Rassegna stampa Speciali

Custodire le radici cristiane

abbraccio Cristo 1SARAJEVO, 6. «L’Europa deve riscoprire le proprie radici, la propria identità cristiana. Soltanto così non dovrà temere il radicalismo islamico»: ad affermarlo è l’arcivescovo di Sarajevo, cardinale Vinko Puljić, in merito alla situazione in Bosnia ed Erzegovina, dove negli ultimi tempi si sta diffondendo un clima di intolleranza religiosa.
Il porporato si è espresso in tal senso in dichiarazioni alla fondazione di diritto pontificio Aiuto alla Chiesa che soffre che nei giorni scorsi ha lanciato una campagna di raccolta fondi dal titolo «Non c’è Europa senza Cristo», a sostegno degli studenti del seminario Redemptoris Mater di Vinnycja, in Ucraina, e per l’ampliamento del centro giovanile San Giovanni Paolo II a Sarajevo. Puljić ha messo in evidenza la difficile situazione nel paese balcanico (dove circa il 45 per cento della popolazione è musulmano e il 36 ortodosso), dal quale si stima che ogni anno emigrino circa diecimila cattolici. «È dalla fine della guerra che la nostra piccola comunità continua a diminuire di anno in anno, a causa dell’assenza di uguaglianza a livello politico e giuridico. Alcuni non trovano lavoro, altri invece hanno un impiego ma non riescono più a vivere in una nazione dove non godono degli stessi diritti degli altri cittadini», ha sottolineato. I cattolici (circa il 15 per cento della popolazione) subirebbero discriminazioni in entrambe le entità istituite dall’accordo di Dayton nel 1995, ovvero la Federazione croato-musulmana e la Repubblica serba di Bosnia o Srpska. L’arcivescovo di Sarajevo riconosce al riguardo le responsabilità della comunità internazionale che «non ha offerto a noi cattolici lo stesso aiuto concesso ad altri gruppi». La Chiesa locale cerca di favorire un clima di tolleranza attraverso diverse iniziative, specialmente rivolte ai giovani nel centro San Giovanni Paolo II , che accoglie anche ragazzi di altre fedi. Ma «non possiamo farcela da soli, siamo una piccola realtà». Un altro problema è rappresentato dall’islam radicale: «Vi è un grande investimento da parte di alcuni paesi arabi che costruiscono moschee e perfino interi villaggi in cui far vivere quanti giungono qui dalle loro nazioni. Con i musulmani slavi abbiamo buoni rapporti, mentre con gli islamici radicalizzati provenienti dal mondo arabo è più difficile dialogare, soprattutto perché, specialmente a livello politico, ignorano la nostra p re s e n z a » . Ecco perché, conclude il cardinale, «l’Europa deve imparare a custodire le proprie radici cristiane».

© Osservatore Romano - 8 agosto 2018

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