Il prete solo

anno_sacerdotale09I fatti di Genova riguardanti Don Seppia, al di la degli accertamenti oggettivi, da verificarsi, del caso, ci inducono ad alcune semplici riflessioni:

1 – Qui, probabilmente, non si tratta di un sacerdote che fa i conti con la sua debolezza occasionale, ma di un sacerdote che si è costruito, sulla sua debolezza, una doppia vita che lo ha portato a scelte "criminali" e totalmente contrarie al suo ministero sacerdotale e ancora prima al suo essere cristiano. Qui non ne facciamo un giudizio personale ma solo dei comportamenti oggettivi. Il giudizio sul cuore, come il giudizio ultimo e pieno, tanto più su un sacerdote, spetta sempre a Dio.

2 - La castità, gemella della temperanza, dono per tutti i battezzati, è frutto di un lavoro costante di richiesta della grazia sulla nostra miseria affinché venga assunta e guarita. Tuttavia non è una disciplina che impegna solo il singolo ma lo impegna in quanto Chiesa. Ed impegna la Chiesa verso il singolo. Questo riguarda non solo sacerdoti e consacrati ma tutta la comunità ecclesiale. La castità è un dono non solo per il singolo ma è un dono ecclesiale. La castità è per la gioia del singolo e della Chiesa.

3 - I fatti drammatici debbono far riflettere e prendere misure. I casi dei sacerdoti in difficoltà  - e purtroppo talvolta abbandonati a se stessi - hanno suscitato centri “specializzati”, sia riconosciuti istituzionalmente sia spontanei. Nei centri spontanei la dimensione di "accoglienza" di queste situazioni in difficoltà – accoglienza che è il loro punto di forza -  se non accompagnate da una forte vigilanza ed un ripristino della robustezza umana del sacerdote fanno danno tanto quanto le intolleranze. Certi centri, spontanei, di accoglienza dei sacerdoti hanno questo di pecca, accolgono ma non aiutano a ristrutturarsi e negano - di fatto - le ferite del peccato originale e attuali e puntano sulle capacità ri-generative che vengono dal di dentro.  Affermano una ricerca del bene ineludibile, come se il sacerdote nel peccato o ormai ampiamente ferito, isolato e messo a contatto con se stesso, possa restaurarsi da sé. Questo è un grande errore pedagogico e ancor prima teologico. Dalla fase positiva di accoglienza del primo approccio ci si perde sulle medie e lunghe distanze di un cammino di guarigione. I centri “riconosciuti” istituzionalmente tendono ad essere più rigidi ma non a centrare il problema di fondo che ha il sacerdote e a guarirlo con una consapevolezza sana nella fede, perché la malattia è appunto non solo del singolo ma dell’autocoscienza del sacerdozio. Il punto dolens è la vita fraterna.

4 – Infatti il problema è proprio la solitudine del sacerdote. Supporre un sacerdozio coniugato, per esempio, non solo non aiuterebbe o sanerebbe la questione ma la aumenterebbe. Il sacerdote coniugato non vivrebbe con gioia la sua castità, cioè il suo donarsi al gregge affidato, ma sarebbe ancor più diviso e ancora più solo. Con questo non vogliamo negare la bontà e la fecondità delle tradizioni orientali che presuppongono un accesso al presbiterato di coniugati, come viri probati, ma solo che la risposta al sacerdozio di rito latino e al sacerdozio in genere non è e non può essere la coniugalità ma un ripensare la sua dimensione fraterna.

5 – La risposta ce la dà la sapienza della Chiesa che riconoscendo i “parroci in solidum” – nel Diritto Canonico dell’83 - ha già tracciato una via preziosa. Il sacerdote necessita di una vita fraterna. Tanto più se diocesano. Qualcuno obietterà che tale “disciplina” non si può imporre. Ma proprio qui sta il punto. Bisogna intendere bene cosa significa imporre. Il sacerdozio diocesano va ripensato come un servizio non “monodico” ma di una comunità presbiterale. E’ evidente che il parroco dovrà alla fine prendere decisioni da solo rispetto ai suoi collaboratori parrocchiali nel sacerdozio, ma evidentemente tale decisioni da “solo” sono già il frutto di un vivere fraterno. Questo humus, in realtà, porterebbe giovamento ad una certa linearità pastorale nelle vicarie parrocchiali e nelle diocesi. Non solo. Ma anche una certa itineranza parrocchiale aiuterebbe il fruire della dimensione fraterna. Troppi sacerdoti rimangono per decenni nella stessa parrocchia. Non ci si educa e non si educa alla vita di fede e al fatto reale e decisivo che “siamo pellegrini e forestieri in questo mondo”.

6 – La vita fraterna certo pone dei limiti. Ma insegna anche a non fare deriva su visioni solipsistiche della pastorale. Insegna a confrontarsi e a cogliere il meglio del frutto collegiale nello Spirito. Limiti che invece di “limitare” arricchiscono ed educano. Ci si dimentica che in tempi così narcisistici e malati di protagonismo come i nostri, anche i seminari potrebbero essere vissuti come una tappa per poi aprirsi ad un ministero di protagonismo monodico che dopo un primo entusiasmo “dopante” porta alla solitudine. Quella vera; che davanti alle prime serie difficoltà fa capitolare il sacerdote oppure lo apre a costruirsi doppie vite. Con questo non vogliamo certo negare le responsabilità personali che uno ha davanti al peccato e alla ”schizofrenia” nella fede, ma che i presupposti debbano proprio essere una vita fraterna “semper reformanda” del sacerdozio. Il lavoro che fa satana non è tanto indurre verso il peccato, sia nei riguardi del sacerdozio sia verso le famiglie, ma portare alla solitudine che è isolamento. Il suo progetto è rendere l’uomo disperato e solo. La disperazione porta poi a trovare compensazioni di ogni tipo che nulla hanno a che vedere con la felicità e la gioia del vangelo.

7 – In sostanza l’intuizione “in solidum” ci pare una intuizione ed una pista per il futuro. Non per “lavorare” di più e meglio e coprire una richiesta pastorale con una più alta efficienza operativa, ma proprio per “essere” meglio sacerdoti. Il sacerdote, anche se assume in sé, una forte dimensione simbolica personale, essendo segno particolare ed ontologico, di Cristo Sacerdote, egli però lo è, anche, in una dimensione “relativa” al collegio sacerdotale di cui fa parte, in obbedienza al Suo Vescovo. Questa “conformazione ontologica” personale condivisa va sempre tenuta conto proprio in questi due aspetti: personale e condivisa. L’ontologia non è per sé ma per l’Altro e per l’altro e, nello stesso tempo, con l’altro che è il confratello nel sacerdozio.

8 – La vita fraterna aiuta il sacerdote a condividere il peso di quello che è condivisibile. Certo ci sono e ci saranno alcune questioni che sono coperte dal sigillo sacramentale e dal segreto ma moltissime altre che possono essere condivise e nella condivisione, alla luce di una vita fraterna nello Spirito Santo, si ridimensionano e, nel contempo,  rafforzano il sacerdote nel portare quei pesi che solo lui, nella solitudine ontologica del suo ministero può portare. La vita fraterna non è dunque solo un investimento per prevenire, cadute, o peggio ancora, vite sdoppiate, ma ancor prima per vivere meglio la solitudine necessaria in cui il sacerdozio pienamente vissuto immette. La vita fraterna aiuta il sacerdote a cogliere che quella solitudine ontologica in cui è inserito per sola grazia, non ne fa un “eroe romantico” un “superuomo” ma un debitore – verso Dio e verso gli uomini -  sostenuto dall’orazione e dalla devozione e da una robusta vita ecclesiale.

9 – Attenzione alla sindrome del “capro espiatorio”. Troppo facilmente davanti a situazione di peccato o anche di “sdoppiamento” di vita ci stracciamo le vesti. Ma questo lo fa solo chi sta all’asilo o ancor più chi non ha fatto veramente presa di coscienza dei propri limiti e del proprio peccato. Questi atteggiamenti sono propri di chi ha una vita spirituale e di auto coscienza povera e meschina.

Pertanto fermezza assoluta su comportamenti immorali e criminali e verso il peccato, accoglienza massima sempre verso il peccatore. Accoglienza che non deve, né può essere, giustificazione ma ripresa di coscienza dell’unicum della persona; quell’unicum che ne fa la preziosità assoluta e che va fatto ri-emergere. Anche le due dimensioni di alcune frangie del cattolicesimo, quelle dei “supercattolici” e quelle dei “ superconcessionisti” fanno sentire il proprio squilibrio. I “supercattolici” si stracciano le vesti e puntano il dito. Ma così facendo alimentano già il manicheismo tanto presente nel mondo contemporaneo che vede sempre il male fuori di sé. Questo, intimamente, li fa sentire buoni e a posto. I superconcessionisti si ammantano di quel buonismo untuoso che è giustificazione e legittimazione di comportamenti illeciti e criminosi, sia civilmente che spiritualmente. Strutturano ideologie relativiste e altrettanto pericolose. Anche a costoro, questo atteggiamento, intimamente, li fa sentire buoni e a posto. Questo infantilismo delle due correnti, volutamente qui estremizzate con slogan, è un danno per la chiesa e per il fratello o la sorella che cade nel peccato o ancor peggio che si è costruito una doppia vita.

10 – La propria coscienza non è un giardino segreto dove uno alimenta scelte autonome e persegue sentieri solipsistici. La coscienza è il luogo dove Dio può parlare, ma anche un luogo che va educato e formato alla luce della Tradizione, della Parola di Dio, del Magistero, di una sana vita ecclesiale e di un rinnovato impegno nello Spirito Santo. La coscienza si forma nella Chiesa e come Chiesa e proprio per questo ne evita sia la sua omologazione alle ideologie correnti, sia quella solitudine che la espone ad una superbia sostanziale incapace di cogliere realmente la voce di Dio e magari ad ingannarsi. Questo è valido per tutti noi battezzati, laici e chierici. L’obbedienza nella fede è principio e cura di ogni solitudine e “collante” autentico della vita fraterna.

Nei limiti di questa breve e inesaustiva riflessione su tematiche così delicate e importanti, ringraziamo per l'attenzione.

Paul Freeman

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