Rassegna stampa Speciali

C’è un’arma segreta contro la mafia: i maestri elementari

“C’è un’arma segreta contro la mafia: i maestri elementari”. Parola più parola meno, così Gesualdo Bufalino, immenso poeta e scrittore siciliano, rispondeva tanti anni fa in un’intervista televisiva. E dovendo oggi rilanciare la riflessione sul Mezzogiorno, forse è necessario ripartire dai “fondamentali”, o se volete dall’essenziale. E l’educazione, soprattutto quella di base, appare il collante necessario per riprendere un tragitto di legalità, di democrazia e di sviluppo per quella parte del territorio italiano in cui il gap rispetto al resto del Paese è divenuto strutturale. Un gap, è bene ricordarlo, che non risparmia nessun ambito: dall’economia al lavoro, dalle infrastrutture agli investimenti, dalla ricchezza prodotta ai servizi, dall’alfabetizzazione di base all’alta cultura, dall’efficienza della pubblica amministrazione alla tenuta delle classi dirigenti. Un quadro di sostanziale ritardo, dinanzi al quale si manifesta un silenzio imbarazzato delle classi dirigenti che hanno operato la scelta più facile: eliminare per decreto la questione meridionale e inventare il mito del federalismo come strumento di governo dei territori.

Ma la realtà sta lì a dimostrare che dalle emergenze non si esce con gli slogan e che le scorciatoie possono portare in un vicolo cieco. Soprattutto in un Paese come l’Italia, lungo e stretto, dove non si perde un istante per fare la valigia, prendere un treno o un aereo e cercare al Nord la soluzione dei propri problemi di sopravvivenza. Dove si ferma il Sud? Qual è il confine che lo divide dal Nord del Paese? E’ più facile imbattersi in un terrone a Torino, di prima seconda o terza generazione non importa, di quanto sia possibile distinguere a Roma un abruzzese da un veneto. Insomma, la frontiera è davvero mobile e le contraddizioni, all’interno di un Paese come il nostro, possono solo essere trasferite da un territorio all’altro, ma non possono essere eluse. E ci chiediamo come reagirebbero la Lega e tutte le articolazioni dei partiti nazionali del Nord, a forte trazione federalista, se dal Sud partisse una nuova massiccia ondata di emigrazione come avvenne negli Anni Sessanta. Un’immigrazione fatta non solo di laureati e diplomati, come è accaduto negli ultimi dieci anni, ma di veri nuovi sottoproletari, siano essi precari o sommersi. Le famiglie meridionali, infatti, sono allo stremo e non reggono più il peso dei giovani senza lavoro. Ma anche degli adulti che il lavoro l’hanno perso e non godono di ammortizzatori sociali. Questa non è una provocazione, ma un avvertimento sì. Le classi dirigenti del nostro Paese, rispetto al Sud dormono il sonno di Omero. Sino a quando pensano di tirare la corda? A quale punto di esasperazione pensano di poter spingere le comunità del Mezzogiorno? Aldo Cazzullo ha fustigato a modo suo “L’Italia de Noantri” spiegandoci “come siamo diventati tutti meridionali” e offrendo un’immagine romanocentrica dell’inclusione – rigorosamente al ribasso – che boccia tutti, i meridionali come i settentrionali. Dobbiamo arrenderci a questo “destino” senza appello? Intanto facciamo nostra l’aspirazione dei vescovi che presto offriranno alla Chiesa italiana e al Paese un importante strumento di riflessione sul destino del Mezzogiorno: loro vedono e desiderano una “sola Italia”, in cui le parole comuni siano la sussidiarietà e la solidarietà. A queste ci permettiamo di aggiungerne un’altra: l’interdipendenza. Vogliamo credere che questa frontiera mobile che divide il Paese possa essere sempre più attraversata da Nord verso Sud. In quest’ottica ci piace ricordare un grande uomo del Nord, Pasquale Saraceno, che ha speso la sua vita per il riscatto e lo sviluppo del Sud. E speriamo che nascano presto altre vocazioni, simili a quella. Con un’avvertenza: bisogna fare presto. Le pulsioni profonde del Paese, la crisi economica e gli egoismi territoriali e di categoria possono, da un momento all’altro, trasformare la frontiera mobile tra Sud e Nord in un altro muro. E i muri, si sa, si edificano in un attimo e per abbatterli talvolta passano i secoli.

Domenico Delle Foglie

© http://www.piuvoce.net/newsite/index.php - 3 dicembre 2009

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