La Sacrosanctum Concilium, storia e attualità dell’obnubilamento di un documento Conciliare cardine

tutti-i-santiA cura di Paolo Cilia per il sito www.ilcattolico.it

Un colloquio-intervista sulla liturgia con Mons. Nicola Bux.


1 – Carissimo Reverendo Prof. Bux. Ma insomma che è successo alla Sacrosanctum Concilium? Un documento dimenticato? Un giallo, un thriller, una strategia di dimenticanza sulle cose fondamentali che si danno per scontate?

Joseph Ratzinger, allora cardinale, nell'intervento al Convegno internazionale sull'attuazione del concilio Vaticano II, dopo aver ribadito che, dando inizio ai suoi lavori col documento sulla liturgia, il concilio ha voluto affermare il primato di Dio, aggiungeva: “La Chiesa si lascia guidare dalla preghiera, dalla missione di glorificare Dio...Nella storia del post-Concilio certamente la Costituzione sulla liturgia non fu più compresa a partire ad questo fondamentale primato dell'adorazione, ma piuttosto come un libro di ricette su ciò che possiamo fare con la liturgia.
Nel frattempo ai creatori della liturgia sembra che sia uscito di mente, occupati come sono in modo sempre più incalzante a riflettere come si possa configurare la liturgia in modo sempre più attraente, comunicativo, coinvolgendovi attivamente sempre più gente, che la liturgia in realtà è 'fatta' per Dio e non per se stessi. Quanto più però noi la facciamo per noi stessi, tanto meno attraente essa è, perché tutti avvertono chiaramente che l'essenziale va sempre più perduto” ('L'Osservatore Romano, 4 marzo 2000). Ecco cosa è successo. Lo stravolgimento del culto a Dio, è il capolavoro di satana , che si serve, non di rado, proprio dei ministri sacri. Un esempio: la croce è sempre più marginale sull'altare; i sacerdoti non l'hanno più davanti a sé, quindi non possono contemplarla, allo scopo di tener desta l'intenzione della Chiesa, che è la ripresentazione del sacrificio di Cristo. Così, la Messa è sempre più percepita come banchetto, alla maniera protestante; si è rotto l'equilibrio che la percepiva come il sacrificio dell'Agnello, che diventa comunione alle sue carni immolate, secondo tutta la tradizione apostolica e patristica, giunta attraverso la teologia medievale al concilio tridentino, confermata dal Vaticano II.

Ora, la Chiesa non è 'divisa' tra conservatori e progressisti, ma tra i cattolici che la concepiscono in continuità con la Tradizione, e i modernisti o neo-pelagiani, che la pensano in rottura, ed evitano accuratamente di usare il termine 'cattolico'. Se poi si sostiene che Dio non è cattolico, non lo è nemmeno Gesù, suo Figlio, e “non potrebbe dirsi cattolica la sua Chiesa che sta alla sua sequela e a cui è promessa la sua pienezza” (H.U.von Balthasar,Cattolico,Milano 1976, p 31).

Colpisce che in un tempo come l'attuale, nel quale è enorme l'attacco alla Chiesa delle forze anticristiane, non si capisca più che la nostra fede è chiamata al martirio, – anche se, nei piani pastorali, abbonda il termine greco martyrìa – non si comprenda più che si tratta del martirio della verità davanti al mondo, come realtà che si oppone a Dio, quindi da salvare; dai tempi delle prime persecuzioni, fino ai nostri giorni, solo questo può far comprendere perché i cristiani non temono il martirio, come fu intitolato un mio saggio del 2000: Gesù è stato perseguitato per primo, quindi, anche i suoi discepoli saranno sempre perseguitati. La persecuzione costituisce lo statuto ordinario del cristiano; invece, il vivere in pace, costituisce l'eccezione. Pertanto, questa è la riflessione teologica da fare; più che di 'teologia della liberazione', avremmo bisogno di una 'teologia della persecuzione', che peraltro, è già racchiusa nella 'teologia della Croce'. Il martirio della verità non necessariamente finisce nel sangue, ma peggio, nella 'etichettatura' ed emarginazione, non appena da parte del mondo, ma di quegli ecclesiastici che si assoggettano ad esso. Nel sinodo appena concluso, invece, una parte non piccola di padri ha offerto questo 'martirio, e i cattolici devono essere grati e sostenerli, in vista del sinodo del 2015: speriamo che vi possano partecipare e non siano nel frattempo penalizzati con l'esclusione.

Bisogna vigilare operosamente affinché non prevalga il mistero d'iniquità, come esorta san Paolo: "E ora voi sapete perché quell’essere infernale ancora non riesce a fare la sua apparizione: c’è qualcosa che lo trattiene fino a quando non sarà venuto il suo momento. La forza misteriosa del male e dell’inferno è già all’opera, ma perché si manifesti in pieno bisogna che sia tolto di mezzo chi la trattiene adesso. Allora apparirà l’empio che il Signore Gesù distruggerà col soffio della sua bocca e annienterà con lo splendore del suo arrivo" (2 Ts 2,6-8). Sin dal tempo degli Apostoli, il mistero d'iniquità prende forma nell'Anticristo. Agli inizi del '900 lo preannunciava Vladimir S.Solov'ev; ne metteva in guardia Paolo VI, nel discorso sul “fumo di satana” e nei dialoghi con Guitton, a proposito del pensiero non cattolico penetrato nella Chiesa; lo hanno riproposto don Luigi Giussani e il cardinal Giacomo Biffi, sulla soglia del nuovo Millennio. Ciò che trattiene l'Anticristo può essere solo la forza della Chiesa che si oppone a quella dello Stato, il Cesare che intende imporre la sua ideologia sulla vita morale, cosa che appartiene esclusivamente a Dio. Così, il capovolgimento della liturgia, il suo crollo, trascina con sé l'etica e il diritto divino. E' la crisi della Chiesa. Tutto questo è stato arginato e impedito dalla Chiesa per secoli, anche quando l'Anticristo si serviva persino degli ecclesiastici, che si rivestono da angeli di luce : "Ciò non fa meraviglia, perché anche satana si maschera da angelo di luce. Non è perciò gran cosa se anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia; ma la loro fine sarà secondo le loro opere” (2 Cor 11,14-15).

2 – Lei sa che una delle intuizioni personali e caldeggiate anche dal nostro sito è quella di “riportare” la Liturgia al suo “principio” fondante, prima che “liturgia” piuttosto a ciò che essa è: “Ergon tou Theou”. Che ne pensa?

Sì, la liturgia è 'Theurgia'. In verità, la Costituzione liturgica, al termine 'liturgia', premette spesso, 'sacra', in quanto vi sono pure liturgie profane; l'attributo 'sacra', spiega che il Protagonista è il Signore, e non il popolo o come si usa dire, l'assemblea. A cinquant'anni di distanza, quel documento attende di essere studiato con metodo critico e applicato per davvero, perché in più punti è stato disatteso, per esempio nei §§ 36 e 54 sull'uso della lingua latina e di quelle correnti, nella Messa e negli altri Sacramenti. Quando sarà possibile studiare a fondo l'operato del Consilium che, dopo il concilio Vaticano II, ha “eseguito” la Costituzione 'de Sacra Liturgia', capiremo cosa è successo davvero. Anticipazioni e interpretazioni ve ne son già state: di recente, le 'Memorie' di Louis Bouyer, studioso e perito del Consilium. Su tutte, però, spicca il gesto di Paolo VI: l'allontanamento brusco del segretario, mons. Annibale Bugnini, con la nomina a nunzio in Iran. Quando sarà possibile studiare i documenti d'archivio ancora segretati, si potrà capire chi avesse maggiori responsabilità sull'accaduto. Da quella “esecuzione” – secondo Ratzinger, rischiò di essere una distruzione – del restauro (in tal senso va inteso il termine riforma: restaurare la forma) voluto dai padri conciliari, la Chiesa, fa ancora molta fatica a riprendersi: una vera crisi, che ha avuto come 'effetto domino', l'affievolimento morale(si pensi alla crisi della confessione)e l'oblio di ciò che è giusto, la giustizia verso Dio e il prossimo, virtù cardinale che concorre alla nostra santificazione. Giustizia viene da jus, che traduciamo con 'diritto'. Ecco perché culto, etica e diritto, sono interdipendenti; la vita cristiana è sacramentale perché il sacramento implica dimensioni liturgiche, morali e giuridiche. Ma quanti cattolici capiscono questo? Le deformazioni, gli abusi e i reati nel culto divino, hanno dato adito non di rado a quelli in campo morale e nel diritto. Si pensi solo al fatto che le chiese oggi vengono usate per manifestazioni di ogni tipo: il contrario del fine per il quale furono costruite e dedicate: la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Nemmeno le dittature ateiste erano arrivate a tanto. Forse molti ecclesiastici e fedeli non sanno quello che fanno. Benedetto XVI, ai parroci romani, commentando il potere dei media ai tempi del concilio, ricordò tra l'altro: “non interessava la liturgia come atto della fede, ma come una cosa dove si fanno cose comprensibili, una cosa di attività della comunità, una cosa profana...Queste traduzioni, banalizzazioni dell'idea del Concilio sono state virulente nella prassi dell'applicazione della Riforma liturgica; esse erano nate in una visione del Concilio al di fuori della sua propria chiave, della fede” (14 febbraio 2013). Dunque, urge riportare la liturgia al suo principio fondante, così bene espresso da san Benedetto: Nihil operi Dei praeponatur'.

3 – Quali piste proporrebbe alle comunità per valorizzare la liturgia e lo studio della Sacrosanctum Concilium oggi?

La liturgia serve a far incontrare Dio all'uomo, per questo i sacramenti sono le 'reti' dell'evangelizzazione. Perciò, bisogna celebrare e studiare le liturgie: il rito romano antico, ripristinato dal Motu proprio Summorum Pontificum, e anche quello ambrosiano. Essi possiedono la mistica di cui ha sete l'uomo contemporaneo: per questo le nuove generazioni vi si avvicinano con desiderio e stupore. Del resto, se per unire i cristiani, bisogna conoscere ed assistere alle liturgie orientali (che hanno non poche cose in comune con le occidentali latine), per curare le ferite della Chiesa, scossa al suo interno dall'inimmaginabile scristianizzazione dell'Occidente, come abbiamo visto al sinodo, non v'è altra via che il reciproco arricchimento tra Vetus e Novus Ordo Missae.   Se si convenisse con l'affermazione che la scristianizzazione odierna è soprattutto opera dei chierici, e nasce da un errore di mistica - diceva Charles Peguy - cioè dall'abolizione del Mistero nel quale agisce la Grazia, allora, la causa efficiente sarebbe la "rimozione del rito", che trascina, nel crollo della liturgia, la dottrina e l'esperienza della fede, contribuendo, come ha affermato Benedetto XVI, alla crisi della Chiesa. Il rito, infatti, offre il contenuto delle verità salvifiche, ma anche diventa il luogo e la forma in cui si sperimenta la presenza salvifica del Signore, perché ivi "la rivelazione diventa liturgia" (cfr Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, 2007,p 356). Nella liturgia, la fede e la dottrina sono mediate dal rito, che è sinonimo di ordo, ordine (la fedeltà ai riti e ai testi autentici della liturgia è una esigenza della lex orandi che deve essere conforme alla lex credendi). Il rito, infine, scandisce il tempo della musica e struttura lo spazio dell'arte, rendendole capaci di comunicare all'uomo il Sacro, perciò queste possiedono una dimensione apostolica, missionaria e apologetica. La mancanza di fedeltà al rito può anche toccare la validità stessa dei sacramenti(cfr Giovanni Paolo II, Vicesimus Quintus Annus, 1988), inficiando nella liturgia i diritti di Dio, nonché dei fedeli. Il rimedio a tale situazione e alle sue conseguenze, resta il Motu proprio Summorum Pontificum: seguendone la lettera e lo spirito, si potranno progressivamente correggere le deformazioni e gli abusi nella liturgia postconciliare(cfr J.Ratzinger, Opera omnia,11- Teologia della Liturgia. - VIII. Lo sviluppo organico della liturgia, Lev, 2010, p.788-794).

4 – “Actuosa Participatio”. Quanti equivoci… Sarebbe importante affrontare la questione anche dal punto di vista dell’approccio simbolico.

Per partecipare alla sacra liturgia, bisogna aver coscienza di appartenere al Signore: solo da lui siamo fatti partecipi, come prega il Canone Romano. Ma oggi che, la coscienza, viene percepita come la libertà di decidere, da noi stessi, cosa è bene e cosa è male, siamo dinanzi all'opinione sempre fallace e non alla retta coscienza. Quanti cattolici hanno coscienza di appartenere al corpo di Cristo e quindi di partecipare al suo sacerdozio nella liturgia? E per questo, i liturgisti lamentano che la gente non partecipa ad una liturgia, divenuta eccessivamente didascalica e antropocentrica, a motivo dei ripetuti interventi e commenti di sacerdote e ministri, che finiscono per attirare l'attenzione su di sé e non sul Mistero, sulla presenza del Signore. C'è una ragione che porta a non partecipare efficacemente (per tradurre bene actuosa) – consiste soprattutto nell'“ammirabile scambio”, dice Leone Magno, tra la nostra povertà e la Sua ricchezza – il fatto che non ci sentiamo più miserabili, ma ricchi del convincimento che stiamo bene così, che non abbiamo bisogno di essere salvati. Pertanto, la misericordia viene intesa così: desideri la donna d'altri? Convivi? Sei adultero? Pecchi contro natura? non preoccuparti: Dio ha pietà di te, puoi continuare a fare quello che fai. Cosa è accaduto? Si è persa la verità della conversione: “Convertitevi,o peccatori,e operate la giustiziadavanti a lui; chi sa che non torni ad amarvi e vi usi misericordia?” (Tb 13,8). L'Apostolo, dopo aver esortato ad essere benevoli e misericordiosi, a camminare nella carità, ammonisce: “Quanto alla fornicazione e a ogni specie d'impurità o cupidigia, neppure se ne parli tra voi,come si addice ai santi...Perché, sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro...avrà parte al regno di Cristo e di Dio. Nessuno vi inganni con vani ragionamenti..”. (Ef 4,32-5,8). La vera partecipazione alla liturgia comincia dal riconoscimento dei peccati e da una prima purificazione con l'ascolto della Parola divina, quindi, diventa supplica nella preghiera dei fedeli e nell'offerta di sé a Lui, e, infine, per quelli che sono in grazia di Dio, culmina nella Comunione. Quest'ultima, se non si può fare, non invalida in alcun modo la partecipazione, come insegna l'antichità cristiana, quando catecumeni e penitenti partecipavano a una parte o a tutta la liturgia, astenendosi dalla Comunione.

5 – Grazie. Di questa dotta e profonda risposta. Affrontiamo ora il legame da vivere, cercare e desiderare tra la Liturgia e la Missio (ad intra e ad extra) della Chiesa.

Inizio da fatti recenti. Il recente Sinodo non ha evidenziato solo una dialettica interna, legittima, ma anche posizioni non conciliabili dal punto di vista dottrinale. Con la Chiesa Cattolica che appare divisa all'interno, che senso avrebbe ricercare l'unità con gli altri cristiani? Il sinodo ha fatto emergere, per chi non se n'era accorto, almeno due visioni di Chiesa contrapposte; pertanto, i padri, hanno cercato di armonizzare e chiarire. Tuttavia nelle 'Proposizioni', si rileva una de-rubricazione del peccato e della grazia. Gli interventi di taluni vescovi,assomigliano a lezioni di educazione civica: bisogna comprendere, accogliere, valorizzare; non dicono se il modo di vivere o gli atti di coloro che dobbiamo comprendere, siano morali o meno, siano secondo la legge divina o quella del mondo. Se si afferma che la vita in coppia di persone dello stesso sesso contenga “elementi di santificazione”, si propone una visione di Chiesa estranea al cattolicesimo; se si aggiunge che, codificarne i diritti, sia un “ discorso di civiltà”, si spieghi di quale civiltà: quella cristiana o quella pagana? Sappiamo dal Catechismo della Chiesa Cattolica, che tali unioni – non meno del comportamento – esprimono il disordine morale. Comprendere, non vuol dire giustificare. Gesù, non è venuto ad abolire, ma a perfezionare i comandamenti. Egli che ha affermato: “Avete udito: non commettere adulterio. Ma Io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore" (Mt 5,28). Di sicuro, questo non piace al mondo. Ma, scrive Evagrio Pontico: “Colui che ama il mondo sarà molto afflitto mentre coloro che disprezzano ciò che vi è in esso saranno allietati per sempre.” ( Anthirretikòs. Contro gli otto spiriti malvagi).

Siamo in presenza di “maschere” dell'Anticristo: – come nell'affresco di Signorelli a Orvieto – esternamente la loro immagine è suadente come quella di Cristo, ma non confessano Gesù venuto nella carne(cfr 1 Gv 4,2), cioè non parlano di croce e risurrezione, di peccato e di grazia, del mistero grande che assimila l'amore del matrimonio, al mistero dell'amore di Cristo per la Chiesa: “l'Anticristo viene, e al presente son molti gli anticristi: da questo possiamo capire che è l'ultima ora. Sono usciti di mezzo a noi...” (1 Gv 2,18-19). Gli anticristi, sono quanto di più antiumano possa concepirsi, con la parvenza di essere umanisti, come vediamo dalla 'cultura' che ci circonda: diabolica perché divide il segno dal significato: ci si sposa per separarsi, diceva Seneca; si rivendica il diritto al figlio a costo di ricorrere al seme altrui, mettendo le premesse di un disastro di cui già si avvertono le conseguenze. Alla Chiesa plebs sancta, e in essa, soprattutto al papa e ai cardinali, è richiesto di arginarel'Anticristo, non assecondando in alcun modo le sue manifestazioni. Chiedere di essere aperti alle novità, senza dire quali, induce a credere che si voglia la piena legalizzazione di quello che fino ad oggi era peccato, senza chiamarlo col suo nome. Noi, non abbiamo da attendere altra novità che Gesù Cristo, il quale – dice Ireneo – “ha portato ogni novità portando se stesso”. Egli solo è Colui che fa nuove tutte le cose: novae, cioè ultime (cfr Is 43,19 e Ap 21,5), novità secondo lo Spirito, perché le novità del mondo, non sono per nulla nuove sotto il sole(cfr Qt 1,9). Il papa e i vescovi devono servire la verità; come Simon Pietro, devono farsi lavare non solo i piedi, ma tutto il corpo da Gesù, obbedire alla Rivelazione, alla Tradizione e al Magistero che l'ha preceduti. Il primato petrino è la pienezza del potere ma non il potere assoluto; al suo servizio è la Curia romana, in cui devono confluire le diverse sensibilità della Chiesa circumdata varietate.

San Paolo, dopo aver notato che l'uomo spirituale giudica ogni cosa e non è giudicato da nessuno, aggiunge: “Noi però abbiamo il pensiero di Cristo” (1 Cor 2,16). Ora, se il cristiano si adegua al mondo, il suo pensiero sarà “aperto” e “incompleto”, ingenerando attorno a sè - affermava Giovanni Paolo II - smarrimento, confusione, perplessità e delusione. Il “pensiero incompleto” è debole, si caratterizza per la mancanza di una base filosofico-metafisica, diciamo pure tomista, e di conseguenza fa un uso ambiguo del linguaggio: prevale l'aspetto soggettivo-esistenziale pur importante, ma non si percepisce un gran che la dimensione oggettiva della verità che, nel migliore dei casi, viene data per scontata (possiamo permettercelo di questi tempi?): in Europa (almeno) sembra andare a braccetto con il relativismo e si tenta di trarne, giornalisticamente, le conseguenze in tale direzione. Il giudizio storico sul momento presente è sentimentale e privo dello spessore culturale, proprio della dottrina sociale della Chiesa, come è presentato nella Redemptor Hominis e nella Caritas in veritate. Il prodotto è un cristianesimo fatto di esortazioni ai buoni sentimenti, che, senza l'esperienza dell'Avvenimento di Cristo, non durano molto nel tempo. Un amico sacerdote, prima del Conclave, lasciandosi andare ad un po' di fantasia, mi diceva che ci sarebbe voluto un Leone XIV, che portasse avanti la dottrina sociale della Chiesa, spingendo a fondo il giudizio culturale avviato da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, sulla perdita di vivibilità della società di oggi (un quesito che è urgente per i credenti e i non credenti allo stesso modo!); un giudizio che facesse capire che all'origine di tutto questo c'è non solo l'essere indifferenti o contrari a Cristo e alla Chiesa, ma l'aver minato la ragione e la morale naturale fino al relativismo più esasperato. Il “pensiero incompleto”, adotta un linguaggio semplicistico ed equivoco che ognuno può aggiustarsi a modo suo; ma può bastare ad educare le coscienze, a formare coloro che fanno la cultura, cioè la mentalità comune a tutti? Nel “pensiero incompleto”, manca sempre la seconda metà del discorso, che invece è necessaria per chiarire la prima, in modo da renderla non equivoca. Un “pensiero incompleto” non è cattolico. Lo previde Paolo VI: “un pensiero non cattolico è penetrato nella Chiesa...ma non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa”; sussisterà un piccolo gregge, o, per dirla con Benedetto XVI, una “minoranza creativa”, perché “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! Non lasciatevi sviare da dottrine varie e peregrine” (Eb 13,9a). O si concepisce la Chiesa nella continuità di sempre o si va incontro alla rottura. Dunque, chiediamo al papa e ai vescovi di dire la verità, per fugare la confusione dottrinale e pastorale esistente. Il regno di Gesù Cristo – recita il prefazio di Cristo re – è innanzitutto regno di verità e di vita, da cui scaturiscono la santità e la grazia, i cui frutti sono giustizia, amore e pace. La verità è il legame tra la liturgia e la missione della Chiesa, come hanno testimoniato san Domenico e san Tommaso: Veritas: laudare, benedicere et praedicare. Dobbiamo permanerenella verità di Cristo. Questa è la vera misericordia.

6 - I tempi sono duri, sia fuori che dentro la Chiesa e richiedono discernimento. Il discernimento degli spiriti richiama ad un triplice movimento: fare le domande giuste al Signore, anzitutto la domanda “Signore cosa vuoi che io faccia?”; in secondo luogo chiamare le cose per nome e in terzo luogo, nel contempo, scorgere la speranza e la gioia nascosta nel desiderio di Dio e nell’oggi che ci dona. Dopo questa analisi da Lei fatta, per certi versi “cruda” e disincantata ci aiuti a scorgere il bello presente non solo in ciò che abbiamo ma anche in ciò che si può compiere con l’aiuto costante di Dio.

Bisogna “piacere solo a Dio”, come insegna san Benedetto (Gregorio Magno, II Dial., Prol.1). La Chiesa – e ciascuno di noi – deve tornare a concepire così la sua vita, la sua missione e innanzitutto la sua liturgia, che, ripeto, è sacra se ha Dio al centro e non noi. Egli è il Protagonista alla cui presenza siamo introdotti e dal quale siamo allietati e rigenerati di continuo. La Chiesa - e ciascuno di noi, soprattutto se ecclesiastico - oggi, ha bisogno più che mai, di stare sola con Dio, per superare, come san Benedetto, tre tentazioni fondamentali: il desiderio di stare al centro dell'attenzione, quella della sensualità, che istiga a voler piacere al mondo, e quella dell'ira e della vendetta nei confronti di chi non accetta, innanzitutto al suo interno, il “pensiero unico”. Solo dopo aver vinto, come il Santo, queste tentazioni, la Chiesa potrà “dire agli altri una parola utile per le loro situazioni di bisogno” (Benedetto XVI, Udienza generale, 9 aprile 2008). Se la Chiesa, continuasse a parlare di evangelizzazione, mentre il mondo diventa sempre più incristiano, o a parlare di sfide, mentre le perde di continuo, non sarebbe meglio imitare la condotta del grande Patrono d'Europa? La Chiesa, solo se riappacificata al suo interno, e in grado di controllare pienamente se stessa, potrà riannunciare il Vangelo del Signore.

Gentile mons. Bux, grazie di cuore per questa sua appassionata intervista e, in certo qual modo, “confessio fidei”. Grazie per questi ultimi criteri di discernimento spirituale, che accogliamo con gioia e con sano timore. In effetti San Francesco, il fondatore della moderna vita religiosa itinerante, al contrario di quanto si pensa, passava due terzi dell’anno in quaresime e preghiere, per tenere vivo “lo spirito di orazione e devozione” (FF. 88), prima di annunciare per via le “fragranti parole di nostro Signore”(FF. 180)

Ci ricordi nelle sue preghiere e nel Santo Sacrificio. Grazie.









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