Rassegna stampa formazione e catechesi

Viaggio tra le antiche chiesine piemontesi

trinita affresco monte di ghiffa

Fin dai primi secoli del medioevo furono molte le cappelle e le chiese italiane intitolate alla Santissima Trinità e moltissime le immagini a essa dedicate. Il radicamento della raffigurazione fungeva da ferma risposta della Chiesa al sabellianismo (da Sabellio uno dei suoi principali fautori), corrente eterodossa del pensiero cristiano nata già nel ii secolo, che sosteneva che nella Santissima Trinità il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non sono persone realmente tra loro distinte, ma solo modi diversi di manifestarsi e di agire di un’unica persona divina. La difficoltà di comprensione del mistero e la necessità della sua divulgazione costrinsero l’iconografia a modificarsi in un lungo e variegato cammino non sempre lineare. In Piemonte il culto conobbe particolare diffusione, lasciando affreschi medioevali di particolare interesse.

 

Una spoglia chiesuola campestre della campagna saluzzese, a Scarnafigi, in provincia di Cuneo, risalente al XV secolo, conserva una testimonianza non comune: nel solitario e consunto edificio possiamo ritrovare ben tre raffigurazioni iconografiche della Trinità, tutte proprie della pittura popolare, diverse nel tentativo di visualizzare un mistero che come tale non può essere compreso.

Gli affreschi di Scarnafigi non sono certamente unici ma è il loro presentarsi insieme a rendere raro e importante il complesso.

La prima e la più importante delle scene, definita «trono di grazia» (dalla Lettera agli Ebrei), si ritrova al centro del catino absidale, a sovrastare la serie degli apostoli. In una grande mandorla dai contorni multicolori, l’immagine del Padre, maturo e barbuto, sorregge la croce del Figlio, dal corpo stremato dai dolori della passione, mentre la colomba dello Spirito Santo si staglia in prossimità del nimbo crociato che circonda la testa inclinata di Cristo. La figura complessa, costruita con la giustapposizione delle tre differenti immagini, emerge come visualizzazione della preghiera, con cui i cristiani iniziavano e iniziano ogni liturgia. L’affresco dava modo infatti non solo di conoscere e meditare sul nome completo di Dio, ma anche di entrare in relazione diretta con le tre persone, distinte e unite, con una prospettiva che legava cielo e terra.

La seconda immagine trinitaria della chiesa riprende l’immagine della Trinità all’interno della scena dell’Annunciazione. L’affresco occupa tutto l’arco trionfale della navata centrale. La Vergine è inginocchiata in preghiera, dipinta sull’arco di destra, mentre, dalla parte opposta l’Angelus Domini le comunica il messaggio divino. Alla scena classica dell’Annunciazione viene qui intrecciata quella dell’Immacolata Concezione, unendo insieme il tempo della venuta dell’arcangelo con quello dello Spirito Santo. Da Dio Padre effigiato in mandorla nel punto più alto dell’arco e rivolto alla Vergine emana infatti un fascio di luce con all’interno il Bambino in posizione eretta e, ormai prossima al corpo della Vergine, la colomba dello Spirito Santo. La scena elaborata in modo da visualizzare la partecipazione delle tre figure della Trinità al mistero dell’Incarnazione e al ruolo di Maria come madre della Chiesa, anche se solo parzialmente conservata, è di sicura lettura, ed è testimoniata anche in altre cappelle campestri dello stesso territorio.

La terza raffigurazione trinitaria è una rappresentazione dei versetti del simbolo Quicumque vult, Qualis Pater, talis Filius, talis Spiritus Sanctus. Collocata sulla parete di sinistra, raffigura tre figure maschili uguali — per la parte conservata — benedicenti con la mano destra e sedute vicino su di una unica panca. I tre sono contenuti in un unico grande mantello che li avvolge nella loro interezza, chiudendosi sul davanti, in modo da stringerli in un unico corpo. La fonte del disegno è nell’episodio dell’apparizione dei tre angeli ad Abramo presso Mamre (Genesi 18, 1-10), interpretata già da Origene, Ambrogio di Milano e Beda il venerabile, quale rivelazione trinitaria. La scelta di questa ultima scena, collocata in modo da facilitare al massimo la visione da parte dei devoti, è da leggere nel segno della filoxenìa, accoglienza e condivisione, di cui Abramo si era fatto interprete.

L’immagine compare affrescata, nello stesso territorio, sulle facciate delle prime confraternite piemontesi intitolate alla Trinità, come a Melle nell’antico Ospizio di carità, dove se ne trova una, ben leggibile, attribuita ai fratelli Biazaci di Busca, o a Rossana (in Valle Varaita): tutti luoghi di accoglienza e aiuto a poveri, malati e indigenti.

L’iconografia dai tre volti identici fu però anche fonte di controversie, ambiguità dottrinali e interpretazioni al confine dell’eresia e per tale motivo fu oggetto di condanna e di divieto a partire dal concilio di Trento. La raffigurazione nelle antiche pievi piemontesi non è stata tuttavia quasi mai cancellata, se non dal tempo. Occhieggia ancora in molte appartate e solitarie chiesine montane e campestri della regione, meravigliando sempre i visitatori per la sua singolarità e per il suo fascino ipnotico e conturbante. Le tre figure in una, le tre figure identiche e separate, le tre figure sedute una accanto all’altra che guardano, benedicono, sorridono, misteriose e vitali, sono tentativi da parte delle deboli menti umane di vedere e penetrare il mistero trinitario. Parafrasando sant’Agostino nel De Trinitate, «la natura di Dio è invisibile, ma le tre Persone possono manifestarsi attraverso simboli sensibili».

di Marco Piccat

© Osservatore Romano - 6 luglio 2018


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