I saluti al Papa dell’arcivescovo Corrado Lorefice

Lorefice e papa FrancescoNella Cattedrale di Palermo

Padre Santo, amatissimo Papa Francesco,
eccoci qui, accanto a Lei, nel nostro cenacolo, a dirle ancora una volta il nostro ringraziamento e il nostro affetto, per il Suo modo di essere vescovo di Roma e di presiedere le nostre Chiese nella carità.
Lo facciamo, se possibile ancora più convintamente oggi, mentre i marosi di forze estranee alla logica del Vangelo tentano di abbattersi sul suo ministero e sulla sua persona per bloccare il suo anelito a una Chiesa testimone audace del Vangelo, con Cristo e come Cristo povera, aperta, in uscita, amica degli uomini, «di tutti e in particolare dei poveri». Siamo raccolti qui in quanto chiamati «a stare con Gesù», ad essere con Lui: siamo vescovi, presbiteri, diaconi, religiosi e religiose, consacrati e consacrate, seminaristi. Ma prima di tutto — prima di ogni nome e di ogni ministero e servizio — siamo qui da donne e da uomini appassionati del Vangelo, che si sono lasciati affascinare dalla Bella Notizia che è Gesù di Nazareth e a Lui hanno consegnato la vita. Non si tratta di un privilegio o di un primato sui nostri fratelli nella fede — perché siamo tutti «discepoli del Signore», come Lei ama dire — ma di un servizio offerto in forza di un desiderio, come Lei stesso ha affermato un giorno con semplicità e potenza: «Io faccio il prete. E mi piace». Santità, oggi lei ci incontra in questa cattedrale, dove è custodito il corpo del beato martire padre Pino Puglisi, figlio speciale di questa Chiesa palermitana, di questo presbiterio, ucciso dalla mafia perché fedele al Vangelo, povero di tutto, anche della vita, per consegnare incessantemente il Vangelo ai più piccoli e alle nuove generazioni. Don Puglisi come sacerdote era un uomo compiuto, plasmato dal Vangelo; viveva con serenità e bellezza il suo celibato, appagato pienamente dal dono totale di sé. Per questo la sua testimonianza presbiterale era efficace, attrattivo il suo sacerdozio, senza nessun alone di moralismo e di supponenza sacrale. Adorava, onorava e serviva Gesù presente nel Vangelo proclamato, nel Pane spezzato e nei Poveri delle comunità che ha servito lungo il suo ministero presbiterale. Non c’è servizio nella Chiesa, non c’è ministero ordinato che possa prescindere da questa realtà fondamentale, quella di una umanità libera, serena, gioiosa, la stessa manifestataci da Gesù di Nazareth nella sua vita in mezzo a noi. È questo, credo, uno dei significati più forti del cambiamento di prospettiva posto dal Nuovo Testamento rispetto all’Antico a proposito del sacerdozio. Superare la sacralità, la “distinzione” con i suoi segni espliciti, voleva dire per i primi autori cristiani riportare il servizio di guida del popolo alla concretezza del discepolato, alla radicalità del nostro essere anzitutto donne e uomini posti alla sequela del Signore. Oggi siamo chiamati — come lei ci ricorda — a una «conversione pastorale e missionaria» ( Evangelii gaudium 25). Dobbiamo cioè, rivolgerci al nostro gregge, agli altri, ai nostri fratelli, per essere pastori. Pastori di una «pastorale dell’orecchio», di un ministero dell’ascolto: delle gioie e delle sofferenze, delle fatiche e dei desideri, dei segni di novità e delle criticità dei giorni che viviamo. Disponendoci, come Lei ci ha insegnato, davanti al nostro popolo, per guidarlo e indicargli il cammino; ma anche in mezzo, per mantenere il gregge unito negli sbandamenti; e pure in coda, dietro a tutti, per raccogliere gli ultimi, per far sì che nessuno rimanga indietro. Senza pretese di dominio, perché nell’ascolto impariamo le strade nuove e promettenti proprio dalle sorelle e dai fratelli che ci sono affidati. Sono loro ad avere quel fiuto che la tradizione ha chiamato sensus fidei e che è il criterio ultimo dell’autenticità di ogni m a g i s t e ro . Ecco, sensus è un’altra parola chiave per il nostro ministero. Non siamo chiamati ad essere gelidi razionalisti, maestri di logica o di morale, bensì madri e padri calorosi, toccati nell’intimo dalla commozione degli splanchna — delle «viscere materne» di Dio — provata da Gesù davanti alla folla smarrita. Qualcosa vibra dentro, nell’utero delle madri. “ Nun po stari ”, si dice in siciliano per indicare una inquietudine indominabile e viscerale, perché una madre “non può stare” quando sente, anche a distanze siderali, la sofferenza e la fatica dei suoi figli. Ecco, Papa Francesco, Lei ci ha richiamati a questo: a fare i conti con la rivoluzione della tenerezza che discende direttamente dal Vangelo, e che ci chiede di essere donne e uomini di misericordia, di prossimità e di affetto. Donne e uomini della relazione, del dialogo instancabile. Come lei ha sintetizzato: discepoli, profeti e pastori. Perché non abbiamo nessuna ragione da far valere, nessuna dottrina astratta da difendere, ma l’ amoris laetitia , la letizia dell’amore, da annunziare e da portare con dolcezza. Ecco il senso della predicazione, che vogliamo sia liberante e fresca come il Vangelo; della Confessione, che intendiamo con Lei come epifania del perdono, ascolto umile e mai giudicante, annunzio della misericordia di Dio per l’uomo peccatore; della celebrazione dell’Eucaristia, come mistero della prossimità di Dio, del suo essersi coinvolto con noi, con l’odore, con la “puzza” delle sue pecore, di ogni luogo e di ogni tempo, «fino alla fine» ( Gv 13, 1), fino all’estremo dell’amore. Che vuol dire rincorrere l’altro anche quando intraprende strade sbagliate, vie impervie; significa “perdere il tempo” con chi vuole fuggire, con chi non ce la fa a restare, mettendo anche in conto il fallimento, l’incomprensione e forse anche l’avversione. E tutto questo — come lei sempre ci ricorda — in quello spirito di comunione e di fraternità pastorale che è un’ascetica capace di donare ricchezza, e che è elemento integrante della spiritualità dei preti e delle fraternità presbiterali e religiose. È bello stasera essere qui accanto a lei che custodisce nell’amore e nell’unità noi, vescovi della Sicilia, i cardinali e gli altri vescovi qui convenuti. Ci sentiamo confortati nel nostro compito di pastori dalla sua benedizione, da lei, vescovo di Roma, che ci presiede nell’a m o re . Sono qui il clero di Palermo e tanti altri sacerdoti delle diocesi siciliane, per essere perduto nella memoria amante e creatrice di Dio. La Madonna che a Siracusa ci ha donato le sue lacrime ci trasformi ogni giorno in pastori che come lei e con lei si fanno carico del dolore del mondo e asciugano le lacrime dei fratelli. Le lacrime —Lei ci ha insegnato — sono «gli occhiali per vedere Gesù». La testimonianza presbiterale del beato martire Pino Puglisi, giudizio e dono per la Chiesa palermitana, ci chiami alla conversione e alla penitenza e ci rilanci nell’annuncio gratuito ed audace del Va n g e l o . Grazie Papa Francesco! Con lei e come lei vogliamo dire a Colui che ci ha chiamato, al popolo di Dio e al mondo: «Sono prete, religioso, seminarista, consacrato. Lo faccio, e mi piace!»


Con i giovani in piazza Politeama

Carissimo Papa Francesco,

carissimi giovani, è per me un grande motivo di felicità questo ritrovarci insieme, stasera, in una atmosfera di famiglia. Siamo tanti, certo, ma vicini. Il nostro stare l’uno accanto all’altro non è però quello della folla anonima radunata dall’ammirazione virtuale per una star. Siamo qui insieme stasera perché raccolti dalla presenza e dalla parola viventi di un vero padre nella fede, dalla sua presenza, di lei Padre Santo, che ha trasmesso oggi forza e fiducia a Palermo e alla Sicilia tutta. Grazie! Ho avuto il dono di starle accanto in momenti diversi lungo questi anni, e sono rimasto sempre impressionato dalla serenità interiore e dalla gioia con cui fronteggia anche le difficoltà e gli attacchi più duri. La sua fede non è sovrapposta alla Sua vita, ma ne fa parte intimamente, traspira dal Suo essere. Ed è già questo per noi, stasera, carissimi giovani, un messaggio essenziale da raccogliere. Non abbiate paura della vita! Delle sue asperità, delle sue delusioni, dei suoi momenti bui. Non rintanatevi precocemente in un disincanto e in un fatalismo che uccidono l’irrefrenabile gioia dell’essere al mondo. È questo desiderio di vita, che avvertiamo nel profondo, ciò che ci fa umani. Non rinunziateci! È ora il momento di rischiare, di coltivare grandi ideali, di aggrapparsi ai sogni, credendo con tutto voi stessi che cambiare è possibile. La Sicilia che Papa Francesco ha visitato, che lei amato padre ha visitato, è una terra meravigliosa e contraddittoria, incantevole e terribile, colma di potenzialità e bloccata in un atavico immobilismo. Il cardinale Pappalardo diceva della sua Chiesa, che era «una sposa bella, ma tormentosa». Carissimi giovani, ve lo dico stasera dal profondo del cuore: prendetela nelle vostre mani questa Sicilia e cambiatela voi! Toglietela all’indolenza, alla rassegnazione, al compromesso facile di noi adulti e rifatela sulla misura che le appartiene. La Sicilia può essere un paradiso. Alzatevi in piedi, voi, e strappatela dalle mani dei poteri occulti, delle lobby mafiose, delle clientele invadenti, dei politici e degli ecclesiastici infedeli alla loro missione, degli sfruttatori e dei millantatori! Non credete a chi vi dice che nulla può mutare. E non pensiate che la vita vissuta nella ricchezza disonesta, nell’oppressione degli altri, nel tradimento degli affetti, nella miseria degli ideali, sia una vita felice, realizzata! Siamo fatti per la bellezza, per l’amore, per le relazioni calde e nutrienti. Chi vive fuori di esse, chi non sperimenta tutto questo è in verità un infelice e un disperato. Siate voi germe e lievito di speranza. E non della speranza episodica, della fiammata di una sera, del sussulto di una fugace emozione. Vivete la realtà della speranza autentica, che esige fedeltà e rispetto del tempo. Non vi scoraggiate, perché essere giovani vuol dire avere tempo. E chi è fedele quotidianamente al senso profondo dell’esistenza è in grado di cambiare il mondo. Questo apprendiamo dalla vita di Gesù di Nazareth, uomo integrale, uomo pienamente realizzato e amante della vita, che rimanendo fedele alla sua interiorità, ai suoi fratelli e al Padre, scelse di attraversare l’abbandono, il tradimento, la delusione per rimanere all’altezza dell’amore e cambiò così per sempre il verso della storia umana: non sono i potenti o i prepotenti ad avere in mano il mondo. A possedere la terra sono i miti, gli operatori di pace e di giustizia, i puri di cuore. E don Pino Puglisi ne è un esempio. A loro appartiene la felicità, secondo la parola delle Beatitudini. Fatevene travolgere e non temete. Un giorno, voltandovi, quando vi sembrerà di non aver fatto nulla, vedrete i frutti nascosti dell’umile lavoro quotidiano, gli alberi nati dai tanti granelli di senape della nostra esistenza consegnata, e dunque felice! Carissimi giovani, stringiamoci ancora una volta stasera attorno a Papa Francesco. Ben più di cento anni fa, in una bellissima lettera ad un’amica, Fëdor Dostoevskij confessava di essere stato conquistato da Cristo e arrivava a dire che se gli avessero dimostrato che Cristo non era la verità egli avrebbe preferito lo stesso Gesù di Nazareth alla verità, per il fascino e la forza che emanavano dalla sua Persona. In un tempo di fake news e di post-verità, troppi dicono banalmente che ci vorrebbe un ritorno alla verità, come se ciò di cui soffriamo fosse solo una mancanza di oggettività di opinioni e informazioni. Dostoevskij ci ricorda che la verità come pura affermazione non conta nulla. Che la verità è una Persona — Gesù Cristo — che ha posto la relazione fino al dono di sé. Che la verità abita nella relazione ed è la relazione stessa. E che non si può essere uomini di verità se non si dimora nell’autenticità di fronte all’altro, se non si è fedeli alla sua realtà, prima di ogni idea e di ogni convinzione astratta. Carissimo Papa Francesco, con questi sentimenti, con questa gioia del contatto intimo e profondo, noi stasera La abbracciamo e per questo siamo ‘nella’ verità. Non siamo adulatori del Papa. Non lo siamo stati e non lo saremo mai. Non ci interessano le esaltazioni fittizie, le ambigue vicinanze, le prostrazioni viscide, sempre ad un passo dalla piaggeria, dall’untuosità, dall’idolatria. Non siamo adulatori, ma vogliamo dirLe stasera che siamo con Lei, siamo con il Papa! Questi giovani siciliani e noi tutti qui presenti siamo con Lei. ‘Con’ vuol dire vicino, vuol dire in compagnia, vuol dire prossimità fino al contagio. Ci ha contagiato stasera, con la consolazione e il coraggio che ci ha dato, ma sappia che anche noi siamo pronti ad affiancarLa sulla via del bene e della fedeltà al Vangelo. Nell’umiltà, nella gioia quotidiana, nel lavoro e nelle relazioni a cui siamo chiamati. Mentre la superficialità, l’a p p ro s s i mazione, la parola della divisione e dell’odio, la retorica del ‘prima noi’, il disprezzo dei poveri e degli ultimi, così come l’illusione della fama e del successo a tutti i costi sembrano conquistare il mondo; mentre pochi potenti immaginano di guidare la storia, noi sappiamo, con Lei e grazie a Lei, che aveva ragione Rabbi Nachman: «Ci sono uomini che non hanno alcun potere visibile, ma nel nascondimento reggono il genere umano» (Martin Buber, Le Storie di Rabbi Nachman ). Mi permetta di salutarLa con il linguaggio e la sensibilità di questi meravigliosi giovani: «Ti vogliamo bene, Francesco! Prega per noi».

© Osservatore Romano - 17-18 settembre 2018


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