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Francesco: otto secoli di fede

san-francesco.jpg"Otto secoli or sono, difficilmente la città di Assisi avrebbe potuto immaginare il ruolo che la Provvidenza le assegnava, un ruolo che la rende oggi una città così rinomata nel mondo, un vero "luogo dell'anima".
A darle questo carattere fu l'evento che qui accadde, e che le impresse un segno indelebile. Mi riferisco alla conversione del giovane Francesco, che dopo venticinque anni di vita mediocre e sognatrice, improntata alla ricerca di gioie e successi mondani, si aprì alla grazia, rientrò in se stesso e gradualmente riconobbe in Cristo l'ideale della sua vita" (Benedetto XVI - Angelus del 17 giugno 2007).

Otto secoli di fede e passione divina per la persona di Cristo che infiammarono il cuore del giovane Francesco e che rimangono a fondamento della Regola francescana ancora oggi. Quando ci si sofferma a riflettere sul carisma francescano, talvolta, ci si impadronisce di una bonaria e ingenua pretesa: quella cioè di credere di sapere tutto e di aver compreso tutto circa la vita di questo grandissimo Santo. Basta mettere a tema, in modo esplicitamente romantico, "alcuni" aspetti principali della vita di Francesco come l'amore per la natura, la povertà, la pace... e il gioco è fatto! Altra cosa sarebbe invece scoprire in Francesco i tratti caratteristici del cristianesimo e la sua ecclesialità mettendo da parte tutta quella poesia che nel tempo ci è stata tramandata e che, purtroppo, ancora oggi rischia di confondere gli aspetti fondamentali del carisma francescano.

La particolare attenzione che, per esempio, Francesco d'Assisi rivolgeva ai poveri non era dettata (come purtroppo talvolta si sente dire) da un personale e semplice coinvolgimento sentimentale verso chi viveva di stenti. C'era un di più nel concetto di povertà vissuto dal Poverello d'Assisi, qualcosa di così irresistibilmente bello e vero da provocare il coinvolgimento di tutta la persona. Era la "povertà di Cristo" che toglieva il sonno al giovane Francesco, "ché per tal donna (madonna Povertà), giovinetto, in guerra / del padre corse ..." (Dante, Pd. XI,58-59). La santità di Francesco d'Assisi, infatti, la si potrebbe sicuramente considerare schizofrenica e mielosa se alla base di tutto non vi fosse la consapevolezza di aver incontrato in Cristo il miracolo dell'amore povero. A tal proposito il teologo carmelitano P. Antonio M. Sicari scrive: "[...] Amare i veri poveri e la vera povertà - come Gesù propone - non significa coltivare in sé una generica benevolenza verso i bisognosi, destinando loro qualche briciola. Significa anzitutto collocare dignitosamente se stessi in una specie di distacco reale - e, quando ciò non è possibile, almeno spirituale e psicologico - dal mondo dei buontemponi e dei gaudenti: distacco soprattutto da quei luoghi e quei tempi in cui il mondo si esprime come un insieme di baracconi da fiera, come un immenso supermercato del superfluo, come un interminabile divertimento in cui tutto fa spettacolo, come un continuato spot pubblicitario: basta pensare, a questo proposito, alla organizzazione sempre più scintillante e volgare del quotidiano divertimento offerto dai mass-media. Non si può essere poveri senza una particolare custodia e una difesa della dignità del proprio mondo interiore: dei propri desideri, delle proprie immaginazioni, dei propri giudizi...".

Uno degli aspetti più travolgenti della vita di Francesco è stata la possibilità di poter influire positivamente e cristianamente nell'ambiente in cui viveva, diventando un modello di vita da seguire, non perché era Francesco ma perché "Francesco era di Dio"! Il miracolo di questa "trasfigurazione" ambientale (non relativa alla materia) può realmente accadere se permettiamo a Dio di guardare il mondo, le cose, le persone attraverso i nostri occhi, e in tal senso il "Cantico delle creature" di Francesco ne è un fulgido esempio! Guardare il mondo così come lo guarderebbe Dio o amare gli altri così come farebbe Dio non sono differenze di poco conto. Non è l'effetto del semplice buonismo che permetterà, per esempio, a Madre Teresa di Calcutta di vedere nell'uomo sofferente il Cristo sofferente (accudendo ad ogni persona come se tra le braccia avesse davvero il Corpo del Signore), ma lo sguardo diverso che la piccola suora seppe rivolgere verso quella realtà umana. Uno sguardo docile e obbediente, incapace di calcolare tempo, disponibilità ed energie pur di non perdere l'opportunità di amare e di essere amati da Dio.


Michelangelo N.

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