Rassegna stampa formazione e catechesi

Tre verbi per predicare

Ambone LateranoL’omelia in un appunto di PaoloVI

 
di FRANCO GIULIO BRAMBILLA

Scritto su un block notes del pontificato, conservato nell’a rc h i vio dell’Istituto Paolo VI di Brescia, senza datazione, ma attribuibile al 1969, il Papa verga poche note sul tema della predicazione.
È interessante il suo metodo di lavoro. Prima di scrivere un testo in formis , Paolo VI soleva tracciare le linee di fondo dei suoi pensieri e dei suoi interventi: da queste linee essenziali poi il discorso fluiva nella sua inimitabile retorica. Una vera e propria “arte del dire”, appassionata e penetrante, come suadente e interiore era la sua voce, quasi proveniente da un altro mondo. Attorno a tre verbi: pregare, studiare, amare, il Pontefice con tutta naturalezza delinea la triade dell’ homilein , cioè del colloquio tra Dio e l’uomo/comunità. È l’atto dell’annuncio della Parola che accade nel rito liturgico: la fede del predicatore (pregare), l’attenzione alla realtà intesa (studiare), la scelta dell’interlocutore ideale (amare). Prendo avvio dal secondo verbo (studiare) proposto da Paolo VI , per un semplice motivo: perché chiede di interrogarsi subito sul senso della predicazione nel contesto dell’azione liturgica. Paolo VI scrive: «Sapere bene ciò su cui si deve parlare; studiare la parola di Dio e la sua interpretazione teologica ortodossa; studiare le questioni umane alle quali la predicazione si rivolge; non deve essere empirica, approssimativa, impressionista e superficiale, anche se deve essere semplice e piana». Gli atteggiamenti che vengono suggeriti danno concretezza al verbo studiare: “sap ere”, “s t u d i a re ”, “com u n i c a re ”. Si tratta di dire la Parola di Dio dentro i linguaggi umani, in modo che tali linguaggi aprano l’accesso alla “re a l t à ” attestata dalla Parola. La predica è connessa naturalmente con la celebrazione, è parte dell’azione liturgica e condivide con la liturgia il carattere di atto. A differenza della catechesi e della didascalia che tende a istruire, l’omelia mira a suscitare l’atto della fede proprio nella celebrazione cultuale, come momento della liturgia della Parola. Lo studio, la preparazione e la comunicazione devono fin dall’inizio intendere tale “fine”: suscitare nel credente l’atto della fede. L’omelia mira dunque alla fede presente, all’azione liturgica, anche se il suo effetto perdurerà al di là dell’atto, così come ogni momento celebrativo ha un’efficacia in rapporto agli atteggiamenti abituali dell’esistenza cristiana. Ciò appartiene alla natura della fede cristiana: essa è atto e atteggiamento; ma la fede è originariamente actus e solo di conseguenza è habitus . Perciò si può definire la fede un atteggiamento, solo in quanto reso possibile dall’atto della fede. Se la predicazione mira all’atto di fede, da qui derivano alcune caratteristiche che appaiono nella concezione rigorosa del Papa della “p re p a r a z i o n e ” della omelia. Essa non deve essere pensata come spectaculum , non deve catturare l’attenzione in modo tale che l’interesse si plachi nel come si dice o nell’inscenatura della parola detta, in cui si satura la curiosità dell’u d i t o re . La predica deve rimandare al di là di sé, alla “re a l t à ” stessa di cui si parla, al mistero santo di Dio, alla sua presenza attuale per il credente. La “re a l t à ”di cui si parla non è un oggetto, ma la Presenza viva di Dio nel racconto della storia di Dio con l’uomo, nei cui confronti la libertà umana deve disporsi perché questa presenza si realizzi. Da qui deriva anche lo stile dell’omelia. Rivolta all’atto di fede, la predica ha un carattere edificante, cioè deve proporsi il compito di “e d i f i c a re ” un “senso” che ha bisogno del “con-senso” dell’uditore per poter essere inteso. Il discorso “edificante” mira a sollevare lo spirito, non in senso consolatorio, ma nel senso di suscitare, svegliare, rincuorare, stimolare, inquietare e tendere lo spirito. Paolo VI quando dice che la predica non deve essere «approssimativa, impressionistica e superficiale», ci ricorda che essa deve rimandare nientemeno che al mistero santo di Dio reso presente nel vangelo di Gesù. Facendo memoria di tutta la storia della salvezza che nel Vangelo della Pasqua si compie. Ora è possibile riprendere il primo verbo che Paolo VI indica per raccomandare il clima in cui preparare la predicazione: pregare. Montini ricorda che la prima attenzione del predicatore rimanda al problema dell’atteggiamento interiore con cui prepararsi. Quando preparo l’omelia, non devo pormi anzitutto la seguente domanda: «Che cosa devo dire alla gente?», ma «Che cosa dice questa Parola alla mia fede, di credente prima che di predicatore?». La spiegazione di Paolo VI è folgorante: «Una preparazione interiore di fede, d’amore verso Dio, un’implorazione umile e fiduciosa nell’assistenza dello Spirito Santo sermone ditans guttura ». È l’ascolto dello Spirito che fa “f i o r i re ”( ditans ) la parola quasi dal profondo cuore ( guttura ), “arricchendo” la coscienza di fede del predicatore come credente e come orante. Il predicatore deve considerarsi anzitutto come un credente o anche un incredulo che cerca rimedio alla propria incredulità. Non vale qui l’obiezione che la predica scadrebbe in autobiografia o non esprimerebbe il carattere ufficiale della fede. O che, ancora, non corrisponde alla preoccupazione della “nostra gente”. Questo stereotipo consacra necessariamente un’immagine mediocre del predicatore. Ma tale immagine, nel predicatore e nella gente, non è tutto: è una maschera, una difesa. Senza il momento incandescente della fede del predicatore, la predica non riesce a far avvenire l’incontro vivo e bruciante con la Parola. Il predicatore deve anzitutto ripetere il suo atto di fede di fronte alla Parola evangelica, cimentandosi con gli ostacoli che egli stesso trova: la familiarità scontata del testo (lo conosco già, oppure lo predico da molti anni); la sua distanza dall’oggi (non tocca i nostri problemi); ma soprattutto la fuga dinanzi a Dio che chiama qui e ora (la sua meditazione sapienziale). L’atteggiamento orante e amante sono il rimedio a questa facile scappatoia, perché la persuasione dello Spirito rende luminoso e trasparente l’ascolto del credent e / p re d i c a t o re . Di qui il terzo verbo usato da Paolo VI : amare. Esso descrive in modo appassionato la preoccupazione dell’annuncio del Vangelo di Montini, di cui ci darà una splendida illustrazione pochi anni dopo nell’ Evangelii nuntiandi , uno dei testi memorabili del p ostconcilio. Dice il Papa con un’espressione di vera tenerezza: «Occorre avere nell’animo un vero interesse per il bene di coloro ai quali si parla, una simpatia, un affetto, una carità». Questo è il vero Paolo VI , purtroppo rimasto nascosto alle stucchevoli caricature del tempo. Un Papa amante non solo dell’uomo moderno, ma degli uomini in carne e ossa, con tanto di attenzione al bene e, ancor più, con la simpatia, l’affetto e la carità. È stato il poeta della modernità. Paolo VI allora ci dice che il predicatore deve avere prossimi quelli a cui si rivolge. È generico e retorico riferirsi a un fantomatico “uomo moderno”: scade nei luoghi comuni, non si rivolge alle persone vive. Ma come ci si rivolge alle persone vive? Forse la parola più universale è quella detta a una persona sola, magari neppure presente, ma viva dinanzi al predicatore con i suoi interrogativi e le sue certezze, con i suoi desideri e i suoi timori. Bisogna immaginare una sorta di persona tipo, più che una persona media (così accade, per esempio, nei testi biblici dove i personaggi sono spesso attualizzazione di atteggiamenti evangelici: Zaccheo, il fariseo, il fratello maggiore). Nel momento in cui elaboro l’omelia, occorre immaginarsi questa o quell’altra persona a cui vorrei dire il messaggio che io stesso ho ascoltato dalla pagina biblica e che ha inquietato me per primo: dire il messaggio universale del Vangelo nel riflesso di un credente sing o l a re . Questo è il predicatore che emerge dal breve appunto di Paolo VI . Egli ci può rendere consapevoli del dono prezioso con cui ogni domenica migliaia di persone — nonostante tutto — varcano ancora la soglia delle chiese. In tutta Europa è ancora un’occasione da non perdere. Non ci si può permettere il lusso di sciupare questa grande opportunità: non tanto per catechizzare, istruire, moralizzare, dare consigli a buon mercato dalla regia ecclesiastica. La posta in gioco è molto più alta. Si tratta nientemeno di far brillare dinanzi agli occhi lo splendore del mistero santo di Dio e la novità sconvolgente della vita cristiana.

© Osservatore Romano - 4 ottobre 2018


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