Rassegna stampa formazione e catechesi

Tutto per me fosti e sei

agostino insegna a romaInos Biffi

Abbiamo urgente bisogno di teologia. Ma di teologia vera, al pari di quella a cui Tommaso d’Aquino, e non lui solo, ha dedicato ogni sforzo del suo spirito, e perciò della teologia che rampolla dal cespite dalla fede e sorge sul fondamento della verità del mistero cristiano.
È esatto definire la teologia come «intelligenza della fede», tuttavia non per affermare che essa miri a ridurre quel mistero ai termini dell’evidenza razionale o a convogliarlo nei confini della scienza umana. Se così fosse, la «sacra dottrina» perderebbe il suo contenuto proprio, ed equivarrebbe a un discorso filosofico relativo a Dio, ossia, per usare un’espressione corrente, a una «teodicea». Per un’esatta impostazione dell’argomento occorre tenere insieme, da un lato, il valore della ragione e, dall’altro, l’ammissione del suo limite. Anzitutto il valore della ragione. Se, infatti, si svigorisse la ragione, sulla quale Dio ha istituito l’identità radicale dell’uomo, o se la si obnubilasse, misconoscendo la sua reale idoneità di cogliere il vero, si sfigurerebbe l’uomo e lo si porrebbe in uno stato confusionale, che pregiudica un agire consapevole e motivato. È quanto sta facendo la cultura “liquida”, come oggi si dice, che spegne nell’uomo l’attitudine al giudizio obiettivo e gli sottrae di conseguenza la possibilità dell’azione retta. La tradizione cristiana, pur affermando una infermità e una debolezza della ragione a motivo del peccato originale, non ha mai accettato una visione dell’uomo come radicalmente e irrimediabilmente corrotto, e insieme ha richiamato la funzione risanante e redentiva dell’amore divino cioè della grazia. D’altra parte, è altrettanto inaccettabile una esaltazione della natura umana che non ne affermi i limiti, che sono di due tipi. Anzitutto il limite della creaturalità, per la quale l’uomo dipende radicalmente e totalmente da Dio. Dio, infatti, rappresenta il principio e il fondamento permanente di tutto quello che costituisce l’uomo; in lui si trovano la genesi e la fonte di tutte le sue risorse, ricevute come puro dono con la vocazione all’esistenza. Da qui l’atteggiamento di adorazione, di rendimento di grazie, di esultanza che lo deve ininterrottamente pervadere. La prima e originaria preghiera appare, così, la gioiosa coscienza di esserci, il salire cioè alla memoria riconoscente dei doni elargiti della generosità divina. Vengono in mente alcuni versi semplici, quasi disadorni, ma intensi e incisivi di Ada Negri, la cui vibrante e sapida poesia è ancora capace di illuminare e di ristorare lo spirito: «Or — Dio che sempre amai — t’amo sapendo/ d’amarti; e l’ineffabile certezza/ che tutto fu giustizia, anche il dolore/ tutto fu bene, anche il mio male, tutto/ per me tu fosti e sei, mi fa tremante/ d’una gioia più grande della morte./ Resta con me poi che la sera scende/ sulla mia casa, con misericordia d’ombre e di stelle. Resta tu solo/ accanto a me tua serva; e, nel silenzio degli esseri, il mio cuore oda Te solo».

© Osservatore Romano - 21 agosto 2016