Rassegna stampa formazione e catechesi

Una cassapanca piena di interpretazioni

Padre Rocci ha trasmesso a generazioni di studenti l’amore per la ricerca del senso

Il 14 agosto 1950 moriva padre Lorenzo Rocci, curatore del “mitico” dizionario di greco

Per almeno cinquant’anni, grossomodo dal 1939 al 1995, migliaia di liceali italiani, muniti soltanto della lingua madre, hanno avuto a disposizione un’unica, vera chiave per accedere al giardino segreto degli antichi greci: un grosso volume, dalla copertina di pelle blu, senza un lemma in grassetto che fosse uno, e che portava la firma di un certo Lorenzo Rocci. Armati di quel librone abbiamo cacciato il naso un po’ tutti nel mondo perduto di quei greci, nel sole delle loro isolette, cercando di sorprenderli al brevetto della filosofia, della storiografia. O sul versante di una collinetta, seduti al teatro, ad assistere a una tragedia o a una commedia; o ancora, sotto un cielo tumido di stelle, a spogliare i veli della scienza e dell’astronomia.

Non so a quanti sia mai venuto in mente, però, d’indagare chi fosse quel «certo Rocci». Quasi tutti tendevamo a considerare «il Rocci» un oggetto quasi liturgico, sceso «disgraziatamente» dal cielo sul nostro banco per farci perdere un po’ di diottrie, come Omero a Chio, e non una persona in carne ed ossa, che, per venticinque anni, senza «togliersi il soprabito», per non perdere un attimo nella furia della composizione — come racconta il gesuita Giuseppe Peri — con fatica e solitudine, attrezzato soltanto di schedine e appunti, e senza l’ausilio di un computer o di quanto di più rassomigliante vi fosse all’epoca sua, mise insieme 2.074 pagine, suddivise in 4.148 colonne, del più sontuoso e temuto dizionario greco-italiano.

Chi ha tentato un’impresa simile, Franco Montanari, per realizzare il più attuale e agevole dizionario GI, che oggi nei licei va per la maggiore, ha avuto a disposizione le più moderne tecnologie e il supporto di trenta ricercatori. Nei cortili e nei chiostri delle università se ne fa quasi una questione politica, con una domanda che divide in due ranghi i folli amanti del greco antico: tu usi il Rocci o il GI? C’è poi una terza casta, la più aristocratica, di chi usa il Liddell-Scott-Jones, frutto di una grande fatica inglese iniziata nell’Ottocento.

Ma chi era veramente Lorenzo Rocci? Ce lo consegna, nel suo ritratto affettuoso e intimo, il gesuita Emilio Springhetti, suo discepolo e noto latinista, raccontandolo come un eccezionale ordito di saperi, che spaziavano dalla grammatica, alla poesia, dal latino al greco, dalla metrica alla storia, all’agiografia, «venerando vecchio d’alta statura», con «una bella testa da antico romano».

Nel 1890, si era laureato in Lettere presso la Regia università di Roma. A esaminarlo, in commissione, un poeta molto lontano da frequentazioni clericali, Giosuè Carducci. Con cipiglio accademico, gli disse: «Lei non solo ha fatto bene, ma molto bene».

Nel 1939, furono realizzate delle copie in edizione speciale del suo dizionario, in pregiata pelle bianca, e consegnate a Pio XII, a re Vittorio Emanuele III e a Benito Mussolini. Papa Pacelli ne lodò i caratteri «di ampiezza e di dottrina» e lo chiamò «diletto figlio». Nello stesso anno, stando a quanto ci viene raccontato dal suo discepolo, Franco Rozzi, anch’egli gesuita — insegnante, tra gli altri, di Mario Draghi — padre Rocci incontra a Palazzo Venezia Benito Mussolini, esordendo così: «Eccellenza, finalmente oggi questo vocabolario di greco potrà degnamente sostituire quelli in inglese e tedesco». Il duce batté i pugni sul tavolo e rispose: «Bene, domani tutta l’Italia saprà dai giornali il valore di quest’opera».

E da allora, in effetti, molti di noi hanno scoperto il sentimento linguistico dei Greci ed il loro raffinato modo di dipingere il mondo, proprio grazie a padre Rocci. Abbiamo imparato ad immaginare la vita senza usare soltanto i paradigmi del bianco e del nero. Abbiamo scoperto che la vita è dipinta di nuance e che conoscerla davvero significa saper trovare, tra le numerosissime varietà di senso, e il Rocci ne contiene tante, la gradazione giusta. Non quella che fa al caso nostro, ma quella che meglio si addice alle intenzioni di chi ha scritto, in un tempo lontano dal nostro tempo, e in una lingua ormai scomparsa dalla bocca degli uomini vivi. Lingua magnifica ed elegante, eppure fulminea, sintetica, ironica, quasi epigrammatica. Non è un caso che il genere dell’epigramma sia nato proprio in quei paraggi. I greci sapevano dire cose grandissime con parole semplici, vere, oneste. Una lingua ormai fuori dal tempo e che al tempo, anche quando era viva e vegeta, ha sempre badato poco. L’ossessione del greco antico non era il quando, ma il come, non il tempo, ma il processo. Non il momento delle cose, ma lo sviluppo delle cose, l’aspetto delle cose. Come e cosa nasce da ogni inizio e da ogni fine. Sarà per questo che Dio ha scelto proprio il greco antico per imprimere nel tempo una notizia senza tempo, mentre le società cambiavano nei millenni una dopo l’altra, i popoli si spostavano e le loro lingue si confondevano. E quando siamo stanchi della gattabuia di alcune esegesi torniamo alla lettera del greco antico per ritrovare un orizzonte più ampio e arioso. E la Notizia rinasce intatta, viva ed è curioso e bellissimo che ciò accada per mezzo di una lingua considerata morta. Scopriamo ogni giorno che il cammino verso il suo senso originale non è ancora finito e prosegue da duemila anni. E questo amore per la ricerca del senso ce lo ha insegnato padre Rocci, con un dizionario che somiglia a una cassapanca enorme piena di interpretazioni, di sfumature, tra le quali dobbiamo saper scegliere, con competenza, ma senza rinunciare all’intuito.

Chi ha frequentato il liceo classico sa quanto era difficile afferrare una lingua che non sentiva il bisogno di spiegarsi troppo e che spesso ricorreva a costruzioni implicite, impersonali e racchiudeva i significati in un prefisso o in una desinenza. In questo cammino alla ricerca del «vero senso» il Rocci era un po’ alleato, un po’ antagonista. Somigliava a Socrate e al suo modo un po’ antipatico di disfare ogni convinzione del suo interlocutore. Sei sicuro che quella parola significhi proprio quello? Bada bene che Senofonte l’ha usata una volta per dire un’altra cosa! E sai che Erodoto, invece, la adoperava con un significato ancora diverso? Occhio, che quella è un’espressione gergale usata una volta sola da un poeta di un’isoletta remota, sei sicuro di non voler credere al significato più comune e più semplice? Ed era quella una sfida, continua, a usare l’intelligenza, ad acciuffare il contesto. Stai leggendo un testo ambientato in battaglia, dunque è probabile si parli di soldati, strateghi, accampamenti e tattiche militari. Se, invece, il testo parla di mare, cerca parole come prua, poppa, rematori, vele spiegate al vento e quasi certamente non sbaglierai. E questa ginnastica del pensiero tanti di noi la devono a quel discreto gesuita dalla volontà di ferro.

Padre Rocci se ne va il 14 agosto del 1950, quasi ad ottantasei anni, nella Casa Professa del Gesù a Roma. Grazie ai diritti d’autore del suo dizionario la Compagnia ha finanziato molte attività missionarie ed ha pagato borse di studio per allievi in gravi difficoltà economiche. Si narra che, prima di morire, abbia espresso un ultimo desiderio, semplice e bonario come lui, un sigaro, e che lo abbia fumato con la soddisfazione di un operaio stanco dopo una lunga giornata di fatica.

di Roberto Rosano

© Osservatore Romano - 12 agosto 2020


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