Rassegna stampa Speciali

Don Gnocchi e Montini, storia di un'amicizia

Che fossero ottimi i rapporti tra don Gnocchi e Montini si sapeva. Ma ora padre Leonardo Sapienza ci fa conoscere in dettaglio la storia di questo legame, grazie al suo recente Un amico. Don Carlo Gnocchi e Giovanni Battista Montini (Roma, Edizioni Viverin, 2018, pagine 81, euro 6).

L’intesa spirituale e operativa tra questi due uomini è chiara fin dalla copertina del libro, per la quale è stata scelta una fotografia del 1954 che li ritrae assieme vicino a un mutilatino, nel Collegio Santa Maria della Pace di Roma. «Esistono immagini — scrive Sapienza — che spiegano meglio di tante parole il significato di un incontro e i sentimenti di coloro che ne furono i protagonisti». Montini era allora pro-segretario di Stato, mentre don Gnocchi dirigeva la Federazione Pro Infanzia Mutilata (che sarebbe poi diventata la fondazione Pro Juventute), da lui creata cinque anni prima.

Don Gnocchi e Montini al Collegio Santa Maria della Pace di Roma (1954)

Molti gli elementi che accomunano questi due uomini. Lombardi — di San Colombano al Lambro l’uno, di Concesio l’altro, entrambi dunque espressione della Chiesa ambrosiana — «incarnarono una spiritualità profonda, vestita tuttavia di efficace concretezza. Due giganti della carità che non sperimentarono l’amore sui libri, vivendolo piuttosto — nota Sapienza — in prima persona l’uno dentro le parrocchie, nella normalità della vita pastorale milanese, e l’altro verso le intricate frontiere della diplomazia».

L’amicizia tra i due nasce subito dopo la seconda guerra mondiale (le prime tracce risalgono al 2 agosto 1948), alimentando un rapporto che non si è interrotto nemmeno con la prematura morte di don Gnocchi.

Fu nel 1942 — mentre si trovava nell’inferno russo, sulle rive del Don come cappellano militare — che don Carlo intuì la sua missione: tentare di ricostruire la società distrutta partendo dai bambini, specie da quanti si trovavano in particolare difficoltà per le contingenze del tempo: inizialmente furono gli orfani di guerra, poi i mulattini e i mutilatini (vittime delle violenze sessuali e degli ordigni lasciati per la Penisola), quindi i bimbi colpiti da poliomielite, infine i focomelici. Del resto, l’ascolto delle necessità contingenti caratterizza ancora oggi la fondazione Don Carlo Gnocchi Onlus.

Il progetto che don Carlo inizia a concretizzare nell’aprile 1943, appena rientrato in Italia, ha da subito un interlocutore d’eccezione: in Vaticano, infatti, monsignor Montini, Sostituto sul problema dei piccoli mutilati di guerra, non si limita a seguirlo, ma lo incoraggia fortemente. E quando nel 1952 riceve copia dello statuto della Pro Juventute, Montini plaude a un istituto che intende dare ai bambini in difficoltà non solo assistenza materiale e morale, ma anche «una sana formazione civile e religiosa». È questa la fase in cui il Sostituto si rivela decisivo per don Carlo: oltre ai preziosi incoraggiamenti, è lui ad aprirgli la strada ai rapporti con istituzioni e autorità indispensabili per una fondazione che sta nascendo e che cerca riconoscimento.

Non è dunque una scelta casuale quella che Montini compie il 24 dicembre 1954: trovandosi ancora a Roma, decide di celebrare la sua prima messa di Natale da neo arcivescovo di Milano nel centro Pro Juventute della capitale. È la realizzazione di un desiderio profondo: il suo primo saluto da arcivescovo al Bambino destinato alla croce, infatti, Montini lo vuole dare insieme a quei bambini che recano «nel corpo la sofferenza della mutilazione e della malattia». E alla presenza di don Gnocchi, i mutilatini regalano al nuovo arcivescovo due piccole stampelle fasciate con una garza macchiata di rosso. Sanno che lui li può capire.

Nella città lombarda Montini sarà vicino a don Carlo nelle sue ultime settimane di vita: nel febbraio del 1956 va a trovarlo più volte alla Columbus, dove sta morendo. E sarà sempre Montini ad andare prima a pregare sulla sua salma, poco dopo la morte e il clamoroso trapianto delle cornee, e poi a officiarne la messa funebre, davanti a una Milano in lacrime. Sarà ancora Montini, infine, a occuparsi della traslazione della salma. Del resto, quando verrà aperto il testamento di Gnocchi, vi si troverà un espresso ringraziamento alla vicinanza dimostra negli anni da Montini.

Eletto Papa e tornato a Roma, Paolo VIcontinua a sostenere e spronare la Pro Juventute. A Natale 1963 celebra messa al centro Santa Maria della Pace: «Oggi che è la festa di Gesù Bambino dove dovevo andare per far vedere che voglio bene ai bambini? — chiede ai piccoli che lo accolgono festanti — Facciamo un patto d’amicizia: io vi vorrò bene, vi seguirò (...) e poi se il Signore mi darà questa fortuna ritornerò una volta ogni tanto a trovarvi e a vedervi». Oltre a un’immaginetta del Natale, lascia loro un enorme torrone.

Tenace volontà, laboriosità, spirito di gentilezza, obbedienza al Vangelo: Montini ha parole sincere per don Gnocchi, maestro di carità di cui apprezza le doti personali, lo stile, la fiducia tipicamente cristiana che infonde coraggio anche nelle difficoltà. E pubblicamente ne ricorda la «scuola di gentilezza, di cavalleria, di umanità, che redime nel nostro paese tante debolezze e lo innalza fra i più civili del mondo». Dall’omelia per la traslazione della salma (dal cimitero monumentale alla cripta del nuovo Centro Santa Maria Nascente) risulta un ritratto partecipato e commosso: «Esile, alto, con il suo abituale sorriso, pronto sempre pronto alla buona parola, al gesto amichevole. Sotto quelle gracili membra, che forza, che tempra! (...) Le sue vere montagne erano quelle forme modeste, familiari, prive di enfasi e di retorica».

In tempi in cui la disabilità era una condanna, don Gnocchi ha ritenuto possibile sostenere e integrare socialmente questi bambini in termini non solo fisici, ma anche culturali. Ha dimostrato che un’assistenza medica e, contemporaneamente, una formazione scolastica e umana può dar loro gli strumenti per affrontare la vita con coraggio e determinazione, rendendoli cittadini capaci di autosostenersi e provvedere a se stessi. Non solo: con lucidità, don Gnocchi ha anche sostenuto che la disabilità, per riuscire davvero a integrarsi, debba essere aiutata da personale qualificato. Cosa che a tutt’oggi non si è realizzata.

Se dunque il messaggio di don Carlo è stato quello di non arrendersi, ma piuttosto di credere nella possibilità di valorizzare l’essere umano in tutte le sue caratteristiche, questo messaggio è stato compreso, sostenuto e fatto suo da Giovanni Battista Montini.

«In una società civilmente e cristianamente ordinata — dirà il cardinale il 3 aprile 1960 — le sventure altrui sono un dovere comune», un dovere a cui l’amico don Carlo non ha mai rinunciato.

di Giulia Galeotti

© Osservatore Romano - 3-4 dicembre 2018

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