Orchestrare è l’arte di educare e di esserci

11 per la Famiglia 20 giugno 2015Comprendo, pur non condividendole, le posizioni diverse davanti ad eventi così importanti come quello di ieri.
La Chiesa è un'orchestrazione.
Ed è bellissima per questo.
Ma il silenzio di alcuni movimenti, forum, amici e non, giornalisti, tv cattoliche e alcuni Vescovi, per me, è realmente grave.
E non per un fatto numerico – lo si è visto – ma per una aderenza del cuore.
E' un gravissimo peccato di omissione e di scarsissimo senso di realtà e di Chiesa.
E questa non è passibile di essere una personale opinione; anche se nel discorso dico "per me", purtroppo, ma è un fatto che giudica tutti. I fatti ci devono far riflettere. Sia chi scrive, sia chi legge.

Dobbiamo abituarci ai fatti altrimenti si rischia di fare o i clericali (ai limiti della piaggeria – cosciente o inconscia) o gli adolescenti ribelli per partito preso.

Se non serviamo la realtà tutta intera non serviamo neanche più il Vangelo.

Se una giornata come quella di ieri, 20 giugno 2015, riunisce
la santa fibrillazione degli eventi straordinari di Torino,
la sensibilità umanissima della Giornata Mondiale del Rifugiato
e la manifestazione delle famiglie che si riuniscono "per" la famiglia ad "ostacolare" (parole di Galantino, quindi "stop") le ideologie mortifere..
non è forse un bene di tutti e da raccontare?
Raccontiamo tutto e gioiamo di tutto.
Tutti e tre questi eventi sono una grazia.
Appoggiamo ogni rivolo di bene anche se talvolta a rischio di strumentalizzazioni di giornali e di politici.
Tutti e tre questi eventi sono a rischio di manipolazione.
E nessuno ha il dono dell’ubiquità e può dunque essere presente a tutti e tre.
Ma un conto è non essere presenti e un conto è ignorare o contrastare.
L'esortazione, che è un comando del Signore, di "gareggiate nello stimarvi a vicenda" che fine ha fatto?

Se poi abbiamo paura della parola "contro" (da qualcuno citata discorsivamente nella giornata di ieri) perché non allineata alla mellifluità corrente, mi chiedo con che criterio ci si educa e si educa. Mi chiedo che interlocutore ho davanti. Ma non tra i laici non credenti ma tra i fratelli e le sorelle nella fede. Neanche nell’anno della nascita del Signore era presente una tale refrattarietà a ciò che è umano, ed è “grammatica” dell’intendersi. Siamo, da questo punto di vista, in un’epoca ben peggiore della “pienezza dei tempi”. Epoca, la nostra, che, ammantata di progresso, è anche il luogo in cui la grammatica è saltata e si ha la presunzione di viverne senza.
Abbiamo acquisito, grazie al cristianesimo, diritti fondamentali legati all’essere persona ma abbiamo annacquato (soprattutto noi come Chiesa e figli della Chiesa) il rivolo della grazia con la scimmiottatura di negare la natura. Cioè il preambolo alla grazia.

La grazia suppone la natura. La natura dopo un "sì" al vero e al bello, a ciò che è giusto ed armonioso, è anche fatta di "no" e di "contro" per creare un "habitus", altrimenti non c'è struttura. Non c’è umanità. Con i suoi derivati di senso civico, educazione e bene comune. Ebbene se non c'è questo minimum o almeno la costante, povera, fallace, tensione ad esso, la grazia slitta, la grazia non è efficace. Il seme cade su un terreno non pronto.

Questa osservazione prima è l'ABC della pastorale.
Chi è pastore sa bene che deve tessere l’uno e l’altro, la grazia e l’umano, sia nei tempi brevi che nei tempi lunghi. Sia con dei “sì” che con dei “no”. Sia con azioni immediate e brevi, sia con la pazienza e la serena fiducia dei tempi lunghi. Sia con le potature che con la serena fiducia nella potenza del seme del Regno. Servono tutte e due. “Potatura” e “fiducia nella potenza del seme del Regno”. Entrambe legate dalla Speranza.
La misericordia e il perdono sono i mezzi per sostenere, instancabilmente, la tensione al bene, al vero, all’habitus per la grazia, altrimenti non sono né misericordia, né perdono ma connivenza e dissoluzione dell’umano.
Cioè una vera e propria bestemmia all’incarnazione.
Così, infatti, la scimmia di Dio, con la sua straordinaria capacità nel dividere dal di dentro l’uomo e con la sua capacità mortifera di enfatizzare alcuni tratti disordinandoli ha strutturato “il credente” che non è più “uomo di buona volontà” ma uno che conosce (forse) tante cose su Dio, accede, probabilmente, ai sacramenti ma è svuotato di quell’umano e di quella “grammatica” che lo rende capace della fecondità della grazia.

Non accada che i primi che dividono e che non fanno orchestrazione e valorizzazione del bene (che forse è peggio che dividere) siano proprio coloro che hanno responsabilità pastorali, educative ed informative. Dio ci aiuti a non caderci mai, né in forma attiva, né in forma passiva o con silenzi conniventi. Che è ancora peggio.

“Accoglienza” e “potatura” vanno, dunque, di pari passo, altrimenti non stiamo più servendo l’uomo ma la nostra idea di uomo. Talvolta un’idea “pura”, e lontana dalla realtà, talvolta un’idea “totalmente impantanata” ed incapace poi di trascendere e di trascendersi. Insomma mancano gli educatori perché – forse – sono i primi a non sapere il “come”, il “know how” e sono i primi a non essere, talvolta, educati. Sono smarriti. Mancano gli innamorati dell’Incarnazione.

Invece, privilegio vero è il riconoscere di essere smarriti. Solo chi riconosce di essere smarrito potrà diventare esperto di umanità.

Essere esperti di umanità è un percorso che nasce dal “farsi dare un nome” solo da chi può darlo. Non da convegni, seminari di formazione, master, da qualunque ruolo ecclesiale, pur importante e doveroso.

Ciononostante, personalmente, ho comunque una incrollabile fiducia che nonostante me, nonostante noi, Dio salverà e creerà sempre il suo resto fedele, docile ed obbediente. Il perenne “resto”, realmente servo. Magari nascosto. Che lavora sia per la “piazza” (se necessario) che per l’azione feriale della buona semina quotidiana. Facciamo di tutto per far parte di questo “resto”. Non è un privilegio ma un dono da coltivare come cibo quotidiano.

E’ questo resto che rende feconda la grazia di tutti e per tutti, con la logica di Betlemme e di Nazareth.

“non a noi Signore,

non a noi

ma al Tuo nome da gloria”.


Paul Freeman

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