Rassegna stampa formazione e catechesi

Una nuova «Pacem in terris»

L’installazione realizzata lo scorso anno a Berlino per il trentennale della caduta del Muro

«Fratelli tutti» - Per una lettura dell’enciclica di Papa Francesco

«Fratelli tutti», l’enciclica appena pubblicata, va letta con attenzione per essere compresa adeguatamente. Il rischio, infatti, è quello della banalizzazione mediatica che, concentrandosi su due-tre punti, riduca il documento a una serie di pii intenti. Si tratta, innanzitutto, di precisare l’orizzonte entro il quale si colloca: quello di un mondo che corre verso destini di guerra. I Papi non scrivono encicliche sulla fraternità per una terra tranquilla. La Pacem in terris  di Giovanni xxiii  uscì dopo che, con la crisi dei missili a Cuba, si era andati a due passi dalla terza guerra mondiale. Non è il caso odierno, per fortuna. E tuttavia è innegabile come la crisi della globalizzazione, lo scontro sempre più insistente tra i blocchi (Usa, Cina, Russia), le continue guerre combattute per vie interposte, il terrorismo religioso, ecc. configurino un mondo altamente instabile, pronto a divampare. Si aggiungano le grandi disparità economiche, la tragedia del Covid con le sue ricadute sui Paesi più poveri, l’immigrazione.  Il cambiamento d’epoca vede, dopo l’89, il progressivo sbriciolarsi delle paratie e dei contrappesi che l’umanità aveva provveduto ad attuare dopo l’immane tragedia della seconda guerra mondiale: dai grandi organismi internazionali, alla carta dei diritti universali, al processo di unificazione europea. Tutto si decompone: l’Onu, la Ue, il legame tra Usa ed Europa, mentre il relativismo culturale tende ad esaltare il particolarismo e l’isolazionismo. Lo spirito del tempo riporta in auge il manicheismo in tutte le due forme: politica, economica, religiosa. Ovunque risorgono barriere, antiche diffidenze, vecchi nazionalismi.

È in questo contesto che Francesco lancia il sogno di una rinnovata fraternità tra i popoli e le persone: fraternità religiosa, politica, economica, sociale. Un sogno analogo a quello di Martin Luther King, il cui nome è citato alla fine accanto a quello di san Francesco, Gandhi, Desmond Tutu, Charles de Foucauld: I have a dream . Non si tratta di un cedimento ingenuo allo spirito dell’utopia, al   filantropismo umanitario come lamentano i critici del Papa. Francesco è un realista che conosce perfettamente la critica di sant’Agostino alla teologia politica, alla confusione tra il Regno di Dio e il regno degli uomini. È un realista, però, che sa che il realismo se non vuole essere cinico deve sporgersi oltre, deve rischiare un progetto ideale, deve aprire alla speranza. Il cristiano è un uomo di speranza e non di rassegnazione. Il realismo autentico è un real-idealismo. Per questo oggi Fratelli tutti  rappresenta un sasso potente nella palude delle idee, della politica, di una fede stagnante.

L’enciclica si rivolge a tutti — «Fratelli tutti» — ma è innegabile che tra i primi destinatari vi siano i cristiani, i cattolici in particolare. Molti tra loro, lungi dall’essere protagonisti del cambiamento, sono parte del problema odierno, parte di quel manicheismo politico-religioso che caratterizza il momento presente. Anch’essi partecipano, senza esserne spesso consapevoli, al grande vento della  storia. Negli anni ’70 il vento portava a sinistra, all’incontro e alla subordinazione del cristianesimo nel marxismo. Dalla caduta del comunismo lo spirito del mondo volge a destra. Così, al momento, di fronte a una globalizzazione economica astratta e sovente violenta, dominata da un neocapitalismo senza scrupoli,  si ha la reazione populista, il riemergere dei nazionalismi politico-religiosi, la territorializzazione della religione ridotta a fattore etnico. Si ha il fondamentalismo e il terrorismo in nome di Dio.
Fratelli tutti  parte dal grande Documento sulla Fratellanza umana. Per la  pace mondiale e la convivenza comune , del febbraio 2019 firmato ad Abu Dhabi insieme al Grande Iman di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb. Lo approfondisce in tutte le sue implicazioni e lo propone al mondo come l’ideale per il momento presente. Dalla fraternità religiosa può sorgere una fraternità universale, un movimento di pace capace di attraversare popoli e nazioni. Questo non può non essere accompagnato da una rivoluzione culturale, da una «nuova cultura», la cultura dell’incontro. Una cultura «che vada oltre le dialettiche che mettono l’uno contro l’altro. È uno stile di vita che tende a formare quel poliedro che ha molte facce, moltissimi lati, ma tutti compongono un’unità ricca di sfumature, perché “il tutto è superiore alla parte”. Il poliedro rappresenta una società in cui le differenze convivono integrandosi, arricchendosi e illuminandosi a vicenda» (215). Si tratta di affermazioni — il poliedro, il tutto è superiore alla parte — che stanno al centro del pensiero di Bergoglio prima ancora che divenisse Papa. Da questo punto di vista l’enciclica presuppone una precisa fondazione culturale che sostiene il disegno della fraternità.
I capitoli iii  e iv , dedicati all’apertura al mondo e del cuore, presuppongono un’antropologia relazionale che unisce personalismo e pensiero dialogico. I nomi di tre pensatori, Georg Simmel, Gabriel Marcel, Paul Ricoeur citato due volte, sono chiamati a dare sostegno alla prospettiva. Così come, parimenti, si rivela fondamentale l’antropologia polare di Romano Guardini  presente in più parti del documento.  È l’antropologia polare che permette di mettere in guardia dalle false “polarizzazioni” odierne, dal contrasto tra una globalizzazione liberistica, falsamente universalizzante, e un populismo particolaristico che falsifica il concetto di popolo. La legge della polarità, secondo Francesco, unisce e distingue universale e particolare; ne riconosce l’antinomia, la complementarietà nella differenza. Si propone come soluzione, sul piano teorico, delle feroci contrapposizioni del presente.

Un’ultima osservazione che consente di evitare letture frettolose e fraintendimenti. L’enciclica risponde anche a quanti in questi anni hanno accusato il Papa di filantropismo, irenismo, umanismo. Di aver separato Misericordia e Verità. Costoro è bene che inizino la lettura del documento a partire dai capitoli finali, dal sesto in avanti. Qui, in accordo alla Caritas in veritate  di Benedetto xvi , è possibile osservare un ancoraggio fermo del dialogo all’idea di verità. Una verità oggettiva, l’unica che consente il riconoscimento razionale  di una natura umana unica e universale, di contro al relativismo dominante nella cultura odierna. Verità, giustizia e misericordia non possono essere separate. Il Papa risponde, in tal modo, ai suoi critici di destra che non hanno cessato, da Amoris laetitia  in avanti, di attaccarlo. Una risposta che non esita, nel capitolo ottavo dedicato al dialogo tra le religioni, di citare il «testo memorabile» della Centesimus annus  di Giovanni Paolo ii : «Se non esiste una verità trascendente, obbedendo alla quale l’uomo acquista la sua piena identità, allora non esiste nessun principio sicuro che garantisca giusti rapporti tra gli uomini» (273). Che non esita, soprattutto, di evidenziare come l’identità cristiana costituisca un fattore essenziale nel dialogo fraterno con tutti. Per questo pur apprezzando l’azione di Dio nelle altre religioni «tuttavia come cristiani non possiamo nascondere che “se la musica del Vangelo smette di vibrare nelle nostre viscere, avremo perso la gioia che scaturisce dalla compassione, la tenerezza che nasce dalla fiducia, la capacità della riconciliazione che trova la sua fonte nel saperci sempre perdonati-inviati. Se la musica del Vangelo smette di suonare nelle nostre case, nelle nostre piazze, nei luoghi di lavoro, nella politica e nell’economia, avremo spento la melodia che ci provocava a lottare per la dignità di ogni uomo e donna”. Altri bevono ad altre fonti. Per noi, questa sorgente di dignità umana e di fraternità sta nel Vangelo di Gesù Cristo» (277).

Il sogno di Papa Francesco di una nuova fraternità, in un mondo in frantumi, affonda le sue radici nella «musica del Vangelo», nel «Vangelo di Gesù Cristo». Fratelli tutti  si rivolge all’umanità intera ma non dimentica la radice della speranza. È bene che i critici del Papa lo sappiano e leggano con attenzione il testo.

di  Massimo Borghesi

© Osservatore Romano -14 ottobre 2020


Sabato della XXX settimana delle ferie del Tempo Ordinario

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