Per amare il Concilio, legare l’amore a Cristo con quello alla Chiesa

Beata Vergine Maria addolorata 15 settembre 2014

concilio-vaticano-II-attorno a CristoUn colloquio sul concilio con S. Ecc. za Mons. Agostino Marchetto.

Siamo lieti oggi di incontrare l’Arcivescovo Agostino Marchetto.

Papa Francesco lo ha definito così più volte: “… Le ho detto, caro Mons. Marchetto, e oggi desidero ripeterlo, che La considero  il migliore ermeneuta del Concilio Vaticano II” (vd scritto del santo PadrePadre) (vd CVII),

E questo ci basta.

Partiamo subito con una prima questione introduttiva. Nel celebre discorso del 22 dicembre 2005 alla Curia romana (vd qui) papa Benedetto XVI ha detto che il Concilio Vaticano II ha rappresentato la continuità e non la discontinuità con la tradizione cattolica. Ci può esplicitare meglio, anche se siamo in contesto non accademico, questa continuità e la relativa fecondità che ne deriva?

Sì, è opportuno ricordare d'inizio il celebre discorso che Lei menziona, aggiungendovi il richiamo a quello al Clero romano fatto tutto a braccio, appena qualche giorno prima della data della rinuncia di Benedetto XVI ( vd qui), pure straordinariamente chiaro e che completa, a mio modo di vedere, il precedente in maniera incisiva sulla corretta ermeneutica (=interpretazione) del Concilio Ecumenico Vaticano II. Aggiungo che si raggiunge qui l'acme dell'insegnamento sinodale di papa Ratzinger e del suo impegno per una giusta ricezione del Magno Concilio, questione vitale per il Cattolicesimo e non solo.

Lei presenta subito i due poli continuità e discontinuità. Io preferisco partire più da lontano rilevando che l'alternativa prima, posta dal Papa, è rottura (nella discontinuità) o riforma-rinnovamento (nella continuità dell'unico soggetto Chiesa). Non è dunque rifugiandosi nel dire che c'è continuità e discontinuità che si può rispondere in modo giusto alla questione vitale posta da Benedetto XVI. In effetti egli stesso, proprio applicando la questione generale al tema della libertà religiosa, afferma che è precisamente in questa combinazione di continuità e discontinuità a differenti livelli che consiste la vera natura di una autentica riforma. Proprio su questo tema mi sono cimentato non tanto tempo fa, e spero che a fine mese uscirà il relativo puntuale volumetto, il quale tiene ben presenti i punti di vista dei due periti per eccellenza in materia, P. Pavan e J. Courtney Murray, esponenti della linea, la definirei giuridica, che alfine prevalse nel testo conciliare Dignitatis Humanae.

La continuità poi si riferisce alla Tradizione (con la maiuscola) che con la Sacra Scrittura e il Magistero (teste la Dei Verbum (vd qui)  formano il "genio"- lo diceva Cullmann, protestante - del Cattolicesimo; "genio" che non si deve perdere anche in contesto ecumenico. La fedeltà a questo riguardo è sorgente di una fecondità che si rinnova, tenendo presenti i segni dei tempi, l'oggi di Dio, il tempo in cui viviamo, la "Sitz im Leben".

L’accusa che fanno alcuni fedeli “tradizionalisti” è che il Concilio ha depauperato la “traditio” con gravi disagi ecclesiali, morali e pastorali. Ma non sarebbe forse più corretto dire, ed è la nostra visione, che lo Spirito del Signore si è invece servito del Concilio Vaticano II per meglio “frenare” e “purificare” l’avanzata inevitabile del nichilismo e della secolarizzazione? Cioè nel fornire la migliore chiave di incarnazione possibile? Questo Le diciamo, caro Mons. Marchetto perché, ci sembra, che il rischio non è solo “l’impantanamento” con le cose del mondo piuttosto che l’incarnazione, di segno “progressista”, ma anche “l’arroccamento”, di taglio “tradizionalista”, che, per dirla con qualcuno, è una “terribile semplificazione”.

Premetto la necessaria distinzione fra tradizionalisti e fedeli tradizionali, fondamentale per intenderci e che si ha la cattiva ed erronea abitudine di non fare. Rispondo alla sua domanda con una affermazione, certo personale, ma penso vera. Chi legge senza passioni non cristiane e pregiudizi ideologici i testi conciliari, non può, di primo acchitto, non rendersi conto che il Concilio non ha depauperato ma arricchito nel senso dello sviluppo omogeneo, la Traditio. Vi é armonia nei testi, vi è uno stile sereno e direi dialogante, e senso di un dialogo, a volte anche difficile, che ha dato origine a quei testi. Molto essi devono anche a quel vigile nocchiero che fu Paolo VI, il martire del Concilio, come scrisse il Card. Koenig.

Mi domando, a proposito di nichilismo e secolarismo, come ci troveremmo, oggi, senza questo straordinario dono dello Spirito Santo e dei Padri conciliari e dei loro collaboratori. Ci è stata fornita, stando alla sua immagine, una chiave sicura ("è apparso allo Spirito Santo e a noi"(At. 15,28) , si scrive nel cosiddetto Concilio di Gerusalemme e si può dire del Vaticano II) di incarnazione, in una parola, culturale, senza riduzionismi. Nella ermeneutica e nella ricezione del Magno Sinodo, bisogna quindi evitare gli estremismi, usare l'e e l'e, e non l'alternativa illegittima, che erano già presenti nelle estremità di maggioranza e minoranza sinodale. Le due anime del Cattolicesimo, quella più sensibile alla Tradizione, e quella più attenta all'incarnazione nell'oggidì, devono dialogare, coscienti che l'una e l'altra sono legittime se rimangono in comunione, che il concilio definisce anche gerarchica, con i Pastori del Popolo di Dio.

Ci sembra, in definitiva, che la critica al Concilio Vaticano II o da altra parte la sua lettura distorta tra fedeli con sensibilità “progressista”, non avvenga in un’ottica di fede ma in una prospettiva ideologica più che teologica. Il nocciolo è sempre l’incarnazione e capire come Dio Regna sulla storia e come guida la storia, ivi compreso la storia della Chiesa.

Posso dire di essere stato antisignano nella mia ricerca storica nel denunciare una forte ideologicizzazione del metodo storico-critico stesso nella stesura della storia del Vaticano II. Sono stato il primo a presentare una storia della storiografia sinodale che metteva in rilievo, come frutto della ricerca, una tale dimensione  non rispettosa della storia, presente, quasi monopolisticamente, specialmente in una corrente che identificavo diciamo così come "Scuola di Bologna".

Lei dice che il nocciolo è sempre l'incarnazione. Io aggiungerei.. e il mistero pasquale. Certo Dio regna "at last", ma il suo regno non è di questo mondo. Il Concilio introduce in questa visione anche la considerazione della giusta “autonomia del creato”,(G. S. 36) (vd qui)  e distingue Regno di Dio e Chiesa, anche se essa ne è germe ed inizio (L.G.5) (vd qui) . Certo, per coloro che amano il Signore tutto contribuisce al bene, ma vi è anche il male. Per quanto riguarda la storia della Chiesa il discorso ci porterebbe lontano, cominciando dalla questione se essa sia materia teologica o no. Grande questione.

Si è vero, ha proprio ragione, una questione da approfondire quella del collocamento dello studio della storia della Chiesa nella riflessione teologica. Forse su questo potremmo risentirci per sviluppare il tema. Ma torniamo al Concilio Vaticano II. Perché alcuni insistono nel ribadire il primato della dottrina sulla pastorale come se questo fosse un problema del Concilio Vaticano II invece di un problema di ciascuno di noi? Nel senso che ciascuno di noi tende a manipolare Dio, la Fede in Lui, la Tradizione e il Magistero della Chiesa. Perché è sotto accusa, talvolta, la Gaudium et Spes?

Il primato della dottrina sulla pastorale è – credo - affermazione mal posta. Bisognerebbe dire piuttosto che "salus animarum suprema lex"(vd qui) . Ma per raggiungere questa salvezza ecco la dottrina ed ecco la pastorale. Se qualcuno mi dicesse che c'è una legittima pastorale che va contro la dottrina, diciamo così, risponderei che non è possibile. E' giusto comunque mettere a fuoco il problema a proposito del Vaticano II poiché esso fin dall'inizio si pose come un concilio che si voleva soprattutto pastorale. Ma in fondo tutti i concili sono pastorali, per il bene delle anime e per la gloria di Dio. Che sia problema anche di ciascuno di noi son d'accordo perché "servatis servandis" ognuno è pastore, è responsabile a suo modo dei fratelli e delle sorelle, cristiani o in umanità. Ma per essere pastori, nel senso inteso, dobbiamo essere fedeli al Messaggio (v. Maria Vergine e Madre, immagine della Chiesa e di ciascun cristiano) e non ridurlo a noi e farlo diventare autoreferenziale.

Per la Gaudium et Spes confesso che non la trovo sotto accusa. Evidentemente nella ricerca storico-critica le opinioni variano sui vari documenti conciliari. Ma mi permetto a tale proposito di ricordare l'ultimo dialogo con il compianto, straordinario, Card. Lustigier, davanti al Panteon, dove lo incontrai non molto tempo prima della sua morte. E parlammo del Concilio naturalmente, e della Gaudium et Spes.

Mi disse, confermando il mio giudizio positivo e non di accusa: "Per prepararmi a una conferenza l'ho riletta", e aggiunse: "Che freschezza vi ho trovato!". Gli dissi che ero d'accordo con lui, e lo sono ancora.

 Veniamo ora ad un documento secondo noi fortemente obnubilato, la Sacrosanctum Concilium (vd qui) .
Siamo veramente basiti come nel leggere questo documento oggi alcuni fedeli non pensino nemmeno che si tratti del Concilio Vaticano II. Lo percepiscono come, di fatto, distante dal proprio modo di vivere la liturgia. Ci chiediamo il perché sia avvenuta una tale situazione. Come, non sempre, ma spesso, ci sia una tale “maleducazione” liturgica nelle comunità. Non entriamo in polemiche sterili sollevate da manipolatori attorno alla “Summorum Pontificum” di Papa Benedetto XVI, di entrambe le correnti, ma ci chiediamo, come mai, spesso ci si dimentichi che la Liturgia, prima di essere opera nostra è opera di Dio, “Ergon tou Theou”. La Sacrosanctum Concilium lo dice bene questo. Così come ogni documento sulla liturgia del Magistero della Chiesa.

Perché Lei pensa così? Quali saranno le ragioni? Io ritengo soprattutto per ignoranza.
C'è insomma una grande carenza diciamo di buoni comportamenti liturgici e pure molta insubordinazione. Qualche volta io dico. Padre perdona!
Forse dovremmo riprendere in mano la pedagogia liturgica, l'insegnamento, lo sforzo di far capire il senso del mistero, dell'interiorità spirituale, del senso di Dio oltre che di quello dell'assemblea, dei fratelli riuniti, ma davanti a Dio, in Cristo.

La partecipazione attiva in ogni modo va combinata con l'aspetto contemplativo della azione liturgica. Insomma bisognerebbe riprendere certamente l'insegnamento conciliare che forma la base di tutto. L'Ufficio divino, per esempio, è opera di Cristo e della Chiesa e tale affermazione deve far sgorgare i nostri sentimenti, la nostra pietà liturgica, anche il modo di recitarlo.

Facendo nostre anche le Sue chiare affermazioni, caro Monsignore, a noi pare che il Concilio tracci una duplice pista che non si può separare, pena è una pessima interpretazione o lettura del Concilio. La duplice pista è la cura della Liturgia, riferita proprio alla cura del senso umile del sacro e nel contempo una forte spinta missionaria di donazione e apertura al mondo. Una alimenta l’altra e una sostiene l’altra. Non è un caso che Pietro oggi, papa Francesco, ci spinge e ci sollecita ad allargare il cuore nel mondo globale, senza paura, con generosità, alleggeriti da zavorre e nel contempo, accanto a Lui abbiamo la figura del papa emerito Benedetto XVI, in dimensione mariana.
In tal senso non le pare che il Concilio Vaticano II (tra la Sacrosanctum Concilium e la Gaudium et Spes) abbia ancora molto da dirci e da donarci?

Sì, è quanto ho già detto precedentemente parlando delle due anime del Cattolicesimo.
Aggiungo solo che sono d'accordo nell'affermare che il Concilio ha ancora molto da dirci e da donarci. Del resto se parecchi non accettano la corretta ermeneutica conciliare propostaci dal Magistero come si può pensare che vi sia facilmente una giusta ricezione sinodale? Ricordo comunque che in un discorso a Vienna in una sala che si chiama "dei giganti" Karl Rahner asseriva che la ricezione del Concilio domanderà fatiche gigantesche e anche Y. Congar parlava di cento anni per recepire completamente il Concilio. Questo non per incoraggiare a pigrizia, naturalmente.

Che suggerimento ci dona per amare e mettere meglio in pratica il Concilio Vaticano II?

Per amare il Concilio bisogna legare tale amore con quello che portiamo a Cristo benedetto e alla sua Chiesa.
Bisogna fare il legame dunque concilio- chiesa- Cristo. Che ciò diventi una idea colorata, cioè attraente, non astratta!
La ricezione poi dev'essere ecclesiale, fatta in comunione con i Pastori.

Grazie di cuore del dono di questo incontro Mons. Marchetto non si dimentichi di noi.

No di certo, vi porto con me nella Santa Messa.

Cordiali saluti e ogni Bene.

+ Agostino Marchetto


Intervista a cura di Paolo Cilia, in arte Paul Freeman

per l’Associazione Culturale Cattolica Zammerù Maskil e il sito dell’Associazione www.ilcattolico.it



S. Ecc. za Mons. Agostino Marchetto, interventi presenti nel sito:

Tutto il Vaticano II in un bloc-notes

L'interpretazione teologica del Vaticano II

Sull’equivoco della libertà religiosa

In un libro le "chiavi" per capire il Concilio secondo il Papa. Mons. Marchetto: rinnovamento nella continuità

Come la riforma nella continuità si realizza nel ministero presbiterale

Una vita per il concilio

Tra le carte del Vaticano II

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