Rassegna stampa Speciali

L'Eparchia di Lungro degli italo-albanesi dell’Italia continentale nel centenario della sua istituzione. Anticipatori del moderno ecumenismo

eparchiaPietro Lanza, Protosincello dell’eparchia di Lungro

L’udienza del Papa in occasione del primo centenario della sua istituzione è stata per l’eparchia di Lungro l’occasione per innalzare il canto di ringraziamento alla Trinità tutta santa. Nel mese di settembre, a suggellare questo particolare percorso storico, visiterà ufficialmente l’eparchia il patriarca ecumenico Bartolomeo. Sarà un grande evento, non per l’eparchia ma per il mondo intero, che renderà testimonianza degli effettivi passi di riavvicinamento fraterno tra cattolici e ortodossi anche grazie a una piccola Chiesa, che pratica l’ecumenismo come “priorità” e si adopera nella costruzione di ponti per l’avvicinamento delle terre e l’incontro tra le persone, avendo incise sullo stemma le parole del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo: “ΙΝΑ ΩΣΙΝ ΕΝ” – “që të jenë një” – “ut unum sint”.

La qualifica di «anticipatori del moderno ecumenismo» è stata attribuita il 25 aprile 1968 da Paolo VI agli albanesi ricevuti in udienza in occasione della commemorazione del quinto centenario della morte del condottiero albanese ed eroe europeo Giorgio Castriota, denominato Skanderbeg dagli ottomani e atleta di Cristo e difensore della fede cristiana da Callisto III e dai suoi successori, per essere riuscito a mantenere non solo la propria patria libera, ma anche l’Europa salva dal pericolo ottomano dal 1443 al 1467. Alla sua morte (17 gennaio 1468), gli albanesi, che ne ebbero la possibilità, abbandonarono la madre patria per poter rimanere in vita, liberi e cristiani. In quell’esodo, a diverse ondate, si spostò un popolo con tutto il suo patrimonio immateriale, una Chiesa con tutte le sue radici; nell’antica e nobile terra rimanevano solo morte e desolazione.
I profughi provenivano da territori di tradizione bizantina, soggetti alla giurisdizione dell’arcivescovado di Ochrida, sottoposto al patriarcato ortodosso di Costantinopoli. A seguito del concilio di Firenze del 1439, furono fraternamente accolti e trovarono rifugio e ospitalità nelle terre del Meridione italiano, a ridosso di conventi e monasteri cattolici. In quei territori erano ancora vive le tradizioni bizantine e l’unità ecclesiale del primo millennio dell’era cristiana, quando greci e latini, nelle differenze culturali e linguistiche e con la ricchezza delle diversità rituali lodavano insieme lo stesso Dio sotto la giurisdizione del Papa.
Paolo VI si rivolse con voce vibrante agli oltre 2.500 albanesi presenti all’udienza del 25 aprile 1968, che lo interruppero varie volte con scroscianti applausi; essi provenivano particolarmente dai paesi arbëreshë di Basilicata, Calabria e Sicilia, ed erano guidati dagli ordinari diocesani di Lungro, Piana degli Albanesi e Grottaferrata e accompagnati dal clero cattolico bizantino. Mancavano gli albanesi d’Albania per la privazione che vivevano di ogni libertà e in modo particolare di quella religiosa, essendo lo Stato albanese dichiaratosi ateo per legge nel 1967. In quel Paese era proibito pregare Dio, esercitare la libertà più grande dell’essere umano di ricercare le proprie radici, il senso della vita. Nell’antica e nobile lingua di quel popolo a cui era stata cucita la bocca si elevavano preghiere a Dio nei Paesi albanesi d’Italia, come aveva decretato in quello stesso 1968 il secondo vescovo dell’Eparchia di Lungro, monsignor Giovanni Stamati, che, a seguito del concilio Vaticano II, riconosceva l’uso anche liturgico della lingua materna albanese, dichiarando solennemente la massima vicinanza spirituale a una terra alla quale i fedeli dell’eparchia di Lungro guardavano con ancestrale affetto e a un popolo del quale non aveva assolutamente a perdersi la presenza nella storia dell’umanità, in attesa operosa di un’alba che lo avrebbe rivisto libero. Quel 25 aprile 1968 per ben due volte Paolo VI usò l’aggettivo «paterno». Difatti tale è stato l’atteggiamento nel tempo della Santa Sede verso i discendenti di quei profughi esuli dalla loro terra per motivi di fede e in tal senso sono stati molti i provvedimenti di benevolenza verso di loro.
Il più alto è sicuramente costituito dalla costituzione apostolica Catholici fideles graeci ritus (13 febbraio 1919) di Benedetto XV, con la quale veniva istituita l’eparchia di Lungro e dato un riconoscimento ecclesiale e giuridico alla loro secolare presenza in terra italiana; a questa diaspora necessitava un corpo unitario per poter continuare a vivere ed essere dono nell’espressione viva di una legittima diversità nella cattolicità della Chiesa. La Catholici fideles è il primo e più alto provvedimento di riconoscimento degli arbëreshë e costituisce il loro documento di tutela più prezioso. Grazie a essa si è potuta conseguire la formazione di una mentalità di appartenenza, l’uso veicolare di una lingua oltre i confini familiari e il mantenimento efficace di un dono ricevuto dai propri genitori, la fede cristiana, vissuta secondo la tradizione bizantina. Agli inizi del suo ministero episcopale, monsignor Donato Oliverio, quarto vescovo dell’eparchia di Lungro, ha guidato un pellegrinaggio di fedeli alla tomba dell’apostolo Pietro, per elevare ringraziamento a Dio per la tanta benevolenza elargita agli arbëreshë nel corso della loro permanenza in Italia e per ribadire la piena fedeltà degli italo-albanesi alla Chiesa cattolica e al Papa. Appena un mese dopo, il 4 giugno 2013, accompagnato da una delegazione del suo presbiterio, è stato ricevuto ufficialmente in visita a Costantinopoli dal patriarca Bartolomeo, al quale ha confermato che gli italo-albanesi mantengono viva la fede cristiana nella tradizione bizantina ricevuta dai padri, senza mai averla abiurata e senza mai essere stati costretti ad aderire alla Chiesa cattolica abiurando la fede dei padri.
Nell’eparchia di Lungro, nella pienezza di comunione ecclesiale con la Sede di Pietro, si vive e si osserva in maniera ininterrotta la tradizione bizantina con il suo ricco patrimonio liturgico, cerimoniale, iconografico, teologico, spirituale, melurgico. Tali caratteristiche la rendono, in Calabria, in Italia e nel mondo intero, un unicum, un segno vivente della realtà dei primi secoli dell’era cristiana, quando greci e latini, pacificamente, vivevano in comunione e lodavano insieme, ciascuno nella propria lingua e secondo le proprie tradizioni, l’unico e solo Dio.
Sulla base di tali caratteristiche l’eparchia svolge una particolare attività ecumenica, che, nell’aprile 2015, ha visto il vescovo Donato, sempre accompagnato da una delegazione del presbiterio, con tono sinodale, recarsi in Albania a baciare la terra degli antenati e a incontrare i vescovi albanesi, cattolici e ortodossi, nonché i responsabili delle comunità musulmane e bektashane, simboli viventi della rinascita della luce in quella terra di martirio e segnali di speranza per il mondo intero per le loro scelte di dialogo e di passi di pace; e, ancora, nell’ottobre 2017, recarsi in Grecia dall’arcivescovo di Atene e di tutta l’Ellade, Ieronimos. Nello stesso tempo sono stati accolti e ospitati fraternamente eminenti rappresentanti della Chiesa ortodossa, giunti con la benedizione del patriarca Bartolomeo, dai quali sono state pronunciate significative parole durante la visita di alcuni paesi dell’eparchia. Questi venerabili fratelli in Cristo hanno gioito nel conoscere la storia e la realtà di una Chiesa orientale, viva e concreta, nel territorio della Chiesa cattolica in Italia, legata all’Oriente per il patrimonio liturgico-spirituale e in piena comunione con la Santa Sede, secondo la Laetentur caeli del concilio di Firenze. Essi, unitamente ai fedeli dell’eparchia, nella stupenda cattedrale di Lungro, hanno lodato Dio per la magnifica opera da lui svolta tramite la Santa Sede. Costoro hanno dichiarato di aver scoperto tra gli italo-albanesi dell’eparchia dei «fratelli dei quali ignoravano l’esistenza», pienamente appartenenti alla Chiesa cattolica ma altrettanto pienamente fedeli alla tradizione bizantina dei padri.
Nel vissuto di ogni giorno, nei paesi dell’eparchia di Lungro, si ha la possibilità di constatare un’integrazione magnificamente riuscita, dove le differenze non dividono ma, piuttosto, nella condivisione, arricchiscono reciprocamente. In questi centri le persone, per strada e in famiglia, parlano due lingue, l’italiano imparato a scuola e la lingua arbëreshe, appresa succhiando il latte dal seno materno, senza nessuna difficoltà. Nelle chiese, durante le ufficiature liturgiche, si prega e si canta in greco e in albanese, custodendo viva la memoria degli antenati e ringraziando Dio per coloro che, nel tempo della Provvidenza, li hanno fraternamente accolti, ospitati e favorito la loro magnifica integrazione,
Tra i fedeli di rito bizantino dell’eparchia e i fedeli delle vicine Chiese sorelle di rito latino, vigono proficui e quotidiani rapporti di piena e fraterna collaborazione in Cristo, rendendo testimonianza storica e documentata della possibile pacifica convivenza, nella condivisione delle differenze e diversità, che arricchiscono reciprocamente e “insieme” cantano meglio la gloria che si conviene a Dio, come artefici e testimoni della bellezza della piena respirazione del corpo di Cristo con i due grandi storici polmoni, come auspicava Giovanni Paolo II. Consolano e rafforzano la Chiesa di Lungro gli incoraggiamenti e gli insegnamenti, i gesti forti e concreti di Papa Francesco, per il raggiungimento dell’unità, a qualsiasi costo. E il ricordo della straordinaria visita che il Pontefice ha fatto in Calabria, il 21 giugno 2014, quando ha benedetto la meravigliosa regione con l’evangeliario che, nel quotidiano, riposa in trono sull’altare della Chiesa cattedrale San Nicola di Mira dell’eparchia di Lungro.
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Trenta parrocchie con quarantamila fedeli
Con lo stile del «precursori del moderno ecumenismo», come li definì Paolo VI, i fedeli italo-albanesi hanno voluto riaffermare al Papa il loro impegno di testimonianza cristiana, proprio in occasione del centenario dell’eparchia di Lungro. Lo ha assicurato, nel saluto iniziale al Pontefice, l’eparca Donato Oliverio, presentando anche il cardinale albanese Ernest Simoni. Nel ricordare il sostegno concreto della Sede apostolica, ha fatto presente che «i fedeli dell’eparchia sono circa 40.000 e ad assisterli sono una cinquantina di sacerdoti oggi tutti presenti. Trenta sono le parrocchie di rito bizantino». Un realtà, ha spiegato, che «rende visibile in Italia la bellezza della Chiesa che, come corpo unico, in piena comunione e sintonia con le altre diocesi, nella differenza delle lingue e tradizioni, loda Dio sotto la guida paterna e unitaria del Papa». L’eparca, rinnovando l’impegno ecumenico, non ha nascosto i drammi di ieri e di oggi: «Il nostro popolo per la sua storia è un popolo di immigrati, i nostri padri dovettero abbandonare la loro patria per poter rimanere in vita, liberi e cristiani, ma anche di emigrati per motivi di lavoro. Oggi molti giovani disoccupati sono costretti a lasciare le comunità in cerca di un lavoro dignitoso».

© Osservatore Romano - 26 maggio 2019


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