Con il metodo della sinodalità. Le cose da fare (e non fare) per adempiere la missione ecclesiale

card bassetti«Sinodalità come principio ermeneutico della Chiesa italiana al tempo di Papa Francesco. Contenuti e prospettive»: si intitola così il discorso pronunciato oggi, 17 ottobre, dal cardinale presidente della Conferenza episcopale italiana intervenuto a Napoli al convegno di studi presso la Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale dedicato al tema «La sinodalità al tempo di Papa Francesco: tra tradizione ed evoluzione dogmatica». Pubblichiamo alcuni passaggi del testo.


Gualtiero Bassetti

La sinodalità non è solo uno “strumento”, è anche una dimensione profonda della Chiesa e pertanto “principio” per comprendere l’essenza della Chiesa, il mistero della Chiesa, in particolare, la sua realtà teologale e sacramentale. Il metodo sinodale senza adeguata coscienza del “principio sinodale” rischia di perdere di vista il Vangelo che è il criterio ermeneutico fondamentale, teologalmente donato alla Chiesa. Anzi si rischia di trasformare lo stesso Vangelo in un discorso morale se non addirittura ideologico. Una prassi sinodale che non affonda la sua autocoscienza nel mistero trinitario e non considera di essere inserita dentro una dimensione teologale di ricezione, comprensione, trasmissione della rivelazione cristiana rischia di essere una prassi mondana, burocratica, aziendale dove si affermano linee, orientamenti, personalità e non il luogo di discernimento alla luce del Vangelo e della presenza amorevole di Cristo in mezzo ai suoi discepoli. Quando si parla di sinodalità occorre sempre aver presenti le due direttrici della vita cristiana: l’orizzontale e la verticale. L’orizzontale dice la dimensione dell’accoglienza e del dialogo franco e fraterno, la verticale segnala l’azione dello Spirito Santo cui occorre essere docili e il dono della Parola viva di Dio.

La sinodalità non è un attributo opzionale della Chiesa tirato a lucido da Papa Francesco, ma una dimensione ecclesiale profonda, misconoscendo la quale si ferisce gravemente la comunione ecclesiale e si perde di vista la missione della Chiesa. Come mai — vengo alla concretezza delle situazioni ecclesiali, in particolare di quella italiana — questa dimensione così essenziale della Chiesa è stata a lungo trascurata? Come mai è tornata, per così dire, di attualità solamente da pochi anni, nonostante ne siano passati quasi sessanta dal concilio Vaticano II e dalla promulgazione della Sacrosantum concilium, della Dei Verbum, della Lumen gentium, della Dignitatis humanae e della Gaudium et spes che ne hanno richiamato i presupposti teologici? È importante rispondere con sincerità a questa domanda, perché ci sono alcuni ostacoli alla prassi sinodale (a cominciare dal livello della parrocchia) che vanno rimossi, altrimenti non cambierà nulla in una Chiesa come quella italiana in cui sono, invece, tante le cose da cambiare oggi per rispondere alle attuali esigenze della missione e a quelle degli anni a venire.
Non pretendo di dare una risposta esaustiva alla domanda che pongo, e anzi sarei molto contento se ciascuno di noi tornasse a casa, su questo argomento, con più interrogativi di quelli con i quali è venuto. Certamente vanno investigate ragioni storiche complesse, legate ai rapporti della Chiesa con l’impero e con gli stati e alla crisi provocata dalla divisione della Chiesa in occidente, che hanno contribuito a far sì che il principio di autorità mettesse in ombra il principio di sinodalità e di collegialità. È ora però che il nodo della temuta contrapposizione fra autorità e sinodalità sia sciolto, altrimenti la prassi sinodale non parte nelle parrocchie, nelle piccole comunità cristiane, nelle diocesi e si carica di fatiche inutili e sterili anche a livello di Chiesa universale, come si vede dalla drammaturgia inscenata durante gli ultimi quattro sinodi dei vescovi, con gruppi e gruppuscoli che puntualmente urlano che siamo addirittura sull’orlo di un’apostasia apocalittica e un clima generale di chiacchiericci e di diffidenza che francamente non è degno di uomini e donne di Chiesa.
Il rapporto fra sinodalità e autorità è certo sempre molto delicato e fragile nella prassi, ma piuttosto chiaro dal punto di vista teologico, ecclesiologico e cristologico. La Dei Verbum colloca, in maniera inequivocabile, il principio di autorità a servizio della ricezione e della trasmissione ecclesiale del Vangelo. L’autorità è a servizio della sinodalità, e al tempo stesso se ne nutre. La Parola di Dio è affidata a tutta la Chiesa, che la trasmette in forza del mandato missionario e dell’assistenza dello Spirito Santo, incarnandola nei contesti in cui il popolo di Dio vive.
Anche il carisma dell’infallibilità personale del romano Pontefice, che non dipende dal consenso della Chiesa, non è concepibile fuori dalla Chiesa; è invece un necessario e “straordinario” servizio all’autenticità della rivelazione trasmessa dalla Chiesa. C’è chi ritiene (purtroppo anche fra gente di Chiesa che dovrebbe pensare e fare tutto il contrario) di condizionare e manipolare l’altissimo magistero del romano Pontefice attraverso l’uso spregiudicato, menzognero e calunnioso dei social. Comunque sia, ogni autorità ecclesiale, da quella del vescovo a quella del catechista, non può essere concepita se non all’interno del dialogo sinodale e a servizio del discernimento sinodale, e la sinodalità necessita a un certo momento del ministero della sintesi, dell’unità e del richiamo alla radicalità del Vangelo.
Nel contesto della Chiesa italiana, il clericalismo è un ostacolo importante alla conversione missionaria e pastorale della Chiesa proprio perché impedisce la prassi sinodale. Vi invito a considerare la correlazione fra sinodalità e teologia del ministero ordinato, nell’ambito di un’autentica teologia dei ministeri, che in questo caso devono essere inseriti nella medesima dinamica teologale e cristologica che anima tutta la Chiesa. L’esercizio dell’autorità fuori dalla dimensione teologale e dalla logica cristica è esercizio mondano del potere che ferisce la comunione ecclesiale. Per porsi a servizio del discernimento, dell’unità e della radicalità del Vangelo, occorre che chi esercita l’autorità abbia statura umana e spirituale: tanta umiltà, tanta preghiera, tanta capacità di accoglienza e di ascolto, tanta consapevolezza di sé per non essere auto-centrato, tanta fiducia che è il Signore il capo della Chiesa, tanta consapevolezza che Lui ama farsi capire prima di tutto dai poveri, dai piccoli e che quindi molto più spesso di quanto crediamo parla attraverso di loro.
La sinodalità come metodo rimanda immediatamente alle cose da fare, sotto due profili: il primo è quello della conversione missionaria e pastorale della Chiesa senza la quale ci condanniamo all’irrilevanza; il secondo è quello di un discernimento sulla riforma delle nostre strutture ecclesiali e mentali. Occorre decidere cosa è necessario e doveroso trasmettere e cosa invece dobbiamo abbandonare o radicalmente “alleggerire”. Non è forse allora urgente ripensare modelli, tentare esperienze nuove, costituire nuclei missionari formati da uomini e donne preparati e spiritualmente solidi che assieme ai preti si assumano la fatica apostolica, ponendo al centro della loro missione comunitaria la lectio e il discernimento pastorale secondo il Vangelo? Occorre rimettere al centro questi temi, la formazione per il servizio pastorale dei laici, e immaginare forme di lavoro apostolico comunitario. Mi rivolgo soprattutto a quanti, in questa Facoltà, si preparano a diventare preti: non immaginate un futuro solitario, apritevi alla gioia della collaborazione fraterna, perché quello è il luogo dove la specificità del vostro ministero potrà davvero essere messa a servizio e proverete gioia nel viverla. Non è più umanamente sostenibile, in un contesto secolarizzato come il nostro, il ministero solitario e al tempo stesso non è utile per rispondere a esigenze pastorali sempre più complesse e frastagliate. Penso alla parrocchia, che è la realtà ecclesiale forse più trascurata e più in crisi di tutte, e al tempo stesso quella da cui dipenderà la presenza cristiana nel territorio e la dimensione popolare della Chiesa. Si può fare a meno di tante cose che ci vengono dal passato, ma cerchiamo di trovare il sistema di conservare la presenza nel territorio. Siamo terra di missione, ma ereditiamo una presenza capillare nel territorio da cui non possiamo semplicemente ritirarci o diventare irrilevanti, per mancanza di “personale”. Conservare l’essenziale, con discernimento, serve anche a questo: a fare in modo che in ogni territorio possa esserci una comunità cristiana accogliente, formata, orante e missionaria.
Tutto questo discorso sulle strutture però non ci deve far perdere di vista che senza slancio missionario anche la più coraggiosa riforma delle strutture è tempo perso. Occorre quindi che tutte le comunità cristiane inizino o perseverino nel discernimento comunitario, alla luce del Vangelo, riguardo alla missione da svolgere nei contesti particolari nei quali esse vivono. Ci sono degli “orizzonti” entro i quali muoversi, che ci vengono dati dal magistero della Chiesa. Ne elenco quattro: l’accoglienza misericordiosa dei marginali; l’uscita missionaria verso i poveri; il dialogo a tutti i livelli della vita; il servizio alla pace. Quanti strappi da ricucire anche nel nostro tessuto sociale italiano dove il consenso si costruisce sulla contrapposizione e l’esclusione! Dove a causa del regresso della capacità inclusiva dello Stato e della società, si rischiano (e a volte si fomentano) le guerre fra gli ultimi e i penultimi.

© Osservatore Romano - 18 ottobre 2019

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