Rassegna stampa formazione e catechesi

Una santità difficile - Secondo centenario della nascita di Bernardino dal Vago da Portogruaro

Bernardino da Portogruaro
GIUSEPPE BUFFON


Il 15 gennaio 1822 nasce a Portogruaro Giuseppe dal Vago, frate Minore con il nome di Bernardino, che per un ventennio (1869-1989) svolge l’incarico di Ministro generale. Sono anni cruciali per la vita religiosa, oltre che per la Chiesa tutta, che si trova a intraprendere il confronto con la modernità politica, sociale e culturale.

Bernardino interpreta il cambio d’epoca non solo come una sfida, ma anche, e forse soprattutto, come un’opportunità per una rifondazione della vita francescana. Approfittando della fine dei regimi giurisdizionalisti, che avevano nazionalizzato gli ordini religiosi, ingessando la mobilità degli uomini e delle idee, ripristina l’istituto della visita, già strumento di riforma, percorrendo più volte l’Europa: dal Portogallo all’Ungheria, dall’Irlanda alla Bosnia Erzegovina, dall’Inghilterra alla Romania, dalla Lituania alla Francia, passando per la Polonia, l’Austria, l’Olanda e il Belgio. Egli punta soprattutto sui rapporti personali, come testimonia la sua sterminata corrispondenza, con una media di dieci/venti lettere al giorno, ricche di consigli anche minuti, incoraggiamenti amicali, stimoli a intraprendere iniziative coraggiose. I religiosi, divenuti con il tempo ufficiali dello Stato, avevano perso il senso dell’audacia missionaria, il contatto vivo con le fonti della tradizione francescana, il valore dell’originalità dell’ideale minoritico di Francesco d’Assisi. Spesso, scrivendo ai suoi collaboratori riguardo ai religiosi dei territori asburgici, confessa: «Mi accontenterei che fossero buoni cristiani». Bernardino esamina e accompagna la revisione degli statuti locali e poi promuove una radicale riscrittura delle Costituzioni generali, rimaste inalterate per secoli e solo ritoccate dopo la Rivoluzione francese. Inventa e promuove una nuova pastorale vocazionale che impegna l’Ordine a elaborare un suo progetto pedagogico, aperto anche alle classi popolari e autonomo rispetto alle grandi istituzioni educative della stagione tridentina.

Ancora più incisivo è il suo intervento in seguito alle soppressioni imposte dai governi liberali, che considerano ormai estinto l’antico valore culturale, sociale e religioso degli Ordini monastici. Quanto ai frati che, vedendosi espulsi dai conventi, si trovano spaesati, confusi e privi di punti di riferimento tradizionali, Bernardino decide di proporre a ognuno di essi un discernimento sulla propria scelta vocazionale: una ridefinizione del proprio orizzonte di vita. Egli desidera che ciascun frate, se davvero convinto del valore e significato evangelici della propria chiamata, giunga a dire a se stesso, prima ancora che al suo Ministro provinciale: «Voglio rifarmi frate». Il coraggioso Ministro generale non transige sull’autenticità della scelta religiosa: alle Provincie francescane che non giungono a riscoprire il francescanesimo delle origini, che non comprendono la libertà insita nel distacco dai beni e non incoraggiano lo slancio missionario, non permette di accogliere nuovi candidati e dichiara: «Meglio morire del tutto, piuttosto che ritornare a una vita senza vita!».

Sensibile alle accuse di superficialità nei confronti degli studi ecclesiastici, ma soprattutto desideroso di una revisione radicale dei fondamenti della tradizione minoritica, avverte la necessità di istituire un Collegio di studiosi, competenti nell’edizione critica delle fonti. Soltanto un vaglio dei testi della tradizione filosofica e teologica avrebbe infatti permesso di gettare basi solide per una nuova partenza della vita francescana. Bernardino fonda anche un Collegio per lo studio della storia delle missioni minoritiche e un Collegio internazionale, oggi Pontificia Università Antonianum, per la preparazione di docenti e di missionari. Non importa se il numero dei frati, dopo le ripetute soppressioni novecentesche, da settantasettemila era sceso a soli settemila. Senza fonti sicure intorno alla propria storia e senza un piano di divulgazione della conoscenza, non si sarebbe potuto progettare alcun futuro. Occorreva, dunque, investire prima di tutto sulla competenza culturale e sulla comunicazione del sapere. Qualche decennio più tardi, dall’Anatonianum sarebbe partito per la missione cinese Gabriele Allegra, che concepiva la missione come traduzione della Parola: non una propaganda, un indottrinamento, un proselitismo, ma semplicemente un «dire la Parola» nella lingua/cultura cinese.

Non si trattava, dunque, di mera erudizione, ma di un servizio alla Chiesa, alla società e alla cultura del tempo: ad esempio, di un servizio al pluralismo culturale e teologico, come dimostra il sia pur scomodo dibattito sulle idee di Antonio Rosmini, così prossimo al pensiero di Bonaventura da Bagnoregio, le cui opere si stavano editando criticamente nel collegio fondato da Bernardino, a Quaracchi. Egli non smette di proporre, contro tutti, una possibile alternativa alla dottrina di Tommaso d’Aquino, che Leone XIII considerava come l’unica possibile per la formazione teologica del clero; non si sottrae alla sfida della riscoperta di Francesco d’Assisi, ostracizzato dall’Illuminismo e posto quindi in auge dal Romanticismo, oggetto di non pochi sospetti, trasformati in condanne durante la stagione modernista. L’incentivo alla celebrazione della nascita di Francesco d’Assisi, nel 1882, si dimostra un contributo non marginale allo studio della vicenda umana e storica del Santo, fino ad allora esclusivo patrimonio del ceto confessionale. Le celebrazioni del 1882, come testimonia un articolo coevo di Salvatore Labanca, professore di Storia di cristianesimo all’Università La Sapienza, dà avvio a un’eccezionale stagione storiografica su Francesco d’Assisi, foriera di uno spazio inclusivo, quale crocevia tra confessioni, religioni, culture differenti, di credenti e non credenti.

Bernardino non rinuncia, inoltre, all’amicizia con Carlo Curci, fondatore di «Civiltà Cattolica», quando questi subisce le condanne ecclesiastiche, per le sue posizioni sulla Questione romana, e rifiuta di unire la sua voce al coro di quanti approfittano della sua difficile situazione per rafforzare la contrapposizione tra gli schieramenti degli intransigenti e dei cattolici liberali. Respinge una certa chiusura miope, fino al clericalismo, anche nell’offrire sostegno a Hélène de Chapotin, fondatrice delle Francescane Missionarie di Maria, uno dei primi Istituti moderni ad assicurarsi l’autonomia dalla tutela ecclesiastica maschile. Capace di reciprocità e anche di amicizia con molte donne, impegnate in cammini spirituali laicali o a sbocco congregazionale, diventa punto di riferimento di molte fondatrici, che avvertono il valore di una emancipazione dell’originalità femminile. E il mondo femminile non manca di ricambiare questa sua attenzione e sensibilità, presentandosi, per primo, a chiedere, e poi a sostenere, il suo processo di canonizzazione, contestato dai suoi confratelli, che faticano a capire la sua visone pluralista della realtà e preferiscono la rassicurante omogeneità, favorita dalla stessa gerarchia ecclesiastica, incalzata dalla crisi modernista ormai prossima. Hélène de Chapotin stessa si dimostra la prima a proporre una biografia dell’uomo e del Ministro generale che aveva creduto al suo ideale di francescanesimo al femminile. La causa di canonizzazione del Ministro generale procedette lentamente, subendo lunghe soste e approdando ad un esito positivo solo di recente, nel 2008, quando venne emanato il decreto sulle virtù eroiche: una «santità difficile», perché non scontata.

Da © Osservatore Romano, giovedì 19 maggio 2022, p. 5.

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