Rassegna stampa formazione e catechesi

Un chiarore che parla di libertà

Sarà aperta fino al 9 maggio alla Mole Vanvitelliana di Ancona la mostra "L'epoca d'oro delle icone ucraine. XVI - XVIII secolo". Dal catalogo (Torino, Allemandi, pagine 112, euro 25) pubblichiamo alcuni stralci di uno dei saggi.

di Dmytro Stepovyk
Accademia teologica di Kiev

L'Ucraina, nel periodo premongolo chiamata Rus' di Kiev, accettò con la religione cristiana anche l'icona come indispensabile elemento del rito bizantino, e come segno della reale esistenza di Dio, della Madonna e dei santi.
Il luogo consacrato dell'icona è il tempio. La struttura del tempio con le tre cupole cruciformi determinava precisamente la posizione delle icone. I santi padri, come Dionigi il Nuovo Areopagita, Giovanni Damasceno, Teodoro Studita e Simeone il Nuovo Teologo, sottolineavano la preminenza della componente dogmatica delle icone su quella estetica. Erano fermamente convinti che le icone non dovessero essere sparse sui muri e sulle colonne, ma andassero concentrate solo davanti all'altare.

Così nacque l'iconostasi. Le prime iconostasi erano composte in una sola fila. E così fu anche in Ucraina fino alla fine del tredicesimo secolo. Ecco perché sulle icone medievali veniva raffigurata l'immagine di un solo santo. Col tempo il numero delle file aumentò (le dodici icone:  del Natale, del Cenacolo, degli Apostoli, dei Profeti e così via) e di conseguenza aumentarono anche le icone in chiesa. L'essenziale è che tali icone riportano più immagini, illustrano gli episodi della Sacra Scrittura. Con la comparsa di tali generi inizia "l'epoca d'oro" dell'iconografia ucraina che abbraccia tre secoli:  il sedicesimo, il diciasettesimo e il diciottesimo.
Nel corso di questi tre secoli lo stile dell'iconografia ucraina cambia fondamentalmente:  da quello più umile e tradizionalista di Bisanzio a quello rinascimentale, manieristico e barocco. I canoni iconografici bizantini restano però intatti:  il Salvatore, la Madonna, i santi orientali, integrati da un elenco di santi ucraini, sono dipinti seguendo modelli ben precisi attenendosi a una certa peculiarità di composizione e simbologia di colori. È lo stile, invece, a subire i mutamenti maggiori. A cavallo dei secoli quindicesimo e sedicesimo nelle icone prevale il carattere tridimensionale. S'impone l'uso della prospettiva diretta, e la prospettiva rovesciata viene gradualmente messa da parte.
La colorazione dell'icona ucraina non è più scura ma si riempie di chiarore come se fosse ricamata dei raggi di luce divina. In questi tre secoli l'Ucraina si rivolge alle dottrine dei santi padri della Chiesa primaria. Questi sostenevano che il cielo benedicesse la terra con la sua luce - la così detta fotodossia.
Questa fu la vera rivoluzione dell'iconografia. L'Ucraina venne aspramente criticata e disapprovata da parte degli ortodossi tradizionalisti di Mosca, della Grecia e dei conventi del monte di Athos. La Bielorussia, la Moldova, la Valacchia e la Serbia, invece, plaudirono ai cambiamenti dell'arte sacra ucraina.
L'Ucraina aveva i suoi motivi per compiere tali passi coraggiosi nel campo dell'iconografia. Dal tredicesimo al quindicesimo secolo l'antica Rus' di Kiev andava man mano liberandosi del giogo penoso del conquistatore asiatico, cioè l'Orda d'oro dei mongoli. A cavallo dei secoli quattordicesimo e quindicesimo l'Orda d'oro crollò. L'Ucraina riacquistò i suoi istituti di Stato indipendente. Il centro della gestione del potere statale da Kiev venne spostato a Occidente, sulle terre di Volyn' e di Galycina dell'antica Rus'. Di seguito si rafforzarono i rapporti culturali con i Paesi occidentali. Le divergenze tra la professione della fede ortodossa ucraina e quella cattolica latina rimangono nel canone e nei riti, però non incidono in modo considerevole sui contatti stretti tra Est ed Ovest e neanche sull'arte sacrale. L'integrazione ponderata degli stili rinascimentale, manieristico e barocco, nettamente occidentali, conferì tratti nuovi all'iconostasi ucraina come centro del rito liturgico nel tempio.
La Chiesa ucraina nella persona della Metropolia Ortodossa di Kiev, oltre ad approvare i cambiamenti positivi nell'iconografìa, li favorì e li incentivò. Il metropolita ortodosso di Kiev di nome Isydore sarebbe stato uno dei membri più attivi della conciliazione che si tenne a Firenze nel 1439. Alla fine del Cinquecento i metropoliti ucraini, guidati dal metropolita di Kiev Mykhailo Rogosa, fecero un tentativo reale di ricomporre la scissione tra gli ortodossi e i cattolici, e nel 1596 a Berest confermarono il loro desiderio di riconoscere il primato del Papa e riunirsi alla Santa Sede. La Lavra di Kiev-Pecersk rimase quasi l'unico nucleo della religione ortodossa in Ucraina.
Però l'icona ucraina si era radicata solidamente nei nuovi concetti di fedeltà alle dottrine dei santi padri orientali in materia della raffigurazione delle immagini nelle chiese, dell'obbedienza alle delibere del concilio di Nicea ii, settimo ecumenico, del 787, e della devozione alle autentiche tradizioni della santità. Tutto questo fu apprezzato sia in Oriente che in Occidente. Nel 1653 il patriarca ortodosso Makariy insieme al suo segretario arcidiacono Pavlo da una città siriaca Aleppo visitarono l'Ucraina. Meravigliato dalla bellezza delle icone ucraine l'arcidiacono scrisse nel suo diario:  "Le iconostasi e le icone sono una più bella e più perfetta dell'altra (...) Gli artisti nel dipingere hanno imitato la bellezza dei volti e dei colori delle vesti agli artisti franchi e polacchi e ora hanno imparato a disegnare le icone ortodosse a perfezione".


(©L'Osservatore Romano - 5 marzo 2010)

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