Rassegna stampa formazione e catechesi

Suoni che aiutano le parole

liturgia iconaARTHUR ROCHE

Le sfide che si pongono a un traduttore sono tantissime. La traduzione di testi liturgici, in particolare, esige non soltanto grande capacità linguistica, ma anche una notevole predisposizione ed esperienza nei campi della teologia, della Scrittura e degli studi patristici.
È un’operazione molto delicata e onerosa, che richiede abilità. i fatto, ciò era stato previsto sin dall’inizio, e a questo proposito vado indietro fino a san Pio V , che durante il concilio di Trento nel XVI secolo contemplò la possibilità di traduzioni vernacolari del suo nuovo Messale romano, proposta sconfitta con un margine molto stretto, di un solo voto. Dal concilio Vaticano II , la traduzione liturgica ha presentato per tutti la sfida, e per alcuni la possibilità, di avvicinare non solo la liturgia ai fedeli, ma anche i fedeli alla liturgia. Talvolta è stata pure un’opportunità per ingaggiare una guerra ideologica, non ultimo su chi ha autorità su che cosa. Nel corso di questi anni, la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha avuto la responsabilità di assistere non soltanto il ministero petrino, ma anche le conferenze episcopali in questo difficile compito. Questo iter storico non è sempre stato un vanto per tutti. Il passare degli anni ha dimostrato anche le difficoltà che esistono nel tradurre direttamente dal latino alla lingua ospitante. In molti casi, l’inglese e lo spagnolo, e in minor misura l’italiano, sono stati usati come fonte per le traduzioni in altre lingue in tutto il mondo. Anche le opinioni discordanti sulla teoria della traduzione hanno avuto la loro parte nel contribuire al trascorrere di questi anni. Penso in modo particolare alla divergenza tra i principi formali e dinamici nell’approccio alla traduzione, entrambi con forti sostenitori. La traduzione non è mai stata questione di una pedissequa sostituzione parola per parola. Come potrebbe esserlo? Le parole spesso contengono molto più di ciò che esprimono le sillabe che le compongono, e ciò è ancora più evidente per i testi liturgici, che esigono una conoscenza che va oltre la semplice estrazione della radice. Una comprensione molto elementare della scienza della filologia basterebbe a convincerci che deve essere così. Come scrisse san Tommaso d’Aquino nel XII secolo, «un buon traduttore deve, conservando il senso delle verità che traduce, adattare il suo stile al genio della lingua in cui si esprime» (Prologo di Contra errores graecorum ). Secondo il noto modo di dire italiano: tradurre è t r a d i re . Quando si traducono testi liturgici scelti dalle sacre Scritture e dagli scritti dei Padri della Chiesa e che trasmettono questioni di rivelazione divina, occorre dedicare la massima cura a trasmettere agli altri ciò che noi stessi abbiamo ricevuto dalla Chiesa in fedeltà al deposito di fede: lex orandi, lex credenda, lex vivendi . Così, quando valutiamo la traduzione di testi e la composizione di arrangiamenti musicali, proseguiamo il delicato compito di trasmettere quello stesso deposito con la stessa fedeltà. Nella scia iniziale del concilio l’esp erienza non è stata sempre incoraggiante. Per esempio, la riduzione del Gloria in excelsis Deo a una interpretazione ritmica del Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto , in diverse lingue europee, è una buona dimostrazione di ciò che non dovrebbe mai accadere nemmeno nelle scuole elementari. Nella migliore delle ipotesi si tratta di pigrizia, nella peggiore di sufficienza. Tenendo presente la sensibilità richiesta nel tradurre testi liturgici, si può comprendere l’importanza della Parola di Dio e delle parole della Chiesa nella sua l i t u rg i a . La composizione musicale richiede questo stesso livello di sensibilità. Nella misura in cui pure la musica è una lingua, essa non solo comunica ma trasmette anche una realtà a un livello più profondo. La musica è un qualcosa che parla direttamente al cuore senza dover essere razionalizzato. Attraverso questo mezzo, la Parola di Dio “cantata” può essere seminata più facilmente perché si radichi con maggiore facilità, con la capacità, che di fatto ha, di andare anche oltre le possibilità espressive di una parola parlata per diventare una forma d’arte che, al servizio della liturgia, porta a un potenziamento della preghiera. Un detto attribuito a sant’Agostino (seppure non si trovi da nessuna parte nei suoi scritti) è qui canit bis orat o p p u re bis orat qui bene cantat, ovvero, chi canta bene prega due volte. A ogni modo, bene cantat suggerisce in modo più che evidente che è l’amore con cui si canta qualcosa ad aumentarne l’eccellenza. Questa interpretazione privilegiata e in qualche modo elevata di una parola dalla musica liturgicamente si ottiene quando la composizione è davvero al servizio della parola e non viene usata come pretesto per scrivere canti che hanno poco a che vedere con l’azione liturgica. Quando ciò accade, la musica diventa più importante del testo che intende esprimere. È un fenomeno evidente nel corso dei secoli della storia della Chiesa, e che è stato motivo di correzione nel suo Magistero. Un testo liturgico deve essere compreso non semplicemente come singole parole, bensì dal suo contesto, passo o frase. Ci sono molti esempi in cui non è stato così. Uno di questi è il famoso Gloria di Haydn nella Messa in onore di san Giovanni di Dio. Mentre il basso canta et in terra pax hominibus bona voluntatis ,e così di seguito, il tenore canta Domine Deus Agnus Dei Filius Patris , l’alto Domine Fili unigenite e il soprano Gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam . Il risultato è che l’intero Gloria viene cantato in cinquanta secondi e, sebbene il testo sia cantato nella sua interezza, è reso in maniera incomprensibile. Esistono molti altri esempi di questo approccio, di culture e lingue differenti, dove il compositore, dopo aver scoperto una bella melodia, ha forzato un testo liturgico per farcelo entrare, cambiando le parole o i loro accenti, o assoggettando il testo a pause che lo rendono incomprensibile. San Pio x nel suo m o t u p ro p r i o Tra le sollecitudini (22 novembre 1903) cita il canto gregoriano come «supremo modello della musica sacra». È facile capire perché, dal momento che il canto è posto al servizio di una parola che deve essere compresa, gustata e pregata. Ciò non impedisce al compositore di sottolineare l’uno o l’altro aspetto teologico del testo, però esige che egli rispetti il testo nel suo insieme. Per esempio, lo studio della semiologia di alcuni canti gregoriani molto semplici ci mostra come il compositore vuole che comprendiamo il testo. Nell’antifona Laudate Dominum de cælis cantata durante le lodi della domenica della terza settimana del tempo ordinario, gli episemi sulle sillabe lau-da-te indicano che per il compositore “lo date” è centrale al testo. Oppure, nell’antifona Tu es Petrus la semiologia indica che canteremo “Tu sei Pietro”. In altre parole, le interpretazioni sono ottenute con grande sensibilità. Gli studi del canto gregoriano nel corso dell’ultimo secolo ci mostrano con quanta semplicità il compositore può aggiungere un’interpretazione spirituale alle parole che mette in musica. Partendo dalla premessa che la musica è al servizio della liturgia, è necessario, oggi più che mai, che il compositore di musica liturgica non sia solo una persona competente in quest’arte, ma anche una persona di preghiera. Il compositore deve essere una persona che, attraverso la sua meditazione sul testo, scopre il giusto mezzo musicale per permettere che questo raggiunga il cuore e vi metta radice, cresca e dia frutto non solo nella preghiera, ma anche nella vita: lex orandi, lex credenda, lex vivendi . Mentre ci prepariamo a celebrare, a ottobre, la canonizzazione del beato papa Paolo VI , è giusto che il presente intervento faccia eco alle parole del suo discorso agli artisti in chiusura del concilio Vaticano II l’8 dicembre 1965: «Oggi come ieri la Chiesa ha bisogno di voi e si rivolge a voi. Essa vi dice con la nostra voce: non lasciate che si rompa un’alleanza tanto feconda! Non rifiutate di mettere il vostro talento al servizio della verità divina! Non chiudete il vostro spirito al soffio dello Spirito Santo! Questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione. E questo grazie alle vostre mani (...) Che queste mani siano pure e disinteressate! Ricordatevi che siete i custodi della bellezza nel mondo: questo basti ad affrancarvi dai gusti effimeri e senza veri valori, a liberarvi dalla ricerca di espressioni stravaganti o malsane. Siate sempre e dovunque degni del vostro ideale, e sarete degni della Chiesa, la quale, con la nostra voce, in questo giorno vi rivolge il suo messaggio d’amicizia, di saluto, di grazie e di benedizione».

© Osservatore Romano - 20 settembre 2018


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