Rassegna stampa formazione e catechesi

Testimoni di speranza. Intervista a Olav Fykse Tveit

ecumeneRiccardo Burigana

Lo stato del dialogo ecumenico e l’imminente visita di Papa Francesco a Ginevra sono alcuni temi sui quali il pastore luterano Olav Fykse Tveit, segretario generale del World Council of Churches (Wcc), si è soffermato in un’intervista all’Osservatore Romano.


Quale è stato l’impatto della preghiera ecumenica di Lund del 31 ottobre 2016?
L’incontro di Lund è stata una pietra miliare del dialogo ecumenico: ha dato il tono a un anno di commemorazione e riconciliazione, tanto da essere un punto di riferimento nei tanti incontri che hanno animato il 2017. Io stesso ho potuto fare l’esperienza di quanto presente fosse la preghiera ecumenica di Lund, guidata da Papa Francesco e dal vescovo luterano Munib, negli incontri ai quali ho preso parte per il cinquecentesimo anniversario dell’inizio della Riforma. Questo è avvenuto perché la preghiera di Lund non è stato un momento del dialogo tra cattolici e luterani, ma è stata pensata per tutto il mondo, proponendo una lettura condivisa sulla Riforma della Chiesa del XVI secolo. Con la sua stessa celebrazione ha posto la questione di dove è il cammino ecumenico, aprendo una riflessione sui percorsi e sui modelli di unità alla luce di quanto è stato fatto nei decenni precedenti.

Come sta andando il programma Pilgrimage of Justice and Peace? E quando verranno annunciati il tema e il luogo della prossima assemblea del Consiglio mondiale delle Chiese?

Quando a Busan, nel 2013, nell’ultima assemblea generale del Wcc, venne deciso di promuovere il programma Pilgrimage of Justice and Peace, fu chiaro che questo era molto più di un semplice programma; con questo si voleva indicare cosa il Wcc desiderava fare alla luce della sua storia e del presente del cammino ecumenico. Per questo, fin dai primi passi, il programma si è venuto articolando in una serie di iniziative che volevano promuovere e approfondire la testimonianza ecumenica nella missione, nel dialogo tra le religioni, nella diaconia, nell’educazione, nella costruzione della pace, nella difesa dei diritti umani, soprattutto tra gli emarginati. Senza voler fare un bilancio di questo programma, va detto che da una parte non è stato facile per molti membri declinare in una prospettiva ecumenica il termine «pellegrinaggio», per la sua storia e per il suo significato; dall’altra è stata una esperienza particolarmente significativa dal momento che, in tanti luoghi, insieme, i cristiani hanno scoperto cosa Dio chiede per vivere l’unità. Ricercare la giustizia e la pace non è un programma politico; si tratta di vivere i valori cristiani con i quali vincere i conflitti. Proprio per questo il Pilgrimage of Justice and Peace ha una dimensione ecumenica, ma non è circoscritto alla partecipazione dei cristiani; è aperto agli uomini e alle donne di buona volontà, che sono sempre i benvenuti. Per quanto riguarda la prossima assemblea generale il tema e il luogo verranno decisi nella prossima riunione del Comitato centrale del Wcc.

Quale è la posizione del Consiglio mondiale delle Chiese riguardo al coinvolgimento del movimento ecumenico nel dialogo tra le religioni?

Il coinvolgimento del movimento ecumenico nel dialogo interreligioso non è assolutamente in discussione; si tratta di una decisione che il Wcc ha preso anni fa. Negli ultimi tempi, si è avvertita la necessità di riaffermare questa decisione, anche alla luce del clima che si è creato. Per questo il Wcc ha voluto ribadire il ruolo fondamentale che le religioni hanno nella costruzione della pace; si sono moltiplicati gli incontri per rafforzare l’impegno per la pace. Su questo aspetto c’è una grande sintonia con la Chiesa cattolica, come testimoniano, tra l’altro, i frequenti e continui contatti con il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Con Papa Francesco abbiamo condiviso questo impegno ad Assisi, rilanciando l’idea che per i cristiani è un dovere costruire la pace: l’amore di Cristo spinge i cristiani a farsi costruttori di pace, come dice l’apostolo Paolo con grande chiarezza.

Che pensa del ruolo di Papa Francesco nel cammino ecumenico?

Nel rispondere a questa domanda vorrei distinguere due piani: quello della Chiesa luterana e quello del Wcc. Come pastore luterano vedo in Francesco un appassionato “collega” dell’annuncio del Vangelo, come dimostrano le sue parole e i suoi gesti, che tanto aiutano a comprendere come i cristiani devono vivere la parola di Dio ponendosi al servizio degli ultimi del mondo. Come segretario generale del Wcc, devo riconoscere che l’opera per l’unità di Papa Francesco è un incoraggiamento a ricordare che dobbiamo fare insieme tutto ciò che possiamo, proseguendo il cammino che già condividiamo da anni in quella dimensione globale che è una delle peculiarità del dialogo ecumenico. Si deve definire un’agenda per i prossimi anni che ci consenta di vivere sempre più l’unità, affrontando anche le questioni che ancora dividono i cristiani, come tante volte ha sollecitato Papa Francesco. In questa fase del cammino ecumenico può essere utile tenere in mente il modello della Trinità per comprendere l’unità che deve condurre i cristiani a una sempre maggiore condivisione, grazie a un coinvolgimento pieno nel pellegrinaggio ecumenico.

Qual è il significato dell’imminente visita del Papa a Ginevra?

Questa visita è uno dei frutti di un cammino ecumenico, tra Roma e Ginevra, che è iniziato decenni fa; si tratta di un passaggio veramente rilevante di questo cammino, una tappa, certamente non un punto di arrivo perché ci sono così tanti temi che siamo chiamati ad approfondire, a livello locale, nazionale e globale, come la custodia del creato, la costruzione della pace, l’educazione al dialogo dei giovani, la giustizia economica, solo per ricordarne qualcuno, in un’agenda che vogliamo portare avanti per favorire una sempre più piena condivisione. Questa visita ha anche una dimensione spirituale: nell’abbracciarsi tra fratelli si testimonia quell’amore di Dio che è la spinta per il dialogo ecumenico, che nasce dall’incontro; il cammino ecumenico ha una dimensione teologica, culturale, storica, ma è soprattutto l’incontro di fratelli nella luce di Cristo. Questa dimensione spirituale arricchisce il nostro cammino ed è un messaggio per tutti i cristiani del mondo, che sono chiamati a vivere la condivisione, partendo dall’incontro con l’altro, che è l’incontro con Dio.
Come vede il futuro del dialogo ecumenico tra Ginevra e Roma?
Spero che si possano trovare sempre più occasioni per lavorare insieme, per pregare insieme, per camminare insieme. Il Wcc e la Chiesa cattolica, pur con le loro profonde differenze, devono essere voci e testimoni di speranza nel cammino ecumenico e nel mondo, così da contribuire, come provano a fare da oltre 50 anni, insieme, a coltivare la speranza di vivere l’unità, a partire dall’amore e dalla cura che uno ha per l’altro, così da rendere sempre forte l’annuncio della parola di Dio.
Questo dobbiamo farlo, siamo chiamati a farlo, non per noi stessi, ma per obbedienza alle parole di Gesù Cristo che ci chiede di metterci al servizio l’uno dell’altro per far conoscere il suo amore per il mondo.

Che desidera dire ai lettori dell’Osservatore Romano?

Vorrei chiedere di pregare per il Wcc, per la visita del Papa, per il cammino ecumenico che deve coinvolgere sempre più cristiani, in modo da poter vivere insieme, con creatività, con gioia e con efficacia, la vocazione cristiana a essere costruttori del Regno di Dio in terra, pellegrini di giustizia e di pace.

© Osservatore Romano - 11-12 giugno 2018


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