agenda - che include aborti finanziati pubblicamente, il passaggio del cosiddetto Freedom of Choice Act e l'attacco all'emendamento Hyde e ad altri provvedimenti pro-vita nei progetti di stanziamento dei fondi - non convincerà il pubblico".



Con i "Centri di Aiuto alla Vita" salvati 100.000 bambini

La legge 194 prevede la possibilità (non l'obbligo) di una collaborazione mediante apposite convenzioni dei Consultori familiari con le associazioni di volontariato che hanno lo scopo di assistere le maternità in difficoltà sia prima che dopo la nascita. Questa opportunità non è stata utilizzata. Qualche convenzione è stata, invece, stipulata con i presidi ospedalieri dai Centri di aiuto alla vita con risultati significativi in termini di vite umane salvate. E' doveroso inquadrare in modo corretto i Centri e servizi ai aiuto alla vita (CAV e SAV) collegati con il Movimento italiano per la vita. La loro attività è documentata annualmente con un rapporto redatto da un Centro di coordinamento di Padova, che raccoglie le schede (evidentemente anonime e di significato esclusivamente statistico e numerico) provenienti dai gruppi locali.  Esistono inoltre documentazioni più complete, l'ultima delle quali è stata pubblicata nel 2002 con il titolo "V Rapporto al Parlamento". Al Convegno nazionale dei CAV, svoltosi a Roma nel novembre 2007 è stata indicata la cifra di 85.000 bambini nati con l'aiuto dei CAV, a partire dal loro primo germinale sorgere nel 1975.

 

Oggi sono più di centomila i bambini salvati dalla ivg. Allora fu replicato alla tesi che giustificava l'aborto come aiuto alla donna con l'affermazione: "Le difficoltà non si superano sopprimendo la vita, ma superando insieme le difficoltà".  I CAV offrono assistenza alla donna, specialmente quando vi è un rischio di aborto, in termini di aiuto sanitario, legale, psicologico, economico, abitativo, e soprattutto con una amicizia costante e durevole. Con il tempo l'attività dei CAV si è arricchita di nuovi servizi di carattere nazionale: particolarmente il "Progetto Gemma" e il "Telefono Verde". Il primo consiste nell'erogazione di una somma minima di 160 euro per 18 mesi tramite il CAV locale (che, ovviamente, vi aggiunge tutti gli aiuti necessari al singolo caso, nei limiti delle sue possibilità). Il singolo finanziamento è fornito da una famiglia, un gruppo, i dipendenti di un ufficio, singole persone in occasione di particolari eventi (specie matrimoni e battesimi), che segnalano al servizio nazionale, unico per tutta l'Italia, la loro disponibilità e che collega l'offerta a una delle richieste provenenti dai CAV.

 

Lo schema è quello delle adozioni a distanza di bambini poveri del terzo mondo. Infatti "Progetto Gemma" è denominato anche "adozione a distanza ravvicinata" e il suo slogan è: "Adotta una mamma, salva il suo bambino". Il numero verde (800813000) è anch'esso un unico servizio nazionale, funzionante 24 ore su 24, destinato a ricevere telefonate di donne nel tormento di una decisione che le angoscia, ma anche segnalazioni di amiche, parenti, vicini quando una prospettiva di aborto è già concreta e magari pianificata. Il telefono, oltre a cercare di risolvere direttamente i problemi, consiglia il contatto con il centro locale più vicino o comunque più capace di prendere in carico con competenza, umanità e professionalità la situazione presentata.  Al "Telefono verde" si aggiunge il servizio di "Telefono rosso" (06 3050077), al quale è già stato fatto cenno. L'esperienza dei CAV si è arricchita anche di una dimensione educativa e culturale, risultata particolarmente efficace anche in termini di prevenzione post-concezionale, realizzata particolarmente, oltre che con incontri formativi di vario genere, anche mediante la diffusione di opuscoli, video e radio-cassette, DVD. La videocassetta e il DVD dal titolo "La vita umana prima meraviglia", nei quali la parola "aborto" non è né scritta, né pronunciata, ma dove sono documentate la straordinaria bellezza e la stupefacente organizzazione della vita umana nascente, insomma, l'individualità umana del concepito, sono stati tradotti in sedici lingue.  Occorre collocare nella giusta luce l'attività dei CAV.

 

Il sostegno alla donna incinta nella direzione della nascita non è certamente cosa nuova. Molteplici iniziative sono sempre pullulate in un popolo fortemente contrassegnato dall'umanesimo cristiano e hanno continuato a svilupparsi anche dopo l'entrata in vigore della legge 194, indipendentemente dall'organizzazione del Movimento per la vita.  Ma l'originalità dei CAV consiste nel proporre proprio quella alternativa specifica all'aborto che la legge 194 dice di desiderare, ma che non ha affatto strutturato, promosso e, tanto meno, realizzato.  Per questo l'esperienza dei CAV, a trent'anni dalla legge 194, può offrire indicazioni preziose per una rivisitazione del testo, specialmente della sua prima parte, che, a parole, dovrebbe disegnare anche una prevenzione post-concezionale dell'aborto. 100.000 bambini aiutati a nascere sono pochi rispetto alla terribile cifra di quasi 5.000.000 di aborti.  Tuttavia, il valore anche di una sola vita umana merita impegno, tanto più se esso, com'è nello stile dei CAV, si svolge accanto alla madre, insieme alla madre, per restituirle la libertà di non abortire e mantenerle quel coraggio e quella fiducia in se stessa, che sono segni caratteristici della giovinezza.  Se gruppi costituiti da poche persone, dotate di pochi, mezzi hanno potuto ottenere risultati così significativi è provato che assai più imponenti potrebbero essere i risultati se a servizio della vita fosse messa la forza dell'intera organizzazione statale con tutte le sue articolazioni.

 

Sono quattro le indicazioni che emergono dall'esperienza dei CAV. Tutte riguardano l'efficacia di una prevenzione post-concezionale.

 

- L'importanza di una educazione permanente volta a promuovere il rispetto della vita. Questa linea - che ha come suo primo caposaldo il riconoscimento della pienezza di uguale dignità di ogni essere umano, dal concepimento alla morte naturale - deve essere veicolata nei potenti moderni mezzi di comunicazione sociale, nei testi scolastici, in iniziative di vario genere promosse dallo Stato e dagli enti locali.

 

- L'efficacia di un aiuto economico, anche piccolo ma garantito, non effettuato indistintamente a pioggia, ma misurato sui bisogni di una situazione concreta e quindi affidato a centri e servizi pubblici o privati che possano decidere di volta in volta e accompagnare l'aiuto materiale con un'amicizia costante e durevole.

 

- L'efficacia della attribuzione ai consultori e ad eventuali altri controllati centri di aiuto alle gestanti di poteri di iniziativa, definendo una metodologia che non consiste esclusivamente nell'attesa passiva di una richiesta di consiglio e di aiuto, ma consenta di provocare  - nelle forme più corrette e rispettose - l'incontro con la donna in difficoltà, anche sulla base di segnalazioni provenienti dall'ambiente in cui ella vive, o, meglio ancora, dallo stesso personale sanitario con cui la donna ha avuto contatti nel primo colloquio o per la fissazione dell'intervento.

 

- L'efficacia del volontariato, non sostitutivo dei compiti primari dello Stato riguardo alla protezione della vita e della maternità, ma dimostrativo di un operoso amore per la vita che è capace di suscitare risorse più persuasive di un colloquio burocratico. (Carlo Casini)

 

Carlo Casini, già magistrato di Cassazione e membro del Comitato Nazionale per la Bioetica. E' presidente del Movimento per la Vita italiano, membro della Pontificia Accademia per la Vita e docente presso l'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma. In risposta a tante altre domande sulla legge 194, e questioni relative alla cultura della vita, ha pubblicato il libro "A trent'anni dalla Legge 194 sull'interruzione volontaria della gravidanza" (Cantagalli).


 

Intervista a Giorgio Gibertini (Responsabile ‘Centro di aiuto alla vita' di Roma)

D:  Cosa è un Centro di aiuto alla vita?

Giorgio Gibertini: Un Centro di aiuto alla vita è il luogo dell'accoglienza per eccellenza. A noi giungono le mamme con gravidanza difficile od indesiderata e le "abbracciamo" aiutandole, in ogni modo, a scegliere per la vita. A volte basta un consiglio, un abbraccio, altre volte un piccolo aiuto economico, altre ancora un sostegno psicologico od abitativo. Ci mettiamo al fianco della mamma e la aiutiamo ascegliere per la vita, a tirare fuori quel senso di accoglienza alla vita che è dentro ognuno di noi e che magari, in quel momento, è sopito o nascosto. E' la mamma che sceglie per la vita, è la mamma che rinnova il miracolo della vita.

 

D: Quanti sono i Centri di aiuto alla vita in Italia?

Giorgio Gibertini: 278 sparsi in ogni provincia di Italia

 

D:  Quale attività contraddistingue il Centro Aiuto alla Vita che dirigi a Roma?

Giorgio Gibertini: Noi siamo l'unico Centro di aiuto alla vita in Roma ed essere a Roma, capitale d'Italia ed affacciati ai piedi della finestra del Vaticano, ci carica di responsabilità. Far bene per la vita a Roma vuol dire far bene per la vita in Italia e nel mondo. Roma è una città difficile, enorme: sto lavorando per avere un Centro di aiuto alla vita in ogni Municipio per questo spero in un grande aiuto dalle Istituzioni Politiche ed Ecclesiastiche.

 

D:  Quali suggerimenti per impegnare di più i giovani nella difesa della vita?

Giorgio Gibertini: I giovani sono importantissimi nel nostro volontariato. Quando una giovane madre indecisa si trova a fare il colloqui con una giovane volontaria, magari della stessa età, è per lei più facile accogliere la vita, è per lei più facile capire che scegliere per la vita è sempre la scelta giusta, la migliore, quella per cui non ci si pentirà mai. I giovani possono fare volontariato anche da casa "evangelizzando" il web, le chat, i social network, facendo sapere che la vita è una scelta possibile e che c'è chi può aiutare le mamme a scegliere per la vita. Dai giovani mi aspetto un contributo determinante anche per organizzare iniziative più adatte a loro.

 

D:  Quali esperienze vissute personalmente da giovane che difende la vita dal suo concepimento alla sua morte naturale?

Giorgio Gibertini: Ho avuto la gioia di una madre che ha scelto la vita leggendo le pagine del mio libro. E' l'augurio che rivolgo a tutti voi, quello di diventare "co-genitori" aiutando una mamma a scegliere per la vita!
 

Terza parte

 

 

Dalle terre di missione - Esperienze giovanili a difesa della vita

LETTERA DALL'AFRICA - Un lavoro per pensare un futuro migliore  

LETTERA DAL BRASILE - La mia esperienza di giovane in una missione  

RINO MARTINEZ, un cantautore missionario


Appendice

Priests for Life: un ministero per sostenere la vita

Giovani e vita: una sfida, un'avventura

Bibliografia e Linkografia


Dalle terre di missione - Esperienze giovanili a difesa della vita

L'aspetto missionario della Chiesa Cattolica è forse oggi per la gran parte della sua azione un ‘perfetto sconosciuto' sia per molti adulti, ma soprattutto per la grande maggioranza dei giovani; e pensare che ci sono tante vite ‘missionarie giovanili' che trascorrono ogni giorno le proprie ore a disposizione degli altri, a difesa della vita di altri giovani, con dignità, coraggio e talvolta eroicità! Cerchiamo di proporre alcune esperienze giovanili da alcuni ‘luoghi di missione'. La prima testimonianza che proponiamo è di un missionario laico che vive a Mazabuca, in Zambia. Nella lettera che invia dall'Africa emerge come la ‘difesa della vita' per i giovani, possa avvenire attraverso la ricerca di un lavoro, esperienza primaria che sottrarrebbe giovani alla povertà, e di conseguenza alla schiavitù. La seconda testimonianza è di Manuela, e scrive questi ricordi al rientro da una esperienza in Brasile, dove ha toccato con mano anche la realtà dei bambini di strada. La terza testimonianza è quella di Rino Martinez, un cantautore missionario di Palermo che ha da pochi giorni concluso una spedizione umanitaria nel cuore della foresta equatoriale africana che gli ha permesso di raggiungere e vaccinare circa 23.000 bambini. 

LETTERA DALL'AFRICA - Un lavoro per pensare un futuro migliore  

Scritta da Paolo Tafurri, giovane missionario laico che, concluso il cammino di ‘Giovani e Missione' ha scelto un'esperienza missionaria prolungata in Africa.

"Il 24 ottobre lo Zambia ha celebrato 42 anni di indipendenza. Ogni città ha festeggiato, nella State House il presidente ha dato una grande festa con grandi discorsi e la presenza di vari personaggi del mondo politico ed economico. Qui a Mazabuka ogni scuola ha preparato un piccolo spettacolo, o giochi sportivi.  In Assumption Parish abbiamo celebrato la Messa soprattutto con i giovani e i ragazzi della Luyobolola Community School, la nostra scuola, e poi tornei di calcio e netball per tutta la giornata. Una grande festa, insomma, per ricordare la nascita di una nazione, e l'indipendenza di un popolo.  In Zambia il sentimento nazionale, l'attaccamento alla "patria" è qualcosa di indotto, qualcosa che si impara a scuola. Ogni lunedì e venerdì a scuola si canta l'inno nazionale. La bandiera è esposta in ogni scuola e in ogni ufficio pubblico. La foto del presidente anche in ogni negozio.  Sono sempre incuriosito da una domanda: ma gli zambiani si sentono più zambiani o più africani? Ho fatto un veloce sondaggio locale, la maggior parte mi ha risposto "africano".  In effetti gli stati in Africa sono una derivazione del colonialismo e quindi qualcosa che è stato deciso non dagli africani ma da altri.  La peculiarità zambiana è data dal fatto che la Repubblica di Zambia è una conquista degli africani che vivevano nella Rhodesia del Nord, una delle colonie nate nemmeno come colonie e quindi appartenenti al colonizzatore, ma come territori dati in concessione a un privato cittadino, nella fattispecie l'inglese Cecil Rhodes, che ne sfruttava tutto ciò che allora fosse sfruttabile.  Poi la Rhodesia del Nord divenne una vera colonia sotto la corona britannica, ma mai strategicamente importante per l'impero coloniale: la ricchezza che questa terra forniva in quantità maggiore era la manodopera da utilizzare in miniere che si trovavano altrove. I freedom fighters non trovarono molta resistenza da parte dei colonizzatori inglesi quando si trattò di ottenere l'indipendenza.

Oggi però molti tra gli zambiani stessi riconoscono che l'indipendenza è solo sulla carta. L'indipendenza non è reale. La maggior parte della popolazione istruita si rende conto di essere dipendente in molti aspetti della vita sociale, economica e politica del loro paese. La stessa quotidianità di gran parte della popolazione che vive nelle città è caratterizzata dalla dipendenza nei confronti di altri. Dal 1964, anno dell'indipendenza, ad oggi le condizioni di vita degli zambiani sono nettamente peggiorate. La forbice tra ricchi e poveri è andata ampliandosi.  Senza avere la pretesa di smascherare le ragioni di tale situazione vorrei puntare i riflettori su alcune situazioni di lack of indipendence. La scuola e la lingua prima di tutto. Qui nessuno potrebbe mai negare l'evidenza. Non è indipendente un paese in cui a scuola si parla una lingua che non è la propria. Non solo lo si fa per motivi formativi ma si è obbligati dalle norme scolastiche a parlare l'inglese, nelle classi più alte non solo durante le lezioni ma anche in qualsiasi interlocuzione tra studenti e insegnanti, fuori e dentro le aule scolastiche. Da una parte questo è un vantaggio perché gli zambiani istruiti sanno un ottimo inglese, apprezzato anche nei paesi di madre lingua, dall'altra questa pratica è indice di una incapacità dello Stato di trovare una soluzione linguistica originale zambiana. In effetti ai tempi dell'indipendenza i fondatori devono aver pensato che l'inglese fosse la soluzione migliore ad unire sotto lo stesso Stato tribù che parlavano e parlano 73 lingue, che in alcuni casi sono molto diverse tra loro. Una scelta obbligata, quindi, per mettere in comunicazione popolazioni diverse. Un scelta che però rischia di far perdere le radici delle tradizioni e della cultura locale, soprattutto quando con orgoglio alcuni genitori sfoggiano l'inglese perfetto di figli che hanno non più di 7 o 8 anni.  In alcune famiglie di Lusaka appartenenti alle classi più alte ai bambini vieni insegnato a parlare l'inglese prima delle lingue locali. Molti giovani parlano un british english, con fierezza, ma forse senza rendersene conto anche con dipendenza da un mondo che di certo non affonda le radici in Africa. Molti lamentano il fatto che la scuola ha programmi che rispecchiano il modello degli antichi colonizzatori. Non solo: in molti casi sono presi tali e quali dai programmi esistenti prima dell'indipendenza e quindi fissati dai governanti di allora, che erano inglesi e non africani. Qualche intellettuale riconosce che non sono stati fatti molti cambiamenti, e che ancora oggi la maggior parte delle materie insegnate a scuola non sono vicine alle esigenze degli attuali cittadini zambiani.

La scuola inoltre si pone in molti casi come trasmettitrice di dipendenza. Sicuramente non lo fa intenzionalmente, ma questo è il risultato.  Molti ragazzi e ragazze sono impossibilitati a frequentare la scuola perché non possono pagarne la retta. Ogni scuola pubblica, infatti, chiede il pagamento di una retta scolastica in quanto i finanziamenti del governo non coprono il bilancio degli istituti.  Così moltissimi sono costretti a cercare quelli che qui vengono chiamati ‘sponsors' ovvero persone o enti (parrocchie, ong, istituti religiosi, ecc.) che concedono il pagamento delle rette scolastiche e in molti casi anche del materiale necessario ad andare a scuola (tra cui l'uniforme, altro retaggio coloniale). Se un ragazzo o una ragazza dai 10 ai 20 anni non ha la fortuna di avere genitori abbienti, devono chiedere una sponsorizzazione.  Questo meccanismo/necessità del chiedere non favorisce certamente l'indipendenza della persona. Quindi nonostante ogni lunedì e venerdì gli studenti cantino a scuola l'inno nazionale e celebrino l'indipendenza della nazione, la presenza stessa in quel momento a scuola è garantita da una dipendenza da qualcuno che non è zambiano, in quanto solitamente i soldi per le sponsorizzazioni arrivano da donatori stranieri (che appunto finanziano parrocchie, ong, istituti religiosi, ecc.)

Per quanto riguarda l'economia della Zambia è fin troppo evidente che è nelle mani degli stranieri. O meglio, tutta la produzione su grande scala in Zambia è operata da compagnie straniere, in pochi casi compagnie zambiane comunque guidate da stranieri. Le piantagioni di zucchero, cotone, caffè, e tanti altri prodotti agricoli sono di proprietà di inglesi, sudafricani, zimbabwani bianchi cacciati dallo Zimbabwe, così come l'estrazione del rame, la principale risorsa di questo paese è affidata a stranieri. Solo una breve considerazione. E' chiaro che quando un paese privatizza i settori strategici dell'economia (il rame per l'appunto) e nessun imprenditore locale ha una capacità tale da permettersi un'attività industriale complessa e impegnativa in termini finanziari, sono le multinazionali con sede nel Nord del mondo che hanno la meglio.  Si assicurano i diritti di estrazione, installano gli impianti industriali necessari, impiegano personale straniero per i ruoli dirigenziali e tecnici nelle aziende. Gli zambiani possono arrivare fino ad un certo punto, poi chi sta nella stanza dei bottoni sono bianchi con una lunga esperienza nel settore. Tutto ciò è chiaramente in contrasto anche solo con l'idea di indipendenza economica di un paese, e non credo che servano molte parole per spiegarlo.

Voglio soffermarmi invece sulla piccola economia, quella della vita di tutti i giorni, l'economia degli zambiani comuni. Come vive uno zambiano medio? La maggior parte degli zambiani ha un reddito molto basso. Questi si rivolgono per le loro necessità alimentari al mercato locale, il che vuol dire i classici mercati africani dove si trovano i prodotti locali, farina di mais, fagioli, pesce di fiume e di lago, manzo e pollo, uova, pomodori, fagiolini, cipolle, olio di semi, latte a lunga conservazione, pane, zucchero, sale. La maggior parte di tali prodotti viene dalle fattorie degli zambiani che sono stati capaci di sviluppare l'agricoltura e l'allevamento. In alcuni casi si tratta invece di piccoli agricoltori e allevatori che usano ancora metodi e tecniche tradizionali, vivono nelle campagne e vendono i loro prodotti alle bancarelle del mercato cittadino. Altri beni, soprattutto quelli lavorati come il latte e lo zucchero, sono forniti da grandi aziende (in Zambia la Parmalat domina il mercato del latte e dei latticini). Al mercato si trovano anche il carbone per cucinare e i prodotti per la pulizia, ovvero saponi, detersivi per il lavaggio a mano dei vestiti, i prodotti per la casa. Quelli più utilizzati sono locali, i più economici, prodotti da aziende che per lo più si trovano nella capitale Lusaka.

La maggior parte della popolazione di una cittadina di 50.000-70.000 abitanti come può essere quella in cui sono io, Mazabuka, si ferma a questo tipo di consumi.  C'è poi tutta un'altra classe di persone che accede ai supermercati, nei quali si trovano prodotti da un po' tutto il mondo. Prodotti stranieri sono quasi tutti gli alimentari lavorati come biscotti, pasta, bevande, succhi di frutta, la maggior parte delle marmellate.  Se andiamo oltre il settore alimentare la presenza straniera si fa ancora più pesante. Anzi più ci si allontana dal settore alimentare più la dipendenza rispetto ad altri paesi aumenta perché in Zambia la produzione industriale non copre una gamma ampia di beni.  Il settore tessile, per esempio, è poco attivo: la maggior parte dei vestiti viene dall'Asia (Cina in prima linea), questo se parliamo di vestiti nuovi, perché invece quelli usati arrivano dall'Europa e dagli Usa. I vestiti usati sono molto apprezzati nei mercati africani perché molto spesso sono più economici ma allo stesso tempo di qualità superiore rispetto a quelli asiatici. Tutto ciò ha permesso alla popolazione locale di risparmiare, o forse di comprare qualche vestito in più, ma ha danneggiato la produzione locale.  Le piccole industri tessili che a fatica trovavano uno sbocco commerciale hanno dovuto chiudere per via della concorrenza dell'usato. Anche questo fenomeno non ha certo contribuito a favorire l'indipendenza degli zambiani. Esistono invece piccole produzioni di abiti tradizionali africani: le donne amano ancora vestire quegli abiti colorati tipici che vengono fatti per lo più su misura, quindi da artigiani/e locali/e. Anche il settore meccanico è dominato dalla produzione cinese: viti, bulloni, in genere prodotti da ferramenta insieme alle biciclette sono tutti oggetti che arrivano dall'est. In alcuni casi, per quelli di qualità migliore ci si avvale del Sudafrica, che ormai è il dominatore economico di tutta l'Africa ma soprattutto di quella del Sud dove la concorrenza europea e araba è molto ridotta.  Dal Sudafrica, infatti, arrivano i prodotti alimentari di cui si è detto prima, più tutta una serie di beni industriali di uso comune, ma di qualità superiore a quella cinese come per esempio gli elettrodomestici. Per quanto riguarda le automobili, l'industria giapponese non ha concorrenti. La stragrande maggioranza dei veicoli in circolazione sono automobili usate in Giappone e rivendute in Africa. Negli ultimi anni soprattutto la quantità di tali veicoli è aumentata a vista d'occhio.  Ora anche a Lusaka si rischia di rimanere bloccati nel traffico a qualsiasi ora del giorno.  Ad onor di cronaca devo dire che esiste una marca indiana, la Tata, che vende alcuni veicoli industriali e non, qui in Zambia: la polizia zambiana ha in dotazione la Tata.

Tutto ciò riguarda i consumi. Rivolgiamoci ora ai mezzi necessari per consumare. La maggior parte degli zambiani è inserita nella cosiddetta economia informale, quelle attività non registrate e da cui non si traggono grossi profitti: venditori ambulanti e/o nei mercati tradizionali, lavoratori occasionali, piccoli agricoltori e allevatori tradizionali, pescatori.  Coloro che hanno un contratto di lavoro o un'assunzione in regola sono una netta minoranza e per lo più insegnanti, impiegati statali o in grandi aziende private, poliziotti o guardie giurate, infermiere.  Alcuni fortunati accedono ad organizzazioni non governative che in genere offrono stipendi al di sopra della media locale. In genere l'ambizione di ogni zambiano è lavorare nel governo o in uffici pubblici, perché lo stipendio a fine mese è il più delle volte assicurato (in realtà ultimamente non è così scontato) e si gode di alcune agevolazioni.  Una grande opportunità è lavorare per ong o associazioni caritative che grazie ai fondi che provengono dall'estero garantiscono una certa dignità nelle condizioni di lavoro.  Così facendo però falsano il mercato del lavoro: assicurando stipendi più alti attraggono quelle giovani forze che potrebbero costituire la spinta all'imprenditoria, ovvero le risorse umane per l'avvio e lo sviluppo di una eventuale produzione locale, che possa generare ricchezza in loco e quindi auto riprodursi. Il sistema della cooperazione internazionale, quindi, se da una parte va a favorire progetti che danno vita a produzioni locali per i poveri, dall'altra impiega le persone migliori nei propri organici per assolvere compiti amministrativi e burocratici.  Spesso mi è capitato di incontrare giovani che esprimono il desiderio di studiare social work al college (una via di mezzo tra educatore e psicologo) non per forti motivazioni personali, ma semplicemente perché è la figura che più facilmente trova posto nelle ONG. Io ho la sensazione che manchi una spinta verso l'imprenditorialità da parte dei giovani, che qui sono la maggioranza della popolazione; un'imprenditorialità che vada al di là del commercio al dettaglio.

Ovviamente i motivi sono tanti e diversi, ma il più importante penso sia la mancanza di capitali da investire. Accedere al credito è un'impresa ciclopica, a volte già soltanto aprire un conto bancario è un'operazione che richiede una serie infinita di carte, documenti, dichiarazioni che per la media degli zambiani sono fantascienza. Ma c'è anche un'altra ragione: la piccola imprenditoria non ha un grande riconoscimento tra gli africani. Soprattutto i governi non investono nella piccola e media impresa. Il territorio africano è costellato di grandi compagnie che beneficiano delle immense risorse naturali. I governi trovano in loro partners a cui affidare il proprio sistema economico, non si investe invece nella piccola e media impresa locale. Il direttore di African Business, una rivista economica sull'Africa, sostiene che i piccoli imprenditori sono trattati come indesiderati e vengono tormentati dalle autorità, piuttosto che aiutati e supportati, "questo non facilita quella crescita economica interna di cui la maggior parte dei paesi africani ha disperatamente bisogno". 

Anche questo è un ostacolo alla vera indipendenza di un paese, perché se si è impossibilitati a produrre la propria ricchezza attraverso il valore aggiunto del proprio ingegno e del proprio lavoro è difficile dire di non dipendere da chi fornisce finanze, beni di ogni genere, conoscenze e "sviluppo". Quindi no indipendenza, ma soprattutto no lavoro, no opportunità di crescita professionale, e qual è la conseguenza per alcuni? L'emigrazione. Qualche giorno fa una giovane di 25 anni, commessa in un supermercato mi ha detto che vuole mettere da parte i soldi per iscriversi a un college che le darà un titolo utile per lavorare nell'ambito del business. Dopodichè vuole emigrare in Sudafrica: "Lì, dice, tutti vanno in giro in macchina, qui in Zambia è un problema anche solo comprarsi la bicicletta".                       

Ecco perché ciò a cui ci siamo rivolti come missionari in questi ultimi mesi è creare opportunità di lavoro. I giovani zambiani hanno bisogno della possibilità di anche solo pensarlo un futuro migliore. Quando guardo agli sforzi che stiamo facendo per i vari progetti di sviluppo economico che abbiamo in mente di realizzare qui a Mazabuka, a volte mi chiedo se non stiamo togliendo tempo ed energie all'evangelizzazione, all'annuncio della Buona Novella, a ciò che un missionario per definizione dovrebbe fare.  Mi assalgono i dubbi, ci penso un attimo, prego e mi rendo conto che no, anche questo fa parte dell'evangelizzare un popolo che è sottomesso. Quando nel Vangelo di Luca si dice "Il Signore mi ha mandato ad annunziare ai poveri un lieto messaggio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi", forse è proprio questo che vuol dire: annunciare che un altro mondo è possibile, che un'economia con al centro la persona e non il profitto è realizzabile, che la giustizia è qualcosa di umano, non sovrannaturale, che tutti abbiamo diritto a pari dignità e libertà, tutti, africani e zambiani compresi.  (Paolo Taffuri, missionario laico a Mazabuka, Zambia)

LETTERA DAL BRASILE - La mia esperienza di giovane in una missione  

"Cosa mi ha lasciato l´esperienza in Brasile ... non è facile riassumere tutto in poche righe, si rischia sempre di dire le stesse cose, di essere scontati e banali ... per riuscire a capire cosa si prova dopo un´esperienza in missione, è inutile, bisogna provarla! Ho avuto la bella e preziosa opportunità di passare quasi cinque mesi da Padre Maurilio, a San Paolo, una delle più grandi metropoli del Brasile. Durante questo tempo trascorso nel centro per adolescenti in mezzo alle favelas, ho fatto veramente tante cose coi bambini del dopo scuola, con le comunità della parrocchia di padre Maurilio, con i ragazzi di strada se ti rendi disponibile, ce ne sono di cose da fare! Bé, partendo per questa esperienza erano queste le cose a cui pensavo maggiormente: chissà se sarò in grado di fare le cose che ci sarà bisogno di fare? chissà se mi daranno la responsabilità di qualcosa? Immaginavo la mia giornata piena di lavoro e lavoro.

 

A quasi quattro mesi dal mio ritorno, ricordando i vari momenti passati in Brasile, mi accorgo che quello che mi porto dentro non sono affatto i momenti passati a lavorare, a fare, ma i volti che ho incontrato e accolto. In  Brasile i ritmi sono più lenti rispetto ai nostri. All´inizio, abituata all´Italia, ho fatto veramente una grande fatica, mi sembrava di buttar via un sacco di tempo e di occasioni.. Spesso, facendo visita alle famiglie nelle favelas, organizzando le attività per i bambini, ci si perdeva in una tazza di caffè o una merenda un po´abbondante, in qualche chiacchiera o semplicemente in attimi di silenzio. Le persone vivono in  maniera molto più tranquilla rispetto a noi e a me sembrava che tutto fosse sprecato, che alla fine della giornata non si arrivava a capo di nulla.  Col passare del tempo ho cominciato ad abituarmi fino a fare sempre meno fatica, anzi, ero io la prima a perdermi in mille modi per stare con la gente. Questi cari amici brasiliani mi hanno proprio insegnato questo, al di là delle esperienze preziose con i bambini di strada del centro della città, coi bimbi della favelas, con le persone delle varie comunità che ho conosciuto, al di là delle cose pratiche che abbiamo realizzato insieme ... mi hanno insegnato l´importanza del tempo vissuto, del vivere i momenti con calma e tranquillità, senza per forza correre a causa degli orari, del dare spazio all´altro, indipendentemente dalla quantità di tempo disponibile ... mi hanno insegnato l´importanza del fermarsi alle piccole cose, ai piccoli gesti che, pensati, si rivestono di una grande preziosità.

 

Mi rendo conto che queste cose, qui in Italia, è un po´difficile ritrovarle, sono ritmi davvero diversi, ma è possibile vivere il tempo da veri protagonisti, dedicandolo a chi ti circonda, magari rinunciando a qualcosa di tuo. Il momento della preghiera nelle mie giornate era un momento costante, mi dava energia per affrontare la giornata e vedevo la presenza di Gesù riflessa nelle persone che ogni giorno incontravo, nelle cose più banali. La sua presenza mi ha accompagnato soprattutto nei momenti di difficoltà, in cui non sapevo come gestire le cose.  Questi momenti è più faticoso ritagliarli nella quotidianità qui, dove sei sempre preso dalle mille cose da fare, da orari molto fissi. Ma sono indispensabili per accorgersi dell´importanza di ogni giorno che abbiamo l´opportunità di vivere appieno, dall´inizio alla fine, ringraziando per questo dono che passa così in fretta, il tempo, ringraziando per gli incontri, le esperienze, le mani che stringono le nostre. Mi rendo conto che non ho raccontato nulla di concreto riguardo alla mia esperienza, chi avrà la bella occasione di poterla vivere, a San Paolo, vedrà coi suoi occhi la realtà in cui vivono le persone, i bambini ... ho voluto scrivere cosa ho portato a casa, ognuno porta a casa qualcosa di diverso e speciale. Porto nel cuore i volti di ogni altro che ho incontrato e che mi ha accompagnato, a partire dalla presenza importante di padre Maurilio e delle suore. Ringrazio chi, in questi mesi, ha camminato con me, insegnandomi il rispetto per culture, tempi, usi e modi di vivere diversi, l´accoglienza incondizionata e l´importanza del sorriso verso chiunque intreccia la vita di ognuno". (Manuela)          

                           

RINO MARTINEZ, un cantautore missionario

Rino Martinez è un conosciuto cantautore palermitano che negli anni '80 ha raggiunto la massima notorietà internazionale partecipando al Festival di Castrocaro, al Festivalbar (1981) ed al Festival di Sanremo (1982), insieme ad artisti come Claudio Villa, Vasco Rossi, Zucchero, Michele Zarrillo e tanti altri.  Ha fatto una scelta per Vocazione: essere "Cantautore Missionario", e così periodicamente si reca in molte zone disagiate dell'Africa, colpite dalla guerra e dalla miseria, per portare aiuti di ogni tipo. Il suo talento e la sua professionalità artistica gli hanno permesso di realizzare Canzoni e Filmati "Verità" sulla sofferenza, la guerra e l'indifferenza. Ha Fondato l'Associazione Missionaria Interculturale ONLUS "ALI PER VOLARE", con la quale porta avanti le sue encomiabili Battaglie per sensibilizzare quanti sono insofferenti alle drammatiche realtà del terzo mondo e ad altre piaghe sociali. Rino Martinez è un umile eroe dei nostri giorni, che offre il suo instancabile impegno per la difesa dei diritti umani e per gli "ultimi" della terra.

 

Le sue risorse umane sono sostenute dall'Amore cristiano sincero e genuino verso il prossimo, con particolare dedizione verso i bambini, specialmente, per quelli che soffrono per la povertà, per le malattie, per la mancanza di cibo, per il razzismo, per lo sfruttamento e per tutte le ignobili forme che negano il diritto a tante persone di vivere una vita normale. Per questo motivo ha ideato e realizzato, ormai da molti anni, la "Giornata Mondiale Contro lo Sfruttamento Minorile" al quale partecipano tantissimi bambini, giovani ed adulti provenienti da ogni parte del mondo. Rino ha fatto sua la causa del Bene, facendosi umile Portavoce e Missionario di Pace, lottando ogni giorno per i bisogni di chi soffre, con la giusta convinzione di poter ridonare la dignità a chi non la possiede. Grazie al suo indomabile e battagliero altruismo, alcuni paesi africani hanno potuto avere l'acqua potabile per la realizzazioni di pozzi e reti idriche ma ancor di più è riuscito a far costruire tre Orfanotrofi in Congo, dove molti bambini, se pur tra infinite difficoltà, sono assistiti amorevolmente. In tanti anni di lavoro educativo nelle scuole e tra i giovani, ha diffuso il senso della speranza e della giustizia, valori positivi che è in grado di esternare, sopratutto, attraverso le sue canzoni ed i suoi concerti. 

 

E' un serio alleato di tante persone di buona volontà, per il trionfo della legalità e per contrastare la mafia, la droga, la pedofilia e tutte le forme delinquenziali. Condivide tutto questo con la moglie Anna, i due figli Claudio ed Andrea e con alcuni amici che partecipano energicamente al suo instancabile impegno Sociale. Il 21 febbraio 2006, la sua profonda dedizione per i sofferenti l'ha portato a fare uno sciopero della fame per spingere le Istituzioni preposte a far curare in Italia 4 bambini Congolesi (Ngami Sevy Farhel, Josiane Virginia Mongha, Zena Grace, Cecilia Mahoungou), questo encomiabile gesto è stato un vero esempio di Nobili Valori Cristiani per l'intera società, distinguendosi tra le migliaia di azioni inutili che spesso non hanno nessun senso e nessuna valenza morale. Per questo estremo atto di Amore e per l'impegno di gente seria e di buona volontà si è costituita la "Medicina Umanitaria della Regione Sicilia", che permetterà ad alcuni bambini ed adulti, residenti in paesi poveri, di poter usufruire del ricovero presso gli ospedali siciliani e dell'assistenza di ottimi medici e paramedici. 

 

Il 22 novembre 2006 ha incontrato il Santo Padre Benedetto XVI, che lo ha esortato ed incoraggiato per continuare a diffondere la Gioia e la Speranza Cristiana nel mondo. Nei mesi di Ottobre e Novembre 2007 ha portato a termine la sua ennesima Missione Umanitaria  che ha chiamato: "Africa: missione possibile ..." per portare aiuti concreti a diversi villaggi, orfanotrofi ed ospedali del Congo, recandosi fino al centro della foresta equatoriale dove, inoltre, ha potuto realizzare un'importante reportage sulle precarie condizioni di vita del popolo "ignorato" dei Pigmei.  Da Gennaio a Marzo 2009 ha condotto la Spedizione Umanitaria denominata "Africa: Missione Cuore per la Vita" per realizzare la prima fase di un'imponente campagna di vaccinazione per oltre 23.000 persone all'interno della Grande Foresta Equatoriale.  L'Associazione Missionaria Interculturale "Ali per Volare", fondata dal Cantautore Palermitano Rino Martinez, è una organizzazione ONLUS non governativa, che promuove iniziative culturali ed opere umanitarie concrete a favore dei Bambini abbandonati, orfani, sfruttati, ex bambini soldato, malati di AIDS/Sida, Leucemie/Malarie, non tralasciando tutte le vittime delle terribili guerre che si consumano drammaticamente in Africa, terra di povertà e di miseria dove, ancora oggi, muoiono oltre trentamila bambini al giorno.

 

Nell'ambito dei programmi umanitari Internazionali a sostegno dei paesi del terzo mondo, è stata organizzata la Missione Umanitaria denominata "Africa: Missione Cuore per la Vita", che è iniziata il 28 gennaio 2009 e si è prolungata fino al mese di marzo 2009, all'interno della grande Foresta Equatoriale. La regione di Likouala, nel grande distretto di Enyéllé, è uno dei luoghi più sperduti e dimenticati della terra che si estende per circa 600 Km di territorio impervio e pericoloso, in cui sono presenti circa otto villaggi nei quali vivono, tra gli altri, tanti Bambini molto malati della Tribù dei PIGMEI "i figli della Foresta", che senza un intervento sanitario immediato e mirato corrono il serio rischio di estinzione. La spedizione ha raggiunto quei luoghi, pieni di insidie, per vaccinare 22.000 persone contro la poliomielite, la difterite, il tetano, il morbillo e per curarli dal paludismo, dalle malarie e dalla lebbra. L'importante ed urgente progetto sanitario ha previsto inoltre, la somministrazione di antibiotici, vitamine e sali idratanti e la donazione di zanzariere antimalaria. Per dare continuità concreta a questo ennesimo impegno umanitario, nel villaggio di Enyéllé, che conta 8.000 abitanti, si cercherà di realizzerà una piccola farmacia comunitaria permanente, che consentirà alla popolazione locale di fare visite mediche e fruire delle medicine necessarie. La raccolta fondi, che permetterà di realizzare un'improrogabile intervento medico-sanitario, consentirà di costruire, inoltre, una piccola scuola nel villaggio di Longha. (Fabrizio Artale)

 

Appendice

•1)     Priests for Life: un ministero per sostenere la vita

Cos'è? Il ministero sacerdotale è un ministero esigente. Il sacerdote fa conoscere al mondo delle verità che spesso questo fatica a comprendere. Egli incontra ingiustizie che sono spesso profondamente radicate negli atteggiamenti e nelle leggi della società. Il prete, tra le esigenze del suo ministero, necessita di sostegno e di incoraggiamento da tre fonti: dal suo vescovo, dalla sua congregazione e dai suoi fratelli sacerdoti. E' per assicurare tale incoraggiamento, soprattutto da parte di questi ultimi, che l'associazione Priests for Life è stata fondata. Più particolarmente, essa vuole spronare a portare avanti il discorso sulla difesa della vita umana contro l'aborto e l'eutanasia. Questa particolare dimensione tocca due delle più urgenti crisi morali dei nostri giorni. Rispondere a tali questioni non è da considerarsi come qualcosa in più da aggiungere alla vita e al ministero del sacerdote. E', invece, una risposta che deriva dall'essere sacerdote, dall'essere cristiano e dall'essere umano. Questo stesso fatto induce alcuni a chiedersi se Priests for Life non sia un'associazione superflua. Prima di tutto l'appellativo Preti per la Vita intende esprimere la verità che essere a favore della vita è fondamentale ed indispensabile per la vita stessa e il ministero di ogni sacerdote. Questa non è un'associazione che tende a formare un gruppo elitario di preti con la pretesa di essere più a favore della vita di tutti gli altri. Piuttosto, cerca di mettere in evidenza gli sforzi, così spesso nascosti o sconosciuti, di preti che eroicamente promuovono la cultura della vita in tutto il Paese. In secondo luogo, vi sono molti ordini e gruppi all'interno della Chiesa i cui membri mettono l'accento su un aspetto della Parola di Dio a cui comunque tutta la Chiesa è chiamata. Una tale messa in evidenza è pensata come stimolo rivolto a tutti per rispondere a una missione che è propria di ogni persona. Così le Sorelle della Carità non sono le sole a mettere in pratica la carità, né è questo ciò che il loro nome implica. I Padri del Santissimo Sacramento non pretendono di essere gli unici ad adorare l'Eucaristia. Gli esempi sono molteplici. I Preti per la Vita sono un altro di questi esempi. Questa associazione esiste proprio perché tutti i sacerdoti così come tutte le altre persone sono chiamati ad essere a favore della vita.

E' utile riflettere sul fatto che ci sono gruppi chiamati Dottori per la Vita, Infermiere per la Vita, Farmacisti per la Vita, Poliziotti per la Vita e innumerevoli altri. Ma perché, ci si potrebbe chiedere, abbiamo bisogno di questi gruppi? Non sono forse tutti i dottori tenuti ad essere a favore della vita? L'unica vera ragione per cui abbiamo un movimento per la vita è perché assistiamo ad una immensa tragedia davanti a noi, ed abbiamo bisogno delle caratteristiche di ogni professione per ristabilire protezione per ogni vita umana. In quest'ottica sarebbe veramente strano se non esistesse un "Preti per la Vita"!

Qual è la missione di Priests for Life? Lo scopo di Priests for Life non è quello di aggiungere un'altra struttura o organizzazione allo sforzo per la vita. Il suo obiettivo invece è quello di infondere ad una struttura preesistente, la Chiesa, il vigore, l'entusiasmo e le migliori risorse per portare a compimento la missione di difesa della vita. La Chiesa è l'unica istituzione che beneficia di una garanzia Divina che prevarrà sulla cultura della morte. Il Signore stesso ha detto "Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa" (Matteo 16, 18). Quando ascoltiamo queste parole, di solito pensiamo "La Chiesa sopravviverà agli attacchi lanciati contro di lei" e questo è certamente parte del significato del versetto. Riflettendo ulteriormente, tuttavia, ci rendiamo conto che in battaglia una porta non può scendere sul campo ad attaccare il nemico. Al contrario, la porta sta ferma a difendere la città contro gli attacchi nemici! Quando il Signore dice che le porte degli inferi non prevarranno contro la Chiesa, Egli intende dire che la Chiesa sta prendendo iniziativa per prendere d'assalto le porte! Queste porte degli inferi non possono contrastare il potere del Paradiso; le porte del peccato sono annientate dalla presenza della grazia salvifica; le porte della morte cadono alla presenza della vita eterna; le porte della falsità sono abbattute di fronte alla verità vivente; le porte della violenza cadono al cospetto dell'amore divino. Questi sono gli strumenti di cui Cristo ha dotato la Sua Chiesa. Per far pienamente fruttificare questi doni e servirsi di questi strumenti per i problemi specifici dell'aborto e dell'eutanasia sono richiesti perciò tanto una struttura adeguata quanto lo spirito, la consapevolezza, il coraggio, la determinazione nell'uso sia dei mezzi che delle opportunità a nostra disposizione! Questo è tutto ciò di cui si occupa Priests for Life. Dal cuore della Chiesa è un movimento di sacerdoti che cercano di usare - ed aiutano il resto della Chiesa ad usare - la sua piena forza contro gli attacchi devastanti sferrati contro la vita umana ai nostri giorni. In alcuni luoghi vi sono dei "capitoli", delle assemblee locali, dove dei sacerdoti si radunano regolarmente al fine di incoraggiarsi a vicenda e pregare insieme per quella dimensione pro-vita che caratterizza il loro ministero. Sebbene noi promuoviamo questi capitoli, la filosofia di Priests for Life è che il sacerdote non ha compiuto la sua opera pro-vita quando ha partecipato ad un incontro. Piuttosto compie la sua opera pro-vita quando predica chiaramente e appassionatamente dal pulpito a proposito delle problematiche sulla vita e quando guida le persone a concentrare le loro energie nella difesa dei più vulnerabili fra noi.

Lo statuto della missione di Priests for Life individua tre vie attraverso le quali raggiungere lo scopo globale. La prima consiste nel mettere in contatto fra loro i sacerdoti particolarmente attivi nel lavoro pro-vita. L'attività di questi preti è illustrata in ogni numero del bollettino, nella sezione "Priest Profiles". I sacerdoti sono messi in contatto reciprocamente su tutto il territorio nazionale perchè si scambino idee, risorse ed esperienze concernenti l'effettivo ministero pro-vita. I sacerdoti che potrebbero sentirsi soli o isolati a causa della loro particolare attenzione alle problematiche pro-vita, vengono rassicurati sul fatto che non sono mai soli. Un secondo aspetto della missione consiste nell'assistere i sacerdoti che potrebbero essere esitanti o trovarsi in difficoltà nell'affrontare le tematiche dell'aborto e dell'eutanasia. Attraverso mezzi come documentazioni, cassette, seminari e assistenza diretta alla persona, l'associazione Priests for Life può aiutare un sacerdote ad identificare le sue paure, le sue incertezze o fraintendimenti a proposito delle tematiche in questione o a proposito dello stesso movimento per la vita. Una delle nostre pubblicazioni, per esempio, è "Padri, affrontiamo le nostre paure sull'aborto". Questa pubblicazione focalizza ventidue paure scoperte nel corso dei nostri seminari internazionali per sacerdoti e dà chiare ed utili risposte ai dubbi che queste paure possono causare. Il terzo aspetto della nostra missione è quello di assistere i sacerdoti nel rapportarsi alle organizzazioni per la vita e viceversa. C'è una miriade spesso confusa e sconcertante di gruppi pro-vita negli USA. L'influenza della letteratura in materia, per quanto buona essa possa essere, può risultare fuorviante. Come può un sacerdote impegnato distinguere quali sono le iniziative, le attività e le strategie del movimento? Come può sapere su quali risorse può contare nella sua parrocchia e quali linee d'azione di gruppi particolari sono in accordo con il progetto pastorale ed educativo della Chiesa? Priests for Life può fornire questo tipo di guida. Priests for Life conosce intimamente la filosofia e le strategie dei gruppi pro-vita sia piccoli che grandi, così come le persone che stanno dietro all'organizzazione. La nostra associazione mantiene contatti e buoni rapporti con tutti questi gruppi, in parte grazie alle conferenze e ai seminari che ha presentato in ognuno dei 50 Stati Americani. Nel nostro bollettino cerchiamo di sintetizzare le strategie suggerite e le risorse per i sacerdoti molto impegnati. Inoltre siamo presenti a tutti i raduni nazionali dei responsabili pro-vita, in cui vengono formulati i progetti per il movimento. Questa associazione non si occupa solo di assistere il sacerdote perché lavori con i gruppi pro-vita, ma anche di affiancare i gruppi stessi affinché lavorino con i sacerdoti. Fin dall'inizio di Priests for Life c'è stato un grande supporto da parte dei laici, e l'associazione ha al suo interno anche membri ausiliari laici. Si sente spesso lamentare il fatto che i preti non parlano abbastanza di aborto. Priests for Life assiste attivamente laici e gruppi per mutare la frustrazione, la delusione, la rabbia che possono avere in sforzi costruttivi per capire e cooperare con il loro clero. Alcuni dei nostri depliants, cassette e seminari sono infatti incentrati su questo tema.

La Promessa di adesione per il clero - Migliaia si sacerdoti negli USA si sono uniti a Priests for Life. Coloro che entrano a far parte dell'associazione fanno delle promesse di adesione molto semplici. Il testo della Promessa è riportato di seguito, insieme ad alcuni commenti esplicativi.

Promessa di adesione a Priests for Life In qualità di prete/diacono della Chiesa Cattolica, riconosco che è parte essenziale del mio ministero annunciare e difendere la dignità della persona umana. Come segno della mia risposta a questa chiamata, e al fine di fortificare i miei fratelli preti e diaconi ed essere da loro fortificato, sono diventato membro dell'Associazione Priests for Life, una Associazione Privata di Fedeli ufficialmente riconosciuta. Come membro, io prometto di pregare con perseveranza per un più profondo rispetto della vita umana nella nostra società, e in particolar modo per la fine dell'aborto e dell'eutanasia. Io prometto di predicare con chiarezza e costanza la sacralità della vita a tutti quelli che sono affidati alle mie cure pastorali. Io prometto di cooperare con i progetti e i programmi di Priests for Life, nella misura in cui mi è ragionevolmente possibile e all'interno delle direttive stabilite dal mio Ordinario. Io prometto di offrire supporto e incoraggiamento agli altri membri dell'Associazione ed al più ampio movimento per la vita, quando si presentino le appropriate opportunità. Credo nel fatto che la Vittoria della Vita è già stata sancita dalla Croce e dalla Resurrezione di Cristo, e che proclamando, celebrando, servendo il dono della Vita la Chiesa trasformerà la cultura della morte in Regno della Vita.

Commenti  - Si noterà che la Promessa indica l'appartenenza all'associazione come possibile a preti e diaconi cattolici. Tuttavia siamo felici quando, insieme ai nostri membri ausiliari laici, anche ministri e fedeli di denominazioni non cattoliche si uniscono al nostro lavoro. Essi sono invitati ad usufruire del materiale informativo e a cooperare con noi. Il testo mette in rilievo che la difesa della persona umana è parte integrante del ministero sacerdotale. Il primo motivo elencato per diventare membri dell'associazione è l'opportunità della rete di collegamento che essa offre. Lo status dell'associazione secondo il Diritto Canonico è di seguito menzionato. Preghiera, predicazione ed insegnamento sono poi descritti come aspetti-chiave della promessa. Questi sono aspetti comunque ordinari del lavoro di preti e diaconi. Ma se noi infondiamo alle nostre attività una maggiore sensibilità verso le tragedie dell'aborto e dell'eutanasia, faremo un grande passo avanti nella lotta a questi mali. Mentre Priests for Life offre suggerimenti e materiale per la preghiera, la predicazione e l'insegnamento, non impone ai suoi membri un particolare tipo di devozione o di atteggiamento. Né l'essere membri deve venir visto come adesione a una particolare teologia. All'interno della gamma di casi in cui la dottrina e la disciplina della Chiesa Cattolica permettono una pluralità di espressioni teologiche, pastorali e liturgiche, Priests for Life cerca di accoglierle tutte. Quando si tratta di difesa della vita, non si può parlare di "parti" della Chiesa che ne sono toccate, ma dell'intera Chiesa. La cooperazione con i progetti di Priests for Life è poi esposta, sempre in accordo con il proprio Ordinario. L'idea che sta dietro all'associazione non è mai stata di entrare in una diocesi per pubblicizzare un programma o attività o un altro. L'idea, e la realtà, è che siamo stati nelle diocesi di tutto il paese proprio per aiutare il clero a lavorare insieme con il vescovo nel modo che lui stabilisce, a seconda delle situazioni locali. Allo stesso tempo, offriamo il beneficio dell'esperienza che abbiamo accumulato, e dei numerosi contatti con tutti i gruppi del movimento per la vita. La promessa finisce con un passaggio di estrema fiducia. In questa battaglia non stiamo semplicemente lottando per la vittoria; stiamo lavorando a partire dalla vittoria. La vittoria è il nostro punto di partenza, poiché Cristo ha privato la morte del suo potere. Perciò chiediamo al clero e ai laici di portare avanti il loro lavoro per la vita con profonda pace nell'animo e uno spirito gioioso. Sarà la nostra tangibile gioia di vivere che, osservata dal mondo, lo attrarrà al nostro messaggio.

Priests for Life crede in una solida etica di vita? A causa dell'attenzione rivolta all'aborto e all'eutanasia, mi viene spesso rivolta questa domanda. Ma la coerenza non è semplicemente qualcosa in cui crediamo, bensì qualcosa verso cui abbiamo un obbligo! La coerenza richiede che noi riconosciamo la sacralità della persona, chiunque e dovunque essa sia e qualunque sia la forza maligna che sta attentando alla sua dignità. Quindi la risposta a questa domanda è un sonoro "sì"! A causa di alcuni fraintendimenti riguardo la fermezza dell'etica, tuttavia, è importante sottolineare che Priests for Life intende questa espressione nel contesto di quanto affermato in merito dai vescovi degli Stati Uniti in più d'una occasione. Nel documento "Riaffermazione del Piano Pastorale per le attività pro-vita" del 1985, i vescovi dicono: "Poiché le vittime dell'aborto sono i membri più indifesi della famiglia umana, è un imperativo il fatto che, essendo i Cristiani chiamati a servire i più piccoli tra noi, si deve prestare urgente attenzione e dare priorità a questo aspetto della giustizia. Questa attenzione ed il fermo intento della Chiesa di perseguire una solida etica di vita sono complementari. Un'etica coerente e salda, lungi dal diminuire l'interesse per l'aborto o uniformare tutti gli sforzi che toccano la dignità della vita umana, riconosce il carattere distintivo di ogni istanza dando ad ognuna il suo rispettivo ruolo all'interno di una coerente visione morale." (p.3-4) Inoltre, nella "Risoluzione sull'aborto" del 1989, i vescovi considerano questa tragedia come il problema fondamentale dei nostri giorni per tutti gli uomini di buona volontà. Perseguire un'etica coerente non può certamente significare che i gruppi specifici debbano attivamente indirizzare ogni sforzo che fanno a tutte le problematiche inerenti alla vita. Un tale approccio sarebbe impossibile. Il suo significato, invece, è che nella meravigliosa unità del Corpo di Cristo ogni parte svolge il lavoro assegnatole, mentre approva e gioisce del lavoro delle altre parti.

Pro-vita: un ministero positivo e gioioso Vi invitiamo a leggere la documentazione su Priests for Life per poter apprezzare i toni e i temi che siamo convinti debbano caratterizzare il movimento per la vita. La condivisione delle difficoltà e l'amore concreto per le madri bisognose, e la comprensione che cerchiamo di nutrire anche nei confronti di chi sostiene l'aborto sono importanti, come lo è il perdono che la Chiesa offre a coloro che hanno preso parte a questa pratica. (P. Frank A. Pavone)

Priests for Life - Priests for Life è una Associazione di Fedeli riconosciuta secondo il Diritto Canonico della Chiesa Cattolica, ed è un'organizzazione esentasse secondo l'articolo 501(c)(3). La sua missione è aiutare la Chiesa e tutte le persone di buona volontà a proteggere la vita umana dall'aborto e dall'eutanasia. Preti, diaconi e laici possono diventarne membri.

Priests for Life - PO Box 141172 - Staten Island, NY 10314 - Tel. 888-PFL-3448, (718) 980-4400
Fax 718-980-6515 - Email
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•2)     Giovani e vita: una sfida, un'avventura

"Sono Liliana. Ho frequentato il liceo classico al Collegio Arcivescovile. Durante l'anno scolastico 2001/2002 il prof di religione, Giampiero Guerra, ha proposto in classe di partecipare ad un concorso promosso dal "Movimento per la vita". Lo slogan per quell'anno era "Giovani e vita: una sfida, un'avventura". Come elaborato si poteva portare un elaborato letterario o un disegno. Il primo premio è stato assegnato a Michele, un ragazzo meraviglioso, che purtroppo, dopo una lunga malattia, ci ha lasciato. Il suo ultimo momento di gioia, fuori dalla lunga degenza in ospedale, l'ha trascorso con tutti i ragazzi primi tre classificati di ogni regione d'Italia a Strasburgo a visitare il Parlamento Europeo, come premio. Come rappresentanti del Trentino c'erano, quindi, Michele, primo classificato e io seconda, che abbiamo partecipato con un tema letterario e Silvia al terzo posto, che aveva portato un disegno. Questa esperienza per me è stata molto significativa, non tanto per aver vinto, ma per aver avuto la possibilità di trascorrere un momento di gioia e di riflessione con altri giovani in un luogo molto importante per noi, appartenenti alla Comunità Europea. La mia vita negli ultimi mesi ha avuto molti cambiamenti. Finite le superiori ho dovuto decidere cosa fare della mia vita, ma rileggendo il tema che avevo fatto tre anni fa ho capito che i miei valori e le mie domande le porto sempre con me. Per questo motivo volevo rendervi partecipi dei miei pensieri e condividerli con voi. Liliana

Che senso ha la vita? Ed io perché vivo? Quante volte mi sono posta queste domande, senza riuscire a dare una vera risposta. Nei momenti di sconforto per qualche delusione o quando si vive o si legge sui giornali qualcosa di terribile, credo sia normale chiedersi "che valore ha la vita?", "perché succedono certe tragedie?", "perché c'è gente al mondo che sembra non rispettare il valore più importante: la vita?" Queste domande non se le pone solo un giovane, ma anche un bambino, che nel suo piccolo, si chiede "perché ci sono uomini cattivi?" e gli adulti che cercano di fare "giustizia" alle tragedie che succedono.

Tante volte si sente dire: "I bambini, i giovani sono il futuro dell'umanità. Riponiamo in loro la speranza di un mondo migliore". Ma poi cosa vuol dire un "mondo migliore"? In alcuni paesi dilaniati dalla guerra, dove i bambini nascono in mezzo ai combattimenti e imparano fin da piccoli a usare le armi e a pensare che la cosa più giusta sia annientare il nemico, come possono immaginare un mondo diverso se quella è la loro vita? Come possono i ragazzi occidentali far capir loro che esiste un "mondo migliore"? Come far capire che uccidere è sbagliato, che l'odio può portare solo ad altro odio e per questo bisogna risolvere le "questioni" pacificamente, senza poi portare rancore?

Il mondo è grande. È anche vero che ci sono molti ragazzi che credono in un futuro fatto di pace e amore, ma sono sempre troppo pochi e poi spesso è difficile portare avanti le proprie idee davanti ai compagni, agli adulti,al mondo. Inoltre credo ci sia un pensiero ricorrente in molti: "Ma io non sono niente, non credo che il mio aiuto serva poi così tanto, forse solo a poche persone, quindi per quale motivo impiegare tutta la mia fatica, il mio lavoro e il mio cuore?" Spesso si vorrebbero fare grandi cose con poco sforzo, ma soprattutto in poco tempo, ma questo si sa che è difficile. E ciò è difficile da comprendere soprattutto quando si è giovani che si freme dal desiderio di veder subito realizzati i propri sogni. Ma ritornando alla mia domanda iniziale, sul senso della vita, posso solo dire che per me la vita è qualcosa di speciale, anche se a volte mette alla dura prova, con le sue mille difficoltà di ogni giorno, e che posso trovare un senso, per me molto importante, nell'aiutare gli altri, soprattutto i bambini, perché mi piacciono, mi riempiono il cuore sempre di allegria e danno un senso alla mia vita. Quando mi chiedo per quale motivo io vivo, nei momenti di grande sconforto non riesco a darmi una risposta (forse anche perché in quei momenti sono egoista e penso solo al mio dolore e ai miei problemi), ma poi mi dico che vivo grazie alle persone che mi stanno attorno, che mi amano, che mi appoggiano e mi danno fiducia nelle mie scelte e che mi sostengono nelle difficoltà. A volte, comunque, anche quest'ultima situazione può mettere in crisi: la paura di deludere le aspettative di chi ti vuole bene, di non essere all'altezza, di essere valutati in modo migliore di quello che in realtà ci si sente di essere. E io credo che questo non sia solo un mio problema, ma anche di altri giovani. Ci sono anche ragazzi con il problema opposto: avrebbero bisogno di sostegno e di fiducia per realizzarsi, ma nessuno, o pochi, credono in loro e quindi si sentono dei perdenti. Io però credo che tutti abbiano delle doti, ognuno deve solo riuscire a trovare la propria strada, quella giusta che lo renderà un uomo maturo, soddisfatto di ciò che è riuscito a costruire. Spesso si sente dire dagli adulti che "non ci sono più i giovani di una volta". Questa affermazione comunque l'ho sentita anche studiando filosofi dell'antica Grecia, che si lamentavano di questo problema e ripensavano ai tempi passati con malinconia. Quindi è normale che in ogni generazione ci siano dei cambiamenti, anche se io credo che si possa notare che in tutti, in chi più in chi meno, rimangono sempre i valori fondamentali: la vita, l'amicizia e la solidarietà.

Noi giovani d'oggi ci uniamo molto nella musica, si ama andare con il proprio gruppo ai concerti; unisce il cinema, ma anche lo sport, anche se purtroppo talvolta, soprattutto nel calcio, si sentono episodi sgradevoli di violenza sulle tribune. Io, pur essendo una ragazza, non riesco a capire il motivo di questa violenza la domenica, perché credo che il calcio, come tutti gli altri sport, debba servire ad unire le persone,a divertirsi in compagnia, dimenticando le fatiche fatte durante tutta la settimana appena trascorsa. A noi giovani stare in gruppo, assieme ai nostri coetanei, serve per condividere gli stessi sogni, le stesse esperienze e gli stessi problemi, è un modo per confrontarsi. Infatti molto spesso troviamo difficoltà a comunicare con gli adulti, che sembra non riescano a capirci con le loro idee di un "tempo". Spesso gli adulti non capiscono il nostro modo di vestire, i nostri gusti su quanto riguarda la musica e il cinema, sul modo di passare il tempo libero ("guarda meno televisione e goditi l'aria fresca", "non vivi senza cellulare?") e questo è motivo di contrasto, che talvolta porta al desiderio di più libertà e alla voglia di passare più tempo possibile in compagnia dei propri amici. Per noi giovani la vita è proprio una sfida, perché, ora che piano piano ci stacchiamo da mamma e papà, dobbiamo imparare ad affrontare più autonomamente le occasioni che ci si presentano nel cammino della nostra vita e nel cercare di realizzare i nostri sogni. Ma nello stesso tempo è un'avventura, perché dobbiamo superare i vari ostacoli che la vita ci mette di fronte e non lasciarci abbattere, ma continuare ad andare avanti e pensare sempre alla meta finale. E un po' come quando si deve fare una scalata in montagna: la sfida è quella di raggiungere la meta nel migliore dei modi, ma nello stesso tempo è un'avventura, perché si vedono quali sono le proprie capacità e con queste si cerca di superare tutti gli ostacoli. Io comunque credo che la vita sia la sfida più bella e dobbiamo imparare a viverla giorno per giorno nel migliore dei modi, assaporando ogni momento, che sia di gioia che di dolore, che ci viene regalato da Dio e gustando i bei momenti che trascorriamo in compagnia delle persone a noi care.

 

Bibliografia e Linkografia

 

•1        Viaggio Apostolico a Sydney del Santo Padre Benedetto XVI in occasione della Celebrazione della XXIII Giornata Mondiale della Gioventù. (Sydney, Molo di Barangaroo di Sydney
Giovedì, 17 luglio 2008) Festa di accoglienza dei giovani

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2008/july/documents/hf_ben-xvi_spe_20080717_barangaroo_it.html

•2        Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la XLIII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali "Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia" (Città del Vaticano, 24 maggio 2009)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/communications/documents/hf_ben-xvi_mes_20090124_43rd-world-communications-day_it.html

•3        Discorso del Santo Padre Benedetto XVI ai Vescovi della Conferenza Episcopale del Benin in visita ‘Ad Limina Aposolorum' - Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo (Giovedì 20 settembre 2007)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2007/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20070920_ad-limina-benin_it.html

•4        Angelus per la Solennità dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria di sabato 8 dicembre 2007 (Piazza San Pietro)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/angelus/2007/documents/hf_benxvi_ang_20071208_immaculate_it.html

•5        Angelus per la Giornata della Vita celebrata dalla Chiesa Italiana di domenica 1 febbraio 2009

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/angelus/2009/documents/hf_ben-xvi_ang_20090201_it.html

•6        Viaggio Apostolico del Santo Padre Benedetto XVI in Camerum e Angola (17-23 Marzo 2009) - Discorso del Santo Padre nell'incontro con i giovani - Stadio dos Coqueiros (Sabao 21 marzo 2009) http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2009/march/documents/hf_ben-xvi_spe_20090321_incontro-giovani_it.html

•7        Discorso del Santo Padre Benedetto XVI ai giovani dell'Arcidiocesi di Madrid (Spagna) venuti a Roma per la consegna della Croce per la Giornata Mondiale della Gioventù 2011 - (Aula Paolo VI - Lunedì 6 Aprile 2009)

http://212.77.1.247/holy_father/benedict_xvi/speeches/2009/april/documents/hf_ben-xvi_spe_20090406_croce-gmg_it.html     

 

Sito della Pontifica Accademia Pro Vita http://www.academiavita.org/

            Sito del Movimento per la Vita Italiana http://www.mpv.org/

            Sito Giovani e Missione http://www.giovaniemissione.it/index.php

            Sito Pontificie Opere Missionarie http://www.poim.it/

Sito Apostolato Giovani per la vita http://www.youthfl.org/

 

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Dossier a cura di D.V. - Agenzia Fides 06/08/2009; Direttore Luca de Mata


© Agenzia FIDES agosto 2009

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