Rassegna stampa Speciali

A testa alta

Dieci anni sono passati dalla morte di Aleksandr Solženicyn, e l’11 dicembre saranno trascorsi anche cento anni dalla sua nascita, e i convegni che gli verranno dedicati non si contano: in patria e all’estero non c’è comunità di slavisti che non si prepari a ricordare l’evento. Il valore che Solženicyn aveva in vita non è diminuito dopo la sua scomparsa, anzi, là dove le passioni politiche hanno lasciato lo spazio a un giudizio più ragionato, l’evidenza di questo valore si è fatta più chiara e meditata: Solženicyn ha segnato la storia del XX secolo per lo sguardo che ha avuto sull’uomo, uno sguardo che ha saputo mostrarne l’inesauribilità anche là dove tutto sembrava condannare l’uomo e ridurlo a un misero granello, spazzato via dalla casualità degli eventi o macinato dalla macchina del potere. 

Monumento alle vittime del sistema gulag (particolare, Mosca)

 

Dalla concentratissima e minuscola Giornata di Ivan Denisovič (che narrava la giornata tipo di un detenuto in un «normale» campo staliniano) all’enorme affresco sull’Arcipelago Gulag (che tracciava la storia e smascherava l’intenzione omicida dei campi di concentramento sovietici), tutta l’opera di Solženicyn è la testimonianza del permanere di un’umanità piena anche là dove lo svuotamento, il vero e proprio annichilimento dell’uomo sembrava aver raggiunto un livello di non ritorno: l’uomo poteva tradire la propria dignità fino a diventare un carnefice senza più umana parvenza o una vittima senza più memoria non solo della sua dignità ma neppure della sua esistenza; e però, come dice Solženicyn descrivendo uno dei suoi indimenticabili personaggi, poteva anche resistere fino a conservare la capacità di restare a «testa alta» di fronte a tutti perché, là dove tutti si piegavano, i suoi occhi «fissavano qualcosa di invisibile» che stava più in alto sopra la testa di tutti, di tutti i detenuti come di tutte le guardie.
«Il mondo e l’uomo non si ritrovano mai nel solco appositamente preparato», diceva Solženicyn utilizzando una formulazione proverbiale che dava anche l’idea dell’origine del suo sguardo: una verità che era frutto dell’esperienza di tutto un popolo e non un’invenzione o l’esito di un ragionamento astratto; e una delle tante cose che restano della sua opera come un lascito che va ben oltre i dieci anni trascorsi è proprio questo sguardo realistico sull’uomo, più forte di ogni potere e irriducibile a ogni schema perché irrimediabilmente imprevedibile, cioè irrimediabilmente libero.
E si fissa, questo lascito, nella storia del secolo passato e anche oltre, perché proprio nel secolo delle ideologie e della riduzione di tutto alle idee, Solženicyn ha saputo mostrare che là dove l’uomo riscopre questa sua irriducibilità è capace di restituirla non solo a tutti i suoi simili ma anche a tutto il mondo; e la verità, che poteva essere ridotta a un’idea astratta o poteva essere usata per rendere gli uomini schiavi, torna a essere vita: non fa più paura, non è più usata per condannare ed escludere, ma apre spazi di incontro e di vita, diventando addirittura affascinante.
È la potenza della letteratura e dell’arte che sa mostrare questa dimensione di libertà e di gratuità come qualcosa di bello e di vivibile nell’epoca della solitudine e della negazione di ogni forma. Se questo sguardo sull’uomo, come essere libero nel secolo dei nuovi Colossei, ha saputo imporsi a dispetto di tante brutture e deformità è proprio perché si è presentato non con la forma di un nuovo discorso astratto, eternamente contestabile, ma con la forza di un’autentica esperienza estetica: hai davanti qualcosa che si impone con la sua presenza e di cui fai esperienza, vedendolo, sentendolo, toccandolo e, alla fine, ammirandolo pieno di sorpresa e stupore.
In questo senso, la novità dello sguardo di Solženicyn sull’uomo e sulle cose si può comprendere fino in fondo proprio alla luce di questa sua dimensione di artista.
L’uscita dalla menzogna ideologica, e dalla sua radicale negazione dell’umanità, non era realmente possibile se si restava sul piano delle pure idee, se si contrapponeva all’ideologia una nuova idea, magari più ricca: un simile modo di procedere significava restare prigionieri della dialettica ideologica, del principio secondo cui ciò che decide della verità e della realtà delle cose è sempre un’idea: buona o cattiva che sia, non fa differenza, perché quello che conta è che si pretende di sostituire la realtà (fino a eliminarla) con una fantasia. D’altro canto, una volta capito che non si poteva proporre una nuova verità ideologica, non ci si poteva neppure limitare a rinunciare semplicemente ad ogni verità: anche questo avrebbe significato una resa al principio della menzogna ideologica. Da questo punto di vista, Solženicyn aveva capito benissimo che l’idea secondo cui non esiste nessuna verità è solo uno dei tanti mezzi con cui i potenti cercano di mantenere il loro potere: se non esiste una verità con cui tutti devono fare i conti, l’unico modo per mantenere una coesistenza pacifica è affidarsi al potente di turno che metterà sempre d’accordo i suoi sudditi recalcitranti.
Per far fronte al totalitarismo occorreva uscire da questa dialettica del primato dell’idea e ritrovare il principio di realtà, ritrovare la verità del reale e nel reale, non come qualcosa che l’uomo deve immettervi a forza, facendo violenza a ciò che esiste, ma come qualcosa che è dentro il reale: non fatto da mano d’uomo, opera di un artista che l’uomo deve soltanto portare a compimento o di cui, semplicemente, non deve ostacolare la realizzazione.

E infatti Solženicyn è uscito da questa dialettica proprio riscoprendo la realtà come qualcosa che non è fatto da mano d’uomo e cercando di mostrarla come tale attraverso i propri personaggi.

di Adriano Dell'Asta

© Osservatore Romano - 6-7 agosto 2018


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