Il paradiso sono gli altri

abbraccio papa francesco 8«I giovani e la bellezza dell’incontro con Dio tra inquietudine e nostalgia» è il titolo dei corsi di teologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore inaugurati mercoledì 27 a Milano dall’arcivescovo di Modena-Nonantola e presidente della Commissione episcopale per la dottrina della fede. Pubblichiamo ampi stralci della prolusione.

Erio Castellucci

L’incontro è un valore o un pericolo? La risposta ai nostri giorni non è scontata. Sembra quasi profetico il famoso slogan lanciato nel 1943 dal filosofo Jean-Paul Sartre in un pezzo teatrale: «l’enfer, c’est les autres» (l’inferno sono gli altri). Sartre scriveva quest’opera durante la seconda guerra mondiale, quando sembrava che l’inferno avesse effettivamente conquistato la terra, che le relazioni fossero ormai solo distruttive; e ancora non si conosceva ciò che proprio in quegli anni stava succedendo nei campi di sterminio nazisti: l’orrore di relazioni umane trasformate in sopraffazioni bestiali.

Senza azzardare trasposizioni troppo rapide, che risulterebbero inevitabilmente antistoriche, va comunque denunciato l’imbarbarimento della comunicazione negli ultimi anni. Il dibattito pubblico ai diversi livelli risulta segnato dallo scontro, proprio l’inverso dell’incontro. In realtà la contrapposizione tra identità e incontro, tra affermazione di sé e interazione con l’altro, non ha ragion d’essere, perché incontro e identità si appartengono a vicenda. L’essere umano acquista gradualmente la propria identità nella “separazione” di sé dagli altri: nel graduale distacco dalla madre, con la quale inizialmente è in simbiosi; nel progressivo riconoscimento dello spazio degli altri: il papà, i parenti, i fratellini, poi gli amici, i compagni, i formatori, poi la persona amata; nel frequente incontro con le storie altrui e nelle difficoltà da affrontare, che lo irrobustiscono e lo rendono adulto. L’identità ha bisogno dell’incontro e l’incontro dell’identità. Spesso è la paura della relazione a generare lo scontro. Non è affatto vero, come talvolta si sente dire, che la persona aggressiva e prepotente è “forte”; psicologicamente è vero il contrario: il bellicoso in realtà è debole, perché non riesce a sostenere l’incontro. La personalità matura è capace di dialogo e ricerca il confronto; essendo serena con la propria identità, sa che dagli altri può ricevere integrazioni utili, impulsi per approfondire le proprie idee, provocazioni e motivazioni nuove. La personalità fragile e insicura, invece, necessita di schermi protettivi, muri e barricate e attacca frontalmente per non doversi mettere in discussione; non regge il confronto, perché non ha radici.
Nell’ambito della teologia il riscontro è semplice. L’enciclica programmatica di Papa Paolo VI, Ecclesiam suam (1964), pubblicata nel pieno svolgimento del concilio Vaticano II, impernia sulla categoria di ”dialogo” la relazione tra Chiesa e mondo contemporaneo. Papa Montini traccia i famosi quattro cerchi del dialogo, dal più grande al più piccolo: il dialogo tra tutti gli uomini, tra i credenti, tra i cristiani delle diverse confessioni e tra i cattolici. Diventa criterio della maturità della Chiesa, della sua solidità, la capacità dei suoi membri di incontrare in profondità tutti gli uomini, accogliendo ciò che di bello, vero e buono è presente nelle diverse culture ed espressioni dell’umano. Il concilio Vaticano II ha fatto propria, in questo primo cerchio, in questo grande incontro con l’uomo, la famosa sentenza di Terenzio: «homo sum humani nihil a me alienum puto esse».
In secondo luogo, è matura una Chiesa che incontra le grandi religioni e instaura con esse un dialogo capace di trovare punti d’incontro, di valorizzare le diversità, di individuare piattaforme di impegno comune. È stato Giovanni Paolo II ad avviare questo incontro con l’ebraismo e le altre religioni mondiali, specialmente l’islam; incontro che ha contribuito a scongiurare lo “scontro di civiltà” paventato o auspicato da alcuni prima e dopo lo spartiacque delle Twin Towers, l’11 settembre 2001; e che è stato proseguito dai suoi successori, Benedetto XVI e Francesco.
Anche il dialogo ecumenico, terzo cerchio dopo quello interculturale e interreligioso, si è potuto sviluppare sulla base dell’incontro. Fino a che i cristiani delle diverse confessioni rimasero chiusi nei loro gusci, lanciandosi reciproche scomuniche, le ricchezze delle singole tradizioni erano come bloccate, quasi come le composizioni floreali di plastica. Il movimento ecumenico, avviato con decisione poco più di un secolo fa e rilanciato negli ultimi sessant’anni, permise di superare lo scontro e di attivare dentro le proprie tradizioni elementi che si erano congelati. Si sperimentò gradualmente che i fiori della propria tradizione non erano di plastica, ma erano vivi e riprendevano colori e sfumature: i cattolici riscoprirono la centralità della Scrittura, i protestanti l’importanza della tradizione e gli ortodossi la necessità di aprirsi al mondo esterno.
Infine l’ultimo cerchio, quello più interno: il dialogo dentro la Chiesa cattolica. Dopo il concilio Vaticano II la Chiesa ha vissuto e vive tensioni fortissime, fratture, difficoltà nell’incontro e nel confronto. Per la verità, non c’è nulla di nuovo sotto il sole: chi studia la storia della Chiesa sa bene che le tensioni, anche forti, fanno parte della sua natura, come della natura di ogni gruppo. Del resto, in quel primo nucleo di Chiesa che erano i Dodici, non c’era uno che tradì, uno che rinnegò, uno che dubitò? E non si verificavano continue rivalità tra di loro? Il problema dunque non sono le tensioni, ma il metodo per affrontarle e trasformarle in ricchezza, il metodo per passare dallo scontro all’incontro. Questo metodo ha un nome preciso: si chiama sinodalità, cioè cammino compiuto assieme: laici, pastori e consacrati, singoli e gruppi. Su questo metodo sta imprimendo un’accelerazione papa Francesco, invitando tutti i cattolici a prendere parte attiva alla vita della Chiesa, senza paura di incontrarsi e dibattere.
Si potrebbe a questo punto tentare di rovesciare l’espressione sartriana e dire che gli altri sono il paradiso? Forse sì, sapendo che al paradiso normalmente si accede attraverso il purgatorio: perché è pur vero che l’incontro mette alla prova, lascia emergere limiti e fragilità, interroga e a volte ferisce e addolora. Ma, specialmente per i cristiani l’incontro è uno dei nomi di Dio. Il vertice della rivelazione biblica, infatti, si trova in 1 Giovanni, 4, 8.16: «Dio è amore». E l’amore è relazione, incontro, dialogo.
Uno dei motivi per cui tanti giovani abbandonano la vita cristiana è la sensazione che essa consista nell’abbracciare un codice di comportamento e non nel “lasciarsi abbracciare” da una relazione d’amore. Qualche volta questo motivo viene accampato come una giustificazione, per legittimare il proprio allontanamento da una vita impegnativa. Altre volte invece è un motivo fondato. Può accadere infatti che gli educatori cristiani comunichino delle regole più che un incontro con il Signore e i fratelli. È più facile trasmettere delle norme che testimoniare una bellezza.
Ecco dunque il tema della bellezza e il tema dei giovani. Il documento finale del Sinodo concluso poche settimane fa accosta ad un certo punto tre parole presenti nel titolo di questa riflessione — giovani, inquietudine e bellezza — dicendo: «Il desiderio di vita nell’amore e quella sana inquietudine che abita il cuore dei giovani sono parte del grande anelito di tutto il creato verso la pienezza della gioia. In ognuno di loro, anche in quelli che non conoscono Cristo, lo Spirito Creatore agisce per condurli alla bellezza, alla bontà e alla verità» (n. 59).
L’inquietudine non è legata a una fase della vita — benché di solito venga coniugata con l’aggettivo “adolescenziale” — ma è una cifra dell’intera vita umana. Altrimenti sant’Agostino non avrebbe detto all’inizio delle Confessioni: «Ci hai fatti per te Signore e il nostro cuore è inquieto fino a quando non riposa in te». Come del resto la nostalgia — benché di solito venga coniugata con l’aggettivo “senile” — in realtà accompagna l’intera esistenza umana. Altrimenti Paolo non avrebbe scritto a Timoteo: «sento la nostalgia di rivederti» (2 Timoteo, 1,4). Inquietudine, nostalgia: sono segni di vita, sono espressioni del desiderio di pienezza che ci abita, sono sintomi di insoddisfazione per tutto ciò che non è gioia completa; in altre parole, sono spie del fatto che il nostro essere nasce da un incontro, cerca l’incontro e va verso un incontro; e non è appagato fino a quando non lo vive in pienezza. Proprio ciò che dice il salmista: «come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te o Dio» (Salmi, 41, 1).
L’età giovanile in genere, e l’esperienza universitaria in particolare, è tempo opportuno per gli incontri decisivi della vita. L’anima dell’esperienza universitaria resta sempre la comunità degli studenti, il suo desiderio di approfondire e condividere. Negli anni Settanta e fino agli anni Ottanta le passioni giovanili si incanalavano nelle grandi idee e ideologie, nelle cosiddette “grandi narrazioni”, che avevano come simbolo le piazze. Con molte battaglie e con quella deriva, minoritaria ma tragica, che fu il terrorismo. Poi nel corso degli ultimi tre decenni le passioni giovanili si sono apparentemente affievolite. Forse i giovani hanno perso un certo entusiasmo, certamente sono più disillusi di un tempo — del resto noi adulti stiamo consegnando loro un mondo dove gli orizzonti si sono abbassati di parecchio — ma non hanno affatto perso la passione, la capacità di progettare e fare sacrifici: la concentrano però su traguardi più immediati di un tempo. È diventato dunque essenziale, per le istituzioni, restituire il primato alle relazioni; importante per le strutture favorire gli incontri.
Concludo con un’immagine evocata da Papa Francesco nel suo discorso agli universitari di Bologna, il 1° ottobre 2017, quando chiese ai giovani di imitare Orfeo più che Ulisse, dicendo: «Ulisse, per non cedere al canto delle sirene, che ammaliavano i marinai e li facevano sfracellare contro gli scogli, si legò all’albero della nave e turò gli orecchi dei compagni di viaggio. Invece Orfeo, per contrastare il canto delle sirene, fece qualcos’altro: intonò una melodia più bella, che incantò le sirene». Mi sembra un’intuizione illuminante. Per Ulisse, si potrebbe dire, «l’inferno sono gli altri»: le sue relazioni con i compagni di viaggio e con le sirene sono improntate alla paura, alla difesa. Invece Orfeo gareggia nella bellezza con le sirene e vince, perché la sua melodia è più affascinante. I giovani hanno le risorse per imitare Orfeo. Testimoniare la bellezza dell’incontro con Dio ai giovani e insieme ai giovani significa assumere uno stile che promuova più che condannare, che incoraggi più che polemizzare. Significa gettare meno lacci per difendersi dalle sirene e comporre più melodie per incantarle: Gesù, come scrive san Paolo, è il grande “sì” di Dio (cfr. 2 Corinzi, 1, 20); è necessario saper pronunciare anche dei “no”, ma solo quelli che servono per custodire il grande “sì”. L’esperienza cristiana può ancora interessare i giovani quando, sulle regole e sulle idee, risplende il primato dell’incontro con Cristo vivo.

© Osservatore Romano - 6 marzo 2019