LA RIVOLUZIONE ANTROPOLOGICA DELLA DROGA

Dr Plinio con la madonna di fatima

A volte i numeri riescono più delle parole a spiegare la realtà, come nel caso del grave fenomeno della droga. Il professore Massimo Introvigne, sociologo, nella terza parte del libro “Libertà dalla droga”, pubblicato da Sugarcoedizioni (2015 Milano), citando il Rapporto Mondiale sulle Droghe 2014, dell’Ufficio delle Nazioni Unite, scrive che nell’ultimo anno in cui sono state compilate statistiche complete, il 2012, ci sono state 183.000 morti causate direttamente dall’uso delle droghe illecite, un po’ più di un morto ogni tre minuti. Introvigne è ancora più preciso, “Se impiegate due ore a leggere questo libro, tra l’inizio e la fine nel mondo un’altra quarantina di persone saranno morte per droga”. Anche se in realtà i morti sono di più. Infatti, ci sono i morti per droga indirettamente come i drogati che hanno contratto l’AIDS per ragioni legate alla droga. Poi ci sono il numero di morti per omicidi commessi da drogati sotto l’influsso della droga o che uccidono per procurarsi la droga.

In buona sostanza, scrive Introvigne, “i numeri sono quelli di una guerra: o di una rivoluzione. E’ la rivoluzione antropologica del 1968, che ha il centro simbolico nell’apologia della libera droga”.

Il reggente nazionale vicario di Alleanza Cattolica, dopo le osservazione tecniche di carattere giuridico e medico, oggetto del 1° e del 2° capitolo del libro, tratta l’aspetto morale, teologico e filosofico in tema di droga. Introvigne prende in considerazione le riflessioni del pensatore brasiliano Plinio Correa de Oliveira, che ha scritto, “Rivoluzione e Controrivoluzione”. Un saggio,divenuto manuale di studio per Alleanza Cattolica, ma anche per altre associazioni controrivoluzionarie, qui il De Oliveira, studia la scristianizzazione dell’Europa avvenuta sotto forma di processi antropologici, definiti come Rivoluzione, dando alla parola un senso negativo. Il professore Plinio delinea una I Rivoluzione, quella Protestante, segue la II Liberale-illuministica,infine, la III comunista. Infine il professore brasiliano segnala una IV Rivoluzione, successiva a quella comunista, e siamo alla Rivoluzione culturale del 68, che accade nelle tendenze, una sovversione in interiore homine. Pertanto se le prime tre rivoluzioni hanno distrutto “tutti i legami organici – religiosi, politici, economici”, riducendo l’uomo un semplice individuo isolato e atomistico. La IV Rivoluzione intende attaccare l’individuo e di “dividerlo in se stesso, di renderlo infinitamente plastico e plasmabile, non più fermo nella propria essenza ma in balia di ogni divenire”.

Per Introvigne si accende una “rivoluzione nella vita quotidiana”, che si dovrà necessariamente tramutare in “rivoluzione sociale totale”, che a sua volta, mira a trasformare la struttura dei bisogni, modificando l’essenza dell’uomo stesso.

“L’esempio più tipico e drammatico del carattere di dissoluzione della ‘rivoluzione nella vita quotidiana’ – per Introvigne - è costituito dalla droga, tragico sintomo di una crisi di civiltà”. Pertanto secondo il sociologo torinese, “la guerra della droga minaccia in potenza ogni uomo, verificando così la definizione di Mao Tse-Tung (1893-1976) secondo cui ogni uomo è un obiettivo della guerra rivoluzionaria”. Si tratta, dunque, di una guerra di carattere sovversivo, che per certi versi può essere assimilata ad un’operazione eversiva in senso tecnico, se è vero che non esiste una definizione medica e farmacologica unica del concetto di droga. Molti studiosi hanno definito le sostanze “tossicomaniche”, a “condotte sociali nocive, astensioniste, eversive o degradate”.

Pertanto secondo Introvigne il fenomeno della rivoluzione della droga, che rappresenta l’”estensione della sovversione dal corpo sociale al corpo umano”, può essere studiato secondo lo schema proposto da Correa de Oliveira, nel suo già citato, Rivoluzione e Controrivoluzione. Anzitutto come rivoluzione nei fatti, quindi, a livello più profondo come rivoluzione nelle idee, che traducendosi nella pratica danno origine ai fatti; infine, alla radice del fenomeno, come rivoluzione nelle tendenze e nei modi di vivere, che costituiscono il terreno dal quale nascono le idee”. In questo modo si potrà pervenire ad una sommaria descrizione della meccanica della rivoluzione della droga, necessaria per poter impostare una eventuale resistenza e controrivoluzione.

Introvigne comincia la sua analisi con una affermazione fin troppo abusata: “chi si droga non fa male a nessuno”, una frase immorale, non solo perché a nessuno è lecito, attentare alla vita altrui, ma neppure alla propria. Lo dice il diritto naturale e il bene comune. Ma l’asserzione, è radicalmente falsa sul piano dei fatti: “perché il tossicomane, lungi dal “non far male a nessuno”, manifesta un’elevata pericolosità criminale…”. Dopo aver citato il documento del Pontificio Consiglio per la Famiglia, ”Liberalizzazione della droga?”(1997), il sociologo smonta alcuni luoghi comuni sulla liberalizzazione della droga. Uno di questi è che la droga va liberalizzata perché i drogati sono moltissimi e nessuna legge gli farà cambiare idea, “anzi i divieti alzano i prezzi  e favoriscono i ricchi e i criminali”. E’ una tesi sociologica che in pratica sostiene che la legge deve adeguarsi alle preferenze che i cittadini hanno manifestato non a parole o con il voto, ma con il loro comportamento. E’ una tesi formulata da Federico Varese, che insegna criminologia nel dipartimento di sociologia dell’Università di Oxford. Varese, in un articolo su La Stampa, ha scritto: “Qualsiasi manuale di sociologia dello Stato spiega che l’apparato di leggi che governano una società deve corrispondere ai comportamenti individuali più diffusi”. Introvigne, polemizza con queste tesi che probabilmente circolano solo ad Oxford e propone di diffonderle provocatoriamente presso le donne di certe zone del Messico o dell’India. “Sarà per loro una grande consolazione sapere che per i sociologi di Oxford ‘non ha senso’ criminalizzare la violenza carnale di gruppo a Ciudad Juarez o in certe periferie indiane, dal momento che lì è certamente praticata da una percentuale significativa della popolazione (maschile)”.

A questo punto è doveroso chiedersi: le leggi dello Stato devono adeguarsi ai “comportamenti individuali più diffusi”? Anche quando sono immorali o nocivi al bene comune? O piuttosto è giusto che le leggi devono correggere i comportamenti diffusi dalla gente. Comunque sia la posizione di Varese appare assurda, non deriva da nessun principio sociologico, ma dal relativismo più assoluto, che è una dottrina filosofica che pretende di diventare legge, e si fa “dittatura del relativismo”, come ha ben detto Benedetto XVI.

Pertanto, visto che in Italia siamo il secondo Paese al mondo per consumo di droghe cosiddette “leggere”, allora dobbiamo legalizzarla? Per farsi capire meglio, Introvigne utilizza un paradosso: l’Italia è in testa alle classifiche europee per quanto riguarda la corruzione, allora perché non suggerire a qualcuno dei parlamentari, un referendum per legalizzare la corruzione, visto che è un comportamento diffuso. Addirittura Introvigne prepara una bozza di discorso che questi politici potrebbero pronunciare in Parlamento, identica a quella della legalizzazione della droga, cambiando semplicemente “marijuana” con “corruzione”.

Introvigne si scusa per il paradosso, ma “il paradosso – come spesso capita – va al cuore del problema: non tutto quello che è socialmente diffuso dev’essere legalizzato. Se la droga, come la corruzione, fa male ai singoli e alla società, e le leggi che la vietano non funzionano, dobbiamo far funzionare le leggi e non abolirle”.

Tuttavia la droga è un flagello del nostro tempo, il professore torinese la paragona tranquillamente ai flagelli del passato come la peste e il colera. Ma le epidemie del passato si cercava in tutti i modi di sfuggirle, mentre oggi, per la droga, c’è persino chi osa farsene propagandista e promotore. Infatti è sconcertante che già nella rivoluzione antropologica del 68, c’è chi vedeva nella droga “la levatrice di una nuova umanità”.

Com’è possibile perseguire la droga come un bene e uno scopo? Richard Neville forniva una risposta interessante: la droga, rende gli uomini, “capaci di sgusciare dalla camicia di forza della logica aristotelica”. Dietro l’avversione per il filosofo greco, “si nasconde l’avversione per il retto uso della ragione, per l’idea che esiste una verità, un ordine delle cose oggettivo e immutabile e la ragione è in grado di conoscerlo”.

In conclusione, la battaglia contro la droga per il professore Introvigne, è una vera “guerra civile culturale”, e certamente, per vincere questa battaglia non sono sufficienti gli ospedali e le leggi. Occorre un’opera di “bonifica intellettuale, una restaurazione dell’intelligenza”, ma soprattutto, serve una “restaurazione dell’educazione”, e visto che la maggioranza dei drogati è costituita da studenti, significa che per lottare efficacemente contro la droga, bisogna “rompere con la pedagogia rivoluzionaria, tornare a un’educazione vera che trasmetta non solo tecniche, ma valori e ideali, non solo le cose, ma l’ordine delle cose”.

Quinto de Stampi MI, 15 maggio 2015

S. Isidoro, contadino.                                                                        DOMENICO BONVEGNA

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