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Folgorazioni sulla via di Damasco. La fede come necessità della ragione.

conversione san paoloGiuseppe Carlo Valente

La conversione religiosa, essendo un fatto interiore, non può che nascere dalla libertà dell'animo, quindi dell'intelletto.
Sarebbe illogico quanto innaturale credere di imporla contro la volontà di una persona, poiché da essa si otterrebbe in tal modo solo una dichiarazione di fede esteriore e divergente rispetto alla sua volontà interiore, quella vera.

Nel cattolicesimo, ricordando anzitutto San Paolo, quando scrive nei Vangeli "Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi", la conversione a Dio ha come presupposto la libertà della volontà, inscritta nella natura dell'uomo.

Da essa, poi, secondo l'importante insegnamento tomista, accolto nella dottrina cattolica col Concilio Vaticano II,  l'uomo può trovare la fede in Cristo usando la ragione naturale, ossia tramite  una parte del proprio essere, che esiste in modo reale, e non solo potenziale, grazie ad un atto di esistenza derivante da un altro essere e che deriva, infine, quale causa prima, direttamente da Dio. Vi è quindi in ogni essere finito e contingente una dipendenza causale di tipo estrinseco, così che ogni uomo è creatura di Dio.

In questo sistema di pensiero, fondato sull’essere reale e completo e che evidentemente include come centrale la metafisica,  la natura dell’uomo è,  più precisamente, costituita  da anima e corpo, laddove dell’anima, concepita quale forma del corpo di natura incorporea e come autocoscienza, fa parte l’anzidetta ragione.

Di tale autocoscienza, o coscienza di essere, innegabilmente presente nella natura dell’uomo, la scienza non ha dato alcuna spiegazione che possa dirsi esaustiva, limitandosi viceversa a spiegare l’uomo solo dal punto di vista delle sue funzioni biologiche, ossia da un punto di vista meramente materialista, quindi per ciò stesso incompleto.

Con la ragione naturale l’uomo ha la possibilità di rinvenire, nella Rivelazione cristiana, ossia nella Parola di Cristo, la fede in Dio. La razionalità, infatti, si pone  in un rapporto di servizio rispetto alla fede cattolica, poiché può dimostrarne i preamboli o fondamenti, le verità trascendenti, nonché confutarne ogni obiezione. Anzi, un corretto procedere della ragione, non potrebbe che esitare nella fede, che è dunque regola o necessità della ragione, non già un fatto sentimentalista o emotivo, poiché non è diversamente possibile una spiegazione scientifica e razionale della causa prima come del fine ultimo dell’immanente.  La scienza, infatti, si fonda su alcuni dati della realtà, ossia gli assiomi, definibili qui "punti di partenza“ di tutta la costruzione logico/scientifica. Essi sono assunti quali veri dogmaticamente, poiché sono e restano indimostrati in quanto non dimostrabili scientificamente. A partire da questi, si conoscono l’uomo e l’immanente nella loro estensione conoscibile. Per cui, l’inizio, il cominciamento, di ogni conoscenza umana dimostrata non è dimostrabile. Risiede qui il limite della ragione e/o dell’esperienza umana, quindi della sua conoscenza, onde se la scienza si spingesse oltre assurgerebbe a religione, secondo il tipico atteggiamento cd. agnostico, per il quale si aspettano risposte dalla scienza che mai potranno essere date.

Tra ragione è fede, inoltre, non vi è contrasto, poiché con la razionalità non è possibile escludere l’esistenza di Dio. Né la fede contraddice la scienza, poiché con strumenti dimostrativi di tipo scientifico, con i quali si indaga l’immanente, non è possibile sottoporre a verifica concetti,  o dogmi,  propri del trascendente. Ciò, con buona pace della filosofia razionalista, che invece ha preteso, e continua pretendere,  di dimostrare, non riuscendovi per le descritte ragioni, l'incompatibilità tra l'uomo di scienza ed il credente in Dio.

Nondimeno, Tommaso d’Aquino, riesce, in modo insuperato, a dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio, del Dio cattolico e trascendente, se pur con prove ontologico/formali, ossia non scientifiche.

Trattando di conversioni religiose, va distinto, poi, il piano della libertà giuridica di fede religiosa, garantita anche nella Costituzione italiana all’art 19 e consistente nel diritto di ogni cittadino di professare liberamente la propria religione, o l’ateismo, di farne proselitismo e di esercitarne il culto, in forma individuale o associata.

Un credente cattolico, perciò, non dovrebbe meravigliarsi se da un animo libero nasca una conversione verso una religione diversa, come ad esempio quella islamica, che pertanto merita un atteggiamento di rispetto e tolleranza. Allo stesso modo, qualunque acattolico dovrebbe avere un uguale atteggiamento dinanzi ad una conversione al cattolicesimo. Ciò, per come d’altronde è previsto dalla medesima  Costituzione italiana all’art. 8, in cui si garantisce e tutela l’uguaglianza giuridica di ogni confessione religiosa.

Infine, al di là degli accennati rilievi giuridici, il discorso sui diversi contenuti tra islamismo e cattolicesimo, come, più in generale, sui contenuti delle varie religioni e della loro comparazione, riguarda una problematica differente, quella del cd. dialogo interreligioso, che si svolge in ambito internazionale.

Anche se ciò, trasposto a livello individuale e pratico, potrebbe essere, o forse dovrebbe essere, contestuale al momento della conversione stessa, laddove una persona legga, ad esempio i Vangeli e il Corano, e nel contempo rifletta sui loro contenuti, cogliendone qui le sostanziali differenze, senza involgere verso inesistenti egualitarismi o possibili sincretismi di sorta.

Giuseppe Carlo Valente

Giovedì della XXVI settimana delle ferie del Tempo Ordinario

S. Teresa di Gesù Bambino, O.C. Dr. della Chiesa (1873-1897)