Rassegna stampa formazione e catechesi

Un saggio scritto dal cardinale Zuppi con Lorenzo Fazzini. A scuola di fraternità

zuppiRoberto Righetto

Che il concetto di fraternità abbia origini cristiane nessuno lo può negare; al tempo stesso, che sia stato acquisito dalla società globale il riconoscimento dovuto alla Rivoluzione francese, che ne fece uno dei suoi princìpi-chiave assieme a libertà e uguaglianza, è stato un bene. Ma a differenza dei primi due, che hanno trovato spazio nelle Costituzioni degli Stati occidentali, la fraternità è stata se non espulsa quantomeno messa da parte, non considerata.
Fortunatamente, negli ultimi anni diversi studi, da alcuni più teologici come quelli scritti da Christoph Théobald o Arturo Paoli ad altri più politico-economici come quelli di Luigino Bruni, è stata rilanciata appieno, tanto da divenire una delle parole chiave del pontificato di Papa Francesco, che è giunto a parlare più volte di «mistica della fraternità». Espressione dovuta a Michel de Certeau, il pensatore gesuita che il Papa ha definito «il più grande teologo per il mondo di oggi».
Nella Evangelii gaudium Bergoglio parla di «fratellanza mistica e contemplativa» riferendosi a un modo differente, prettamente cristiano, di relazionarsi con gli altri. Ecco un passo eloquente: «Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio».
La fraternità rappresenta in tal modo l’opposto dell’odio, questa miscela esplosiva al cui fondo c’è la paura dell’altro e del diverso che sta contaminando sempre più il nostro modo di vivere. Lo dice bene Matteo Maria Zuppi, cardinale arcivescovo di Bologna, in un saggio scritto col giornalista Lorenzo Fazzini appena uscito da Piemme con un titolo provocatorio: Odierai il prossimo tuo. Perché abbiamo dimenticato la fraternità (Milano, 2019, pagine 192, euro 16,50).
Il capovolgimento della logica evangelica, esemplificata dalla parabola del Buon Samaritano, è espressa da parole d’ordine che risuonano nelle piazze, non solo italiane: chiusura, separazione, rifiuto, allontanamento... persino acclamazione dell’odio come virtù. «Forse davvero — riflette Zuppi — oggi abbiamo intorno a noi più odio. C’è più odio perché sono più diffuse molte paure (spesso giustificate) ed è maggiore l’ignoranza, due ingredienti che, miscelati insieme, ci tolgono la pace e ci spingono a sospettare, a criticare, ad attaccare (per difenderci) più di prima».
Tutto ciò fa sì che la nostra porta di casa sia più chiusa. E sembrano prevalere «la morte del prossimo», per dirla col titolo di un saggio dello psicoanalista Luigi Zoja, e la ricerca del «capro espiatorio», il meccanismo indagato dall’antropologo francese René Girard, riferimenti entrambi citati dal cardinale. Che spesso torna su altri due maestri che mostra di prediligere nella sua proposta di un cammino di liberazione dall’odio e di riscoperta della fraternità: don Primo Mazzolari e Madeleine Delbrêl. Quest’ultima scelse di vivere il Vangelo nelle periferie operaie di Parigi e riuscì a unire mistica e impegno sociale; ed era solita dire: «Impara l’arte della guerra con te e l’arte della pace con gli altri».
Per combattere l’odio occorre, secondo Zuppi, iscriversi alla «scuola della fraternità», andare alla ricerca di percorsi e realtà in cui è possibile scardinare l’individualismo esasperato della cultura dominante e vivere un’esperienza autentica di fratellanza con l’altro.
«Se guardiamo alla società italiana di oggi — scrive l’arcivescovo di Bologna nel capitolo dedicato proprio alla fraternità — e alle diverse espressioni della sua cultura, mi sembra di vedere, sotto la superficie, un po’ nascosto, un grande desiderio di fraternità. Proprio perché gli amici digitali, che si moltiplicano, non riescono a scalfire tante solitudini. Troppe persone mi appaiono come dei frammenti che fanno fatica a pensarsi insieme. Sì, certo, ci sono sollecitazioni continue (pensiamo al successo degli influencer sui social network e alle loro community), ma risulta sempre più difficile trovare luoghi in cui si vive un’autentica fraternità». Nonostante tutto, c’è un bisogno enorme di fraternità: nonostante i muri che tornano a ergersi e che dividono e feriscono il mondo contemporaneo.
Ma la dimensione della fraternità costituisce una sfida anche per la Chiesa cattolica — un capitolo del volume si intitola «Anche nella Chiesa (ci) si odia». Essa è chiamata a essere «una comunità di fratelli e di sorelle sotto la guida dello stesso Padre»: una Chiesa che sia animata da vero fervore evangelico e non dal «godimento spurio di un autocompiacimento egocentrico»; una Chiesa che non sia «ricca di sé e distante», «impietosa, che condanna gli altri ma assolve i propri comportamenti»; i cristiani devono piuttosto seguire la regola del Vangelo e non essere chiusi «nei privilegi di chi considera il clericalismo l’essenza stessa della Chiesa».
L’invito di Gesù a non odiare, ad amare persino i propri nemici, ci può dare la forza di riparare il male del mondo, di soccorrere le vittime, di vivere perciò la dimensione della fraternità. Non a caso Zuppi nella parte finale del volume ricorda Etty Hillesum, che nei campi di sterminio nazisti, nel momento in cui sembrava che il male potesse trionfare, non accettò di farsi contagiare dall’odio. Tanto da poter scrivere nel suo diario: «Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso, se ogni uomo sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile».

© Osservatore Romano - 4 dicembre 2019


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