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L'EMERGENZA EDUCATIVA NON RIGUARDA SOLO I GIOVANI MA ANCHE GLI ADULTI

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Da qualche anno si sta prendendo coscienza dell'esistenza dell'emergenza educativa che interessa la nostra gioventù, e non solo. Di fronte all'emergenza un vescovo ha cercato di dare delle risposte, è monsignor Luigi Negri vescovo di S. Marino Montefeltro. In un saggio pubblicato l'anno scorso dalla casa editrice Fede e Cultura di Verona, Emergenza educativa. Che fare? (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.) Riconosce l'emergenza educativa come una impossibilità comunicativa adeguata fra mondo adulto e mondo giovanile per la fatica di rapporto e di incomprensione. Oggi secondo monsignor Negri le generazioni si fronteggiano in una situazione di assoluto silenzio, il silenzio della incomunicabilità.

    

Ernesto Galli della Loggia in un articolo su Il Corriere della Sera parlava dell'assenza dei padri. In pratica le generazioni precedenti sono state lentamente espropriate della loro cultura che è stata sostituita dall'opinione dei giornali. Un'opinione che Benedetto XVI ha chiamato tecno-scienza, il porre fiducia assoluta nella scienza che risolve tutti i problemi.

 Il giovane si può entusiasmare con la tecno-scienza? Certamente no. "Un giovane ha bisogno di sapere perché vive. Implicitamente o esplicitamente la generazione più giovane ci chiede delle ragioni per vivere. Di fronte a questa domanda il mondo adulto non trova le risposte, non sa rispondere. Gli adulti non trovano più i contenuti adatti e quindi si assiste al 'lento esaurirsi dei valori'".

 I giovani di oggi sono delusi e inerti perché non trovano risposte come è capitato qualche anno fa agli studenti del Liceo Spedalieri di Catania, dopo l'uccisione di Filippo Raciti. I liceali hanno scritto una lettera aperta ai propri professori su La Sicilia, chiedendo le ragioni adeguate per vivere. E' paradossale che studenti e professori che si vedono tutti i giorni abbiano bisogno di un giornale per parlarsi. Nella risposta i professori hanno detto di non essere pagati per dare delle ragioni per vivere, ma per insegnare delle nozioni.

 Ecco in questo dibattito emerge una incomunicabilità per assenza di valori vissuti che incontra una realtà giovanile  o inerte o delusa perché si aspetterebbe quello che non riceve, scrive Negri, per questo l'emergenza nazionale colpisce allo stesso modo i grandi e i piccoli.

 Infatti secondo il vescovo di S. Marino quando si affronta il tema dell'emergenza educativa non significa parlare sui giovani, ma parlare su come siamo noi adulti di fronte ai giovani in quella realtà di convivenza e di insegnamento che è la scuola.

 Già la scuola, per monsignor Negri, è il luogo dove emerge l'incomunicabilità. Qui emerge perchè nonostante tutto la scuola resta il luogo dove il desiderio di vivere la conoscenza non è del tutto scomparso. Proprio nella scuola media dell'obbligo questa domanda può essere forte. Infatti all'insegnante viene fatta una domanda di educazione. Certo l'insegnante non è il primo educatore, prima viene la famiglia, poi la Chiesa. All'insegnante - scrive Negri - è chiesto di essere anche educatore non nel senso di mettere accanto la funzione di insegnante, cioè di comunicazione di un certo modo di approccio della realtà secondo quel tipo di angolatura scientifica, letteraria, filosofica, ma di dare attraverso l'insegnamento spunti educativi. Questo può accadere, se l'insegnante è portatore di una cultura che non coincide con la sua competenza nozionistica. Del resto come ha insegnato bene Giovanni Paolo II, la cultura è ciò che si è. E' quel modo specifico di essere e di esistere dell'uomo. Monsignor Negri nel libretto di Fede e Cultura insiste sottolineando che la richiesta di cultura all'insegnante non significa un'aggiunta al suo insegnamento delle discipline, ma qualcosa che li anima. Attraverso l'insegnamento passa qualcos'altro. Quel qualcos'altro educa, diventa una proposta di umanità. Per Negri, attraverso il greco, il latino, la storia, l'educazione musicale e quant'altro si educa. Se la forma del nostro insegnamento non ha la dignità di una cultura, l'insegnamento decade, difficilmente trova interesse.

 La burocratizzazione della scuola, l'ha resa lontana dalla vita dei giovani. C'è una lontananza dei giovani dalla scuola. Per monsignor Negri se ricordiamo qualcosa della scuola è perché abbiamo avuto una lezione di cultura e di vita e non semplicemente una serie di insegnamenti per quanto rigorosamente impartiti. E comunque l'insegnante deve sempre interrogarsi se nel suo insegnamento gioca la cultura, se c'è un impegno culturale sostanziale. Occorre recuperare il grande insegnamento che Benedetto XVI ci ha dato col suo intervento magistrale a Regensburg: la cultura è una domanda di verità sulla propria vita e sul mondo. E più avanti monsignor Negri scrive, la nostra cultura deve alimentarsi della domanda, rivolgendosi agli insegnanti consiglia, dobbiamo far presentire che prima di un mestiere del fare c'è un mestiere del vivere, come diceva Cesare Pavese.


Domenico Bonvegna