Rassegna stampa formazione e catechesi

Una passione da vivere e da celebrare

«Dobbiamo essere convinti che soltanto una liturgia che sia coerente espressione di un’interiorità di “vita buona del Vangelo” possa educare le nuove generazioni della Chiesa a que-sta stessa vita buona, non “per concetti” ma “per contatti”. Perché anche attraverso la celebrazione “nel” tempo e “del” tempo la Chiesa possa educarsi ed edificarsi, e possa conti-nuare una ricerca autentica di Dio e delle sue vie».
È quanto ha detto il cardinale arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, nell’omelia della messa celebrata la sera di martedì 28, a Marsala nell’ambito della sessantatreesima Settimana liturgica nazionale, che ha per tema «L’anno liturgico: pellegrini nel tempo, itinerario educativo alla sequela di Cristo». Per il porporato, talvolta «il tempo si avverte eccessi-vamente “frammentato”, a volte contratto pericolosamente in un susseguirsi di “attimi fuggenti” fra di loro non connessi, altre volte sterilmente dilatato in un flusso neutro, svuotato di senso, che nulla ha da dire all’esistenza umana. Ci si ac-corge che il tempo diviene sempre più manchevole di quel principio di unità che — come categoria dinamica — soltan-to un orientamento può fornirgli. L’anno liturgico può essere riscoperto come un importante locus theologicus». Nel corso del convegno sono intervenuti il vescovo Luca Brandolini, presidente emerito del Centro di azione liturgica, don Silvano Sirboni della diocesi di Alessandria e Goffredo Boselli, liturgista del monastero di Bose. La sera di venerdì la celebrazione viene presieduta dal vescovo segretario generale della Conferenza episcopale italiana. Pubblichiamo stralci della sua omelia.


di MARIANO CROCIATA

Una comunità parrocchiale è soprattutto segnata dal celebrare; il suo cammino di Chiesa si compie con i passi cadenzati dalle celebra-zioni che ritmano la vicenda esisten-ziale di ciascuno e di tutti trasfigu-randola, raccogliendola e rilancian-dola, e che danno coerenza ed effi-cacia all’intera azione pastorale. Nel territorio parrocchiale sorge una chiesa intitolata proprio a san Gio-vanni Battista, di cui oggi commemoriamo il martirio. La memoria li-turgica di oggi invita a riscoprire le radici battesimali sul modello di co-lui che ha precorso il Messia, lo ha accolto compiendo su di lui un pro-fetico gesto penitenziale di purifica-zione e ne ha anticipato la morte in croce con il suo martirio, entrando così in una profonda comunicazione con il mistero pasquale di Cristo. Attraverso questa memoria la cele-brazione rinnova l’esperienza di una liturgia che plasma le nostre perso-ne e lo scorrere del tempo della no-stra vita. Ci fa guardare dentro noi stessi e la nostra storia per coglierne il senso e trasmetterci luce ed ener-gie nuove per vedere e agire. Non so se è più forte l’i m p re s s i o -ne che lascia il coraggio di Giovan-ni o il capriccio ignobile e vile del prepotente di turno. Certo, nella pagina evangelica, incontriamo una situazione che in forme diverse, ma-gari meno truci e meno crude, si presenta in ogni tempo o, per lo meno, in ogni tempo in cui sorge qualcuno che ha il coraggio della verità. Perché di questo si tratta, non di sprezzo del pericolo. Gio-vanni non cerca la morte; è divorato dalla passione per la legge di Dio e per il suo volere. Vede il suo popo-lo, a cominciare dai capi, languire nel peccato e chiama a penitenza e al cambiamento della vita. Non è facile incontrare una coe-renza che non si lasci piegare dalla minaccia (o, all’opposto, dall’alletta-mento di piacevoli promesse). Non è facile incontrare profeti. Tutti noi, battezzati, siamo profeti, ma non ci si auto-nomina profeti, bensì si è chiamati e mandati. E il segno che Dio chiama è la vita del profeta. Perché nel vero profeta prima parla la vita e poi la bocca. E il martirio ne è il sigillo: in esso l’elo quenza dei fatti è massima, la narrazione se-gue per farne memoria. Sarebbe troppo facile ridurre la profezia a scagliare parole contro qualcuno, quando poi quelle parole non toccano chi le dice e magari in-contrano il facile consenso di un’opinione accondiscendente. Ab-biamo bisogno di profeti, ma in cui il cuore e l’agire abbiano l’elo quen-za che sola dà sostanza alle parole. Per questo più che brandita, la pro-fezia va invocata. C’è un pericolo che maggiormen-te ci minaccia: quello di vedere sce-mare la passione credente per Dio e per la sua Parola da vivere, testimo-niare e annunciare. Se falsi profeti sono quelli che sanno solo scagliare parole contro, lo sono ancora di più quelli la cui vita e le cui parole sono senza sapore, senza forza, parole spente di vite spente. Riusciremo a ritrovare il vigore della fede? Sono convinto di sì, e precisamente in ra-gione di ciò che stiamo facendo. Radunarsi per fare memoria di un testimone di Dio e della verità come Giovanni Battista, ma soprattutto per celebrare la vittoria sul male e sulla morte conseguita una volta per tutte da Cristo Gesù, è segno e frut-to di un risveglio in atto. Perché il risveglio si compia ab-biamo però bisogno di adempiere ad alcune condizioni che proprio questa Settimana invita a recupera-re, con il suo additarci l’anno litur-gico quale parabola e tirocinio del nostro pellegrinaggio nel tempo. Al-la sequela di Cristo, l’itinerario edu-cativo si snoda con la vitale necessi-tà della comunità cristiana di curare la centralità e la qualità della litur-gia al di sopra di tutto, senza la-sciarla soltanto alla presunta compe-tenza di alcuni specialisti; con que-sto ci ricorda anche che centralità e qualità chiedono cuore, intelligenza, tempo e rapporto con l’esistenza in-tera. Contro ogni vuoto formalismo, la liturgia deve essere piena della vi-ta di chi la celebra e a essa porta tutti gli affanni e le gioie sperimen-tate; ma contro ogni superficiale esperienzialismo e banalizzazione, la liturgia rimane — e deve essere par-tecipata come — opera di Dio, il cui sommo sacerdote è Cristo, unirsi al quale è il senso di ogni parola e ge-sto del rito. Nell’equilibrio tra que-ste condizioni le nostre persone ven-gono plasmate dalla luce e dalla for-za dello Spirito del Risorto, che nel trascorrere del tempo non cessa di formare il corpo del Cristo vivente in eterno.

© Osservatore romano - 30 agosto 2012

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