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FIGURE E MOMENTI DELLA CONTRORIVOLUZIONE ITALIANA

lanteri_grandedi Giuseppe Bonvegna

Parlare di cattolicesimo controrivoluzionario, in riferimento a una stagione del cattolicesimo italiano che informò di sé tutto il XIX secolo, presuppone che si abbia chiaro, in via preliminare, che la contrapposizione cercata da parte dei rappresentanti di quella cultura non ebbe la sua vera ragion d’essere nell’aspetto “negativo”; e ciò nemmeno se vengono presi in considerazione soltanto (come spesso è stato fatto) gli innegabili aspetti polemici.  Si trattò infatti di personaggi che non intesero solo reagire alle idee della Rivoluzione francese che, attraverso le conquiste napoleoniche e nonostante la disfatta del generale corso sui campi di Waterloo e il conseguente ripristino delle monarchie legittime, si erano ormai diffuse in tutta Europa: c’era invece anche dell’altro in loro e fu alla base del formarsi di quella coscienza cattolica che, attraverso il Pontificato di Pio IX (1846-1878) e il confronto con il nascente Stato unitario, avrebbe dato origine, nella seconda metà dell’Ottocento, alla Dottrina Sociale della Chiesa.

Se, ad esempio, si prende in esame uno dei “pionieri” della cosiddetta controrivoluzione cattolica italiana, il venerabile cuneese Pio Bruno Lanteri (1759-1830), risulta evidente come la sua decisione di dedicarsi alla diffusione dei “buoni libri” della spiritualità cattolica moderna, che si poneva in netto contrasto con la mentalità razionalistica veicolata dall’illuminismo del tempo, era finalizzata a ricomporre i brandelli di una cultura cattolica che, nelle classi colte, stava ormai perdendo terreno rispetto alle nuove idee.  Strumento di diffusione era l’Amicizia Cristiana, l’associazione clandestina fondata a Torino alla fine del Settecento da Nikolaus Albert Joseph von Diesbach (1732-1798). Gesuita bernese, ex militare dell’esercito svizzero passato poi in quello dei Savoia, il Diesbach si era convertito al cattolicesimo (provenendo da un passato calvinista) nella capitale sabauda, dove nel secolo precedente erano stati attivi san Francesco di Sales (1567-1622) e il beato Sebastiano Valfrè (1629-1710). Alla nuova associazione diedero il loro contributo personaggi del calibro di Luigi Guala (fondatore assieme al Lanteri del Convitto Ecclesiastico di Torino), di san Giuseppe Cafasso (1811-1860), direttore del Convitto dopo la morte del Guala, apostolo dei carcerati e maestro del clero torinese. Il Cafasso ebbe tra i suoi discepoli san Giovanni Bosco (1815-1888), san Domenico Savio (1842-1857) e il Beato Francesco Faà di Bruno (1825-1888).  L’Amicizia cristiana era un’iniziativa rivolta principalmente alle classi colte della Torino del tempo, ma nel giro di pochi anni si diffuse anche all’estero, in particolare in Svizzera (Soletta e Friburgo) e a Vienna, dove, già nel 1782, il Diesbach e il Lanteri si recarono per difendere papa Pio VI, in viaggio nella città austriaca, dagli attacchi della stampa illuministica. In Piemonte, l’animatore dell’Amicizia era il marchese Cesare Taparelli D’Azeglio (1763-1830), padre del ben più noto Massimo (1798-1866) e di Luigi (1793-1862), grande teorico gesuita del diritto naturale e primo rettore del Collegio Romano, da cui, nel 1873, sarebbe nata l’Università Gregoriana. Durante il periodo della Restaurazione, ci fu una controrivoluzione cattolica anche in altre parti d’Italia: si pensi al conte recanatese Monaldo Leopardi (1776-1847), padre di Giacomo (1798-1837), vivace polemista, intellettuale e iniziatore del quindicinale La Voce della ragione, uscito a Pesaro nel 1832, un anno dopo l’avvio del modenese La Voce della Verità, ma a differenza di quest’ultimo con una vita brevissima (appena tre anni), anche se apprezzato da papa Gregorio XVI.  Grande amico di Monaldo Leopardi fu il napoletano Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa (1798-1838). All’alba dei moti rivoluzionari del 1820-21, il principe di Canosa abbandonò il Regno di Napoli e percorse la penisola cercando di coordinare gli sforzi di coloro i quali secondo lui, a differenza della debole e indecisa Monarchia napoletana (ma conformemente al pensiero del padre teatino Gioacchino Ventura di Raulica – 1792-1861 – fondatore a Napoli della Enciclopedia ecclesiastica e morale), avrebbero voluto dare un carattere più consapevole alla Restaurazione.  Trascorse quindi alcuni anni alla corte modenese di Francesco IV d’Asburgo (1779-1846), collaborando alla già citata Voce della Verità e dove conobbe monsignor Giuseppe Baraldi (1778-1832), fondatore della rivista Memorie di religione di morale e di letteratura. Ma, pur senza dimenticare altri brillanti interpreti italiani della controrivoluzione (come lo storico napoletano Giacinto De Sivo – 1814-1866 – e il marchese anch’egli napoletano Pietro Calà Ulloa – 1801-1879 – entrambi successivi al periodo della Restaurazione ma figli spirituali dell’impostazione politica dei loro immediati predecessori), è un dato incontrovertibile che il futuro della controrivoluzione ebbe come crocevia i luoghi (Torino, Milano e Roma) dove si combatterono le decisive battaglie culturali del Risorgimento.

 E ciò a motivo del fatto, per limitarsi all’ambiente torinese, che la politica annessionistica dei Savoia, oltre a presentare quel carattere aggressivo e comunque lesivo della sovranità dell’Impero d’Austria, fu, com’è ormai noto, ampiamente lesiva dei diritti della Chiesa attraverso una legislazione anticattolica iniziata nell’estate del 1848, protrattasi fino all’anno dell’unificazione ed estesa quindi ai territori annessi: proprio nel luglio del 1848 nacque a Torino il battagliero giornale cattolico anti-liberale «L’Armonia della religione con la civiltà», che, tra il 1851 e il 1863, sarebbe poi stato diretto dall’intransigente don Giacomo Margotti (1823-1887) e che si distinse fin da subito nella lotta per la difesa dei diritti della Chiesa.  C’è, del resto, un legame tra la controrivoluzione cattolica del periodo della Restaurazione e il pensiero politico cattolico che, durante gli anni cruciali del Risorgimento, avrebbe prospettato un assetto alternativo di unificazione: ciò è dimostrato dal fatto che uno dei primi tramiti per la diffusione del pensiero del giovane Antonio Rosmini (1797-1855) fuori dal nativo Trentino fu l’ossolano austriacante Giacomo Mellerio (1777-1847), esponente di spicco dell’Amicizia milanese durante il periodo a cavallo della Restaurazione. All’inizio degli anni Venti, inoltre, Rosmini venne invitato dal marchese Cesare D’Azeglio a collaborare a L’Amico d’Italia, il periodico torinese dal marchese stesso fondato e diretto come organo dell’Amicizia, e aveva organizzato a Rovereto la Società degli Amici, una società segreta cattolica molto simile all’Amicizia Cattolica nello spirito e nei metodi.  Sempre in quegli anni il cardinale Giuseppe Maria Morozzo della Rocca (1758-1842), arcivescovo di Novara, che nel 1828 avrebbe favorito la nascita dell’Istituto della Carità di Rosmini a Domodossola, ordinava sacerdote il nipote (figlio della sorella e del marchese Cesare), Luigi Taparelli D’Azeglio, da poco nominato superiore e rettore del Collegio dei gesuiti a Novara. Diventato, nel 1824, primo rettore del Collegio Romano, Luigi Taparelli D’Azeglio iniziava un lungo percorso intellettuale che lo avrebbe portato a spostarsi a Napoli (1829-1833) e a Palermo (1833-1850) e a diventare, attraverso il recupero delle dottrine tomistiche all’interno della filosofia, il principale difensore della dottrina del diritto naturale (Saggio teoretico di diritto naturale, 1840-1843). Sulla base di questa dottrina, Taparelli si fece promotore di una teoria della nazionalità che militava nettamente dalla parte opposta di coloro i quali ventilavano l’unificazione politica come condizione imprescindibile per il compiersi del Risorgimento dell’Italia: nell’opuscolo intitolato Della Nazionalità, uscito a Genova nel 1847 (ma originariamente concepito come appendice integrativa del Saggio teoretico), Taparelli, in forza del recupero della nozione originaria di nazionalità, contestava la necessità dell’unità e  dell’indipendenza per fondare il concetto di nazione, provocando forti reazioni soprattutto da parte dell’abate torinese Vincenzo Gioberti (1801-1852). Taparelli, col suo scritto, si trovava però sostanzialmente sulla stessa linea d’onda di altri illustri rappresentanti del pensiero cattolico, come il già citato Antonio Rosmini e il filosofo vercellese Emiliano Avogadro della Motta (1798-1865). La buona compagnia della quale il Taparelli indubbiamente godeva (e la cui presenza controbilancia ampiamente le critiche che ricevette da parte del fratello Massimo e del cugino Cesare Balbo – 1785-1853 –) è il segno del fatto che, all’alba del 1848, in Italia esisteva ancora un vasto fronte maggioritario del cattolicesimo filosofico e politico comprendente personalità che si sarebbero separate per motivi ad oggi soltanto in parte individuati. Com’è noto, la frattura di quel fronte in moderati e intransigenti si palesò durante il 1848, quando da un lato Rosmini (che già durante gli anni milanesi del 1826-1827 si era sganciato dal pensiero controrivoluzionario di Joseph De Maistre e di Louis De Bonald) abbandonò, in concomitanza con le Cinque Giornate di Milano, qualsiasi residuo di simpatia per l’Austria e quando, dall’altro lato, papa Pio IX, con l’Allocuzione del 29 aprile, ritirò le truppe pontificie dalla guerra anti-austriaca.  Tutto ciò costituisce tuttavia soltanto la superficie della questione e non deve far dimenticare che nemmeno il fallimento della cosiddetta missione di Rosmini a Roma presso Pio IX (agostoottobre 1848) riuscì a incrinare, per tutto il 1848 e poi ancora per una buona parte del 1849, la comunione d’intenti tra l’abate di Rovereto e il Pontefice: la missione diplomatica era infatti fallita non per colpa di Rosmini (il quale voleva patteggiare con Pio IX un concordato con il Regno sabaudo e una Confederazione di Stati italiani), ma a causa della volontà del governo piemontese che, contravvenendo alle istruzioni iniziali, aveva imposto a Rosmini l’obiettivo di convincere il Papa a riprendere la guerra anti-austriaca.  Sarebbe stato soltanto l’assassinio del Primo Ministro di Pio IX, il carrarese Pellegrino Rossi (1787-1848), uomo con vedute politiche diverse da quelle di Rosmini ma da quest’ultimo comunque grandemente stimato, a inaugurare, nel novembre 1848, uno scontro all’interno del quale il Pontefice fu sempre più portato a vedere ovunque l’odore di quell’estremismo democratico sotto i cui colpi di pugnale era caduto il Rossi. Le cose precipitarono, repentine e inaspettate, nel maggio 1849, con la messa all’Indice delle rosminiane Cinque Piaghe della Santa Chiesa e La Costituzione secondo la giustizia sociale, un evento che non potrebbe essere compreso se letto al di fuori del clima politico che si era creato con l’assassinio di novembre, la fuga del Papa e l’instaurazione della Repubblica Romana. Non fu un caso che il conte vercellese Emiliano Avogadro della Motta, già vivace polemista, avendo terminato nel 1849 la stesura dell’opera che l’avrebbe consegnato al mondo del pensiero politico (il Saggio sul socialismo), ritardò di due anni la pubblicazione per scrivere la lunga critica alla filosofia di Rosmini (pubblicata come appendice al Saggio): vedendo nel pensiero del Roveretano forme latenti di socialismo (a livello politico) e di panteismo (a livello metafisico), Avogadro della Motta pagò al tempo nel quale visse l’altissimo prezzo che, sulla lunga distanza, avrebbe di fatto determinato l’occultamento del suo valore di filosofo della politica. Si trattava di un’ombra proveniente innanzitutto dai monsignori e dai cardinali che circondavano Pio IX alla Curia di Gaeta e dai quali erano state formulate, per la prima volta, le accuse anti-rosminiane che portarono alla messa all’Indice delle due opere di Rosmini e che facevano da motivo conduttore delle pagine avogadriane. Il 6 aprile del 1850 uscì a Napoli il primo numero della «Civiltà Cattolica». Al di là delle risposte che si possono dare alla domanda riguardante i legami tra l’ambiente della Curia pontificia di Gaeta e quello gesuita che portò alla nascita del quindicinale, sono comunque fuor di dubbio, all’indomani delle condanne del 1849, la militanza anti-rosminiana e le simpatie nei confronti dell’ambiente curiale pontificio almeno dei tre principali intellettuali gesuiti all’origine della rivista: Carlo Maria Curci (1809-1891), Luigi Taparelli D’Azeglio, Matteo Liberatore (1810-1892).  Fu proprio il nuovo quindicinale dei gesuiti a rendere possibile lo sdoganamento e il momento di massimo splendore del pensiero controrivoluzionario cattolico, quando, in un articolo del febbraio 1852 a firma di Giuseppe Calvetti, si parlava di una stretta relazione tra la definizione del dogma dell’Immacolato Concepimento di Maria e la negazione del razionalismo. L’intuizione, che convinse Pio IX (sotto la cui direzione stavano procedendo da due anni i lavori per la definizione del dogma) a unire la definizione dogmatica alla condanna degli errori moderni, non era in realtà un prodotto originale del Calvetti, ma, come il redattore stesso riconosceva, proveniva dal Saggio sul socialismo di Avogadro della Motta. Alcuni mesi dopo, il filosofo di Vercelli figurava come unico italiano tra i destinatari di uno schema d’inchiesta sui possibili errori moderni da condannare, inviato, su incarico di Pio IX, dal cardinale Raffaele Fornari (1787-1854) a molti arcivescovi e vescovi e alle personalità più illustri del laicato cattolico europeo: nell’elenco figuravano anche lo spagnolo Juan Donoso Cortès (1809-1853) e Louis Veuillot (1813-1883), direttore del giornale cattolico francese «L’Univers».  Ormai dunque in collegamento con i principali esponenti della controrivoluzione cattolica europea, il pensiero avogadriano acquistava un peso ancora maggiore quando, nell’estate del 1853, Pio IX, dopo aver letto la risposta del vercellese all’inchiesta Fornari (nella quale veniva sottolineata la natura rivelata della questione dogmatica e la natura razionale di quella degli errori moderni), decise di separare i due percorsi di studio, che per un anno, proprio grazie alle pagine del filosofo vercellese, erano stati unificati: com’è noto, la condanna degli errori moderni, avanzata per la prima volta in un sinodo dei Vescovi umbri tenuto a Spoleto nel novembre 1849 e nel quale aveva avuto una parte rilevante l’arcivescovo di Perugia Gioacchino Pecci (1810-1903), futuro papa Leone XIII dal 1878, avrebbe trovato accoglienza separata nel Sillabo, l’elenco di ottanta proposizioni allegato all’Enciclica Quanta Cura dell’8 dicembre 1864. C’è stato quindi un influsso determinante del pensiero cattolico controrivoluzionario sulla nascita della Dottrina Sociale della Chiesa, della quale il Sillabo viene considerato uno degli antesignani. In concomitanza con l’inchiesta del cardinale Fornari sugli errori moderni e sollecitato dalle vicende parlamentari che il 5 luglio 1852 portarono all’approvazione della legge sul matrimonio civile alla Camera del Parlamento subalpino (poi respinta al Senato grazie a una lettera inviata da Pio IX a Vittorio Emanuele II), Avogadro della Motta diede avvio a un trattato sul matrimonio: la Teorica dell’istituzione del matrimonio, il cui primo volume uscì a Torino nel 1853. Nel dicembre dello stesso anno venne eletto alla Camera tra le fila di quello schieramento della Destra, guidato dal conte Ottavio Thaon di Revel (1803-1868), nel quale militavano i migliori esponenti della controrivoluzione politica nel Regno sabaudo: merita di essere ricordato il conte Clemente Solaro della Margherita (1792-1865), l’ex Ministro degli Affari esteri del re Carlo Alberto, che era stato allontanato dal Ministero in quanto non condivideva la politica del sovrano mirante all’ingrandimento territoriale del Regno. Erano gli anni durante i quali quella politica militare (che aveva già portato alla sconfitta piemontese di Novara nel 1849) si sposò, grazie all’azione del conte Camillo Benso di Cavour (1810-1861), al governo tra il 1852 e il 1859, con una sempre più aggressiva politica antiecclesiastica (che portò alle legge sulla soppressione delle comunità religiose nel 1855). Essa ebbe come risultato una seconda guerra anti-austriaca, preludio della conquista militare e dell’annessione al Regno di Sardegna di gran parte dei territori italiani e quindi della realizzazione dell’unificazione politica della penisola.  Dopo la sconfitta del federalismo cattolico rosminiano (con il fallimento della Missione a Roma), il compito di proporre un modello di rapporto con gli altri Stati italiani e con la Santa Sede che non fosse lesivo dei diritti legittimi e del ruolo della Chiesa nella società era rimasto affidato all’azione politica della Destra politica del Parlamento di Torino; ma, forse anche a motivo di una non convergenza di strategia politica tra gli uomini di quello schieramento, a nulla valsero gli sforzi della Destra, che, oltre tutto, con le elezioni del 25 marzo 1860 uscì dalla scena politica.  Ciò non impedì al conte Avogadro della Motta (anche lui tra i non più rieletti) di pubblicare, poco prima del Breve di Pio IX del 26 marzo che scomunicava i governanti del Piemonte responsabili dell’annessione delle Legazioni pontificie, le sue Considerazioni sugli affari d’Italia e del Papa: qui egli sosteneva che l’eliminazione del potere temporale del Papa (di cui il territorio era parte integrante) atteneva non solo alla sfera politica, ma anche a quella religiosa. L’anno dopo, ne La rivoluzione e il ministero torinese in faccia al papa e all’episcopato italiano scriveva che Roma, centro del cattolicesimo e sede del pontefice, non poteva diventare la capitale di uno stato che non aveva concorso a formare. Proprio all’inizio degli anni Sessanta don Giacomo Margotti (che nel 1863 lasciò «L’Armonia» e fondò a Torino su consiglio di Pio IX il quotidiano «L’Unità Cattolica») fece incontrare il conte della Motta con Giambattista Casoni (1830-1919), il giornalista bolognese venuto a Torino per conoscere il mondo cattolico piemontese.  Casoni, nel 1865, diede vita all’Associazione cattolica italiana per la libertà della Chiesa in Italia, uno dei primi tentativi di organizzazione del laicato cattolico intransigente all’indomani dell’unificazione italiana: dall’unione di questi tentativi e all’ombra del divieto posto da Pio IX ai cattolici di partecipare alla vita politica italiana (il non expedit del 1874), sarebbe nata, nel 1875, l’Opera dei Congressi.

 

INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE

Candido Bona, Le “Amicizie”. Società segrete e rinascita religiosa (1770-1830), Deputazione Subalpina di Storia Patria, Torino 1962.

Sandro Fontana, La controrivoluzione cattolica in Italia (1820-1830), Morcelliana, Brescia 1968.  Nicola Del Corno, Gli “scritti sani”. Dottrina e propaganda della reazione italiana dalla

Restaurazione all’Unità, Franco Angeli, Milano 1992. Antonio Rosmini, Della Missione a Roma di Antonio Rosmini Serbati negli anni 1848-49.

Commetario, a cura di Luciano Malusa, Edizioni Rosminiane, Stresa 1998. Marco Invernizzi, I cattolici contro l’unità d’Italia? L’Opera dei Congressi (1874-1904), Piemme,

Casale Monferrato (AL) 2002. Pio Bruno Lanteri, Scritti e documenti d’Archivio, 4 voll., Roma-Fossano, Edizioni Lanteri e

Editrice Esperienza, 2002.

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Da più ampio dossier

http://www.diesse.org/default.asp?id=971#b5263