Uno sguardo compassionevole

Napoli, 2004 © Emiliano Mancuso

Punti di resistenza

L’Italia dei semplici e degli esclusi negli scatti di Emiliano Mancuso


Ciò che più colpisce nelle immagini di Emiliano Mancuso, fotografo e regista romano scomparso prematuramente nel 2018 all’età di 46 anni, è lo sguardo compassionevole, l’empatia con la quale si rivolgeva e ritraeva i suoi soggetti, le persone. Era attento, rispettoso, partecipe e questo faceva di lui un artista speciale. Generoso al punto da anteporre gli interessi di quanti fotografava ai propri, mettendo la sua esperienza al loro servizio. Perché il mondo di riferimento di Mancuso era quello della gente semplice, della gente dimenticata, emarginata. La sua era una fotografia di denuncia, ma dal di dentro, si può dire, come se tutto lo riguardasse direttamente, perché si calava nelle situazioni per poterle raccontare meglio. «Personalmente non credo che la fotografia possa cambiare il mondo né che questo sia il suo scopo, può migliorarlo però, lasciando memoria di quello che è stato» diceva, e con questa forte consapevolezza ha affrontato ogni lavoro.

Tutto questo si ritrova nel bel libro Una diversa bellezza (Roma, Contrasto, 2020, pagine 259, euro 35) ideato e curato da Renata Ferri, che raccoglie e ordina l’opera di Emiliano Mancuso attraverso una selezione di 276 immagini rappresentative della sua produzione fotografica e cinematografica. Il tutto arricchito da testi della curatrice, di Lucia Annunziata, Giovanna Calvenzi, Domenico Starnone, Valerio Laurenti e da uno scritto dello stesso fotografo. Sfogliare le pagine di questo volume significa intraprendere un viaggio appassionato e appassionante attraverso i temi trattati da Mancuso nel corso degli anni, ma anche nelle sue sperimentazioni tecniche, dal bianco e nero al colore, dall’analogico al digitale, senza dimenticare l’immediatezza della Polaroid, fino al passaggio dall’immagine fissa a quella in movimento.

Se si vuole trovare uno sfondo per il lavoro di Mancuso, non è difficile individuarlo nell’Italia, rappresentata dal punto di vista economico, politico e sociale. Uno sfondo sul quale si affollano tanti personaggi, con le loro storie. Vicende di singoli o di gruppi, episodi circoscritti a un ristretto territorio o legati a eventi che hanno coinvolto l’intero paese negli ultimi anni. Nel raccontare, l’obiettivo di Mancuso si sofferma sul quotidiano, puntando sui problemi più urgenti. Ci sono le storie di persone che non ce la fanno ad arrivare a fine mese, disoccupati, lavoratori pagati in nero, pensionati, senza casa, ma anche storie di criminalità, di degrado ambientale. E nel privilegiare queste realtà ci offre, come scrive Starnone, «immagini in cui tematica, stile, responsabilità dello sguardo cercano un nuovo equilibrio e una diversa bellezza». Ma mostra anche la resistenza delle persone di fronte alle difficoltà, quella capacità di resilienza che si attiva nonostante lo scoramento del momento, spingendole ad andare avanti.

Il libro è diviso in tre sezioni che ricalcano lo sviluppo progressivo dei diversi progetti a cui Mancuso ha lavorato: «Terre di Sud», «Stato d’Italia», «Il diario di Felix». Il primo risale all’inizio della carriera — era il 2003 — quando il fotografo parte per documentare il Mezzogiorno. È un viaggio di scoperta, influenzato dalla fotografia di strada, con incontri casuali che si riflettono in scatti spontanei, raccontando la realtà quotidiana, la gente comune. «Non c’è ancora consapevolezza nello sguardo — annota Ferri — ma già nelle prime immagini è straordinaria la sua capacità di relazione con l’altro, chiunque esso sia, spesso parte di un’umanità occasionale, talvolta marginale. Mancuso si avvicina, entra nelle vite degli altri, se ne fa complice. Un’empatia naturale segna la sua visione e la addolcisce: sempre clemente, mai giudicante».

Da questa prima esperienza, durata ben cinque anni, nasce l’idea di un progetto più ampio respiro. «Stato d’Italia», avviato nel 2008, documenta infatti la crisi economica del 2008, che mette in ginocchio soprattutto le fasce più deboli della popolazione. In questa sezione s’incontrano la rivolta dei braccianti a Rosarno, la crisi industriale in Sardegna, il racconto delle periferie urbane da Nord a Sud, gli sbarchi di migranti a Lampedusa; scene di quotidiana resistenza e di apparente normalità dalle quali emergono con forza i drammi della disoccupazione e della povertà, nonché le condizioni di disagio in cui, in alcuni casi, sono costretti a vivere i bambini. «La fotografia di Mancuso diventa progettuale», sottolinea la curatrice. Nella foto ci sono meno spontaneità e casualità e il risultato «è un affresco in bianco e nero, forte e struggente». «Un progetto — come egli stesso spiegò — che vuole essere il mio contributo alla riflessione sul Paese, di fatto il contributo di un fotografo o, se vogliamo, di un cittadino sempre sorpreso della realtà italiana».

L’ultima parte del volume è dedicata alle sperimentazioni degli ultimi anni. Mancuso nel 2016 avvia un lavoro di reportage su Casa Felix, una casa famiglia della periferia orientale di Roma che accoglie sia minori del circuito penale che scontano misure alternative al carcere, sia minori in attesa di affido o di adozione. Senza abbandonare il terreno dell’indagine e della documentazione, in questo caso il progetto «Il diario di Felix» si concretizza in un documentario — le immagini di questa sezione sono fotogrammi tratti dal film — una sorta di romanzo corale composto dai ragazzi ospiti della casa famiglia, in particolare di Giuseppe e Valerio, con le loro storie minime di piccola criminalità e normali problemi adolescenziali. È l’esplorazione di un mondo chiuso, ma soprattutto, sottolinea Ferri, è «l’esperienza dell’incontro tra esseri umani legati da emozioni comuni. Emiliano Mancuso ha bisogno di sentire l’odore delle vite che racconta, ha l’esigenza di partecipare, di entrare in relazione, fare amicizia. Per questo si è fermato. Ha smesso di viaggiare per l’Italia».

«Mi sono messo in gioco — scriveva il fotografo — ho rivisto in queste storie di adolescenti frammenti della mia storia, ho fatto un viaggio nella mia adolescenza per avvicinarmi e comprendere la loro… Mi aspettavo una storia di denuncia o un’inchiesta giornalistica e invece ho incontrato una piccola fiaba metropolitana sull’amicizia e sul diritto negato a un’adolescenza normale».

Quella di Mancuso è fotografia umanista nel suo più profondo significato. Dietro all’apparente ingenuità che trapela dai suoi scatti, mai inclini all’estetismo fine a se stesso, emerge la solida convinzione dell’importanza di documentare, soprattutto di comprendere — e, perché no, anche commuovere — annullando la distanza dal soggetto. Entrando nelle vite degli altri, ci ha invitato a condividerle senza pregiudizi e stereotipi, per coglierne l’essenza. «C’è la sua sensibilità mentre disegna i protagonisti che sceglie per raccontare il Paese... E con candore, con intrepida audacia, assistiamo allo scorrere di un tempo narrato con compassione rara», conclude Ferri, che curò anche la mostra dedicata a Mancuso al Museo di Roma in Trastevere lo scorso autunno. Fu un omaggio voluto da quanti lo avevano conosciuto e apprezzato per la sua professionalità e umanità, riconoscendosi nel suo sguardo attento, partecipe, sincero. Questo libro dà a quanti non ebbero allora l’opportunità di visitare quella retrospettiva e a quanti non ne conoscono ancora l’opera di avvicinarsi a un fotografo che prim’ancora che con la macchinetta scattava con il cuore.

di Gaetano Vallini

© Osservatore Romano - 9 agosto 2020


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S. Vincenzo Maria Strambi, vescovo C.P. (1745-1824)

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