Rassegna stampa formazione e catechesi

Sul rapporto tra poesia e vita

«Pochi uomini, pochi santi, pochi misteri hanno attirato su di sé gli occhi dei poeti come Francesco d’Assisi»: nel suo ultimo libro Salvare la poesia della vita (Padova, Edizioni Messaggero Padova, 2018, pagine 144, euro 13), Davide Rondoni traccia un cammino esistenziale e poetico, illuminato dalle parole chiave della spiritualità di san Francesco. Il volume è un percorso di narrazione in cui l’autore, poeta anch’egli, mette a confronto le parole di scrittori di ogni tempo con la figura e la santità del giullare di Dio: «Ho desiderato fare un libro-luogo — scrive nell’introduzione — un posto dove le parole dei poeti, le vicende della vita del santo e le parole chiave della sua esperienza umana si incontrano, si riecheggiano, si intrecciano».

Da qui la riflessione sul rapporto tra poesia e vita, su quel binomio indissolubile, in cui l’una si nutre dell’altra, in cui entrambe vicendevolmente si illuminano: l’arte e la poesia nascono dalla vita per metterla a fuoco, per restituirle nuovi, molteplici, profondi significati. In questo processo la rinvigoriscono, la potenziano, la pacificano. Tale rinnovato rapporto con la realtà, che l’arte tutta e la poesia in particolare riescono a tessere, si fa guida per il discernimento, strumento di crescita, spazio aperto di una “ritrovata” umanità.

Il testo di Rondoni, come specifica il suo autore, appare essere «un diario per parole chiave, indicate come tracce nella ricerca di “salvare la poesia della vita” in compagnia di Francesco e di tanti poeti — credenti o no, noti o semignoti — che hanno messo a fuoco la propria vita con parole che poi sono servite ai lettori per accendere la loro esistenza»; da qui una suddivisione in capitoli che segue l’orizzonte spirituale francescano, intorno a temi quali nudità, natura, povertà, bellezza, vocazione, letizia, amicizia.

La proposta dei versi di numerosi scrittori che si sono accostati alla figura di san Francesco corrisponde a un’idea di poesia non intesa come mera storia della letteratura, ma come scoperta di quei sottili, ma imprescindibili legami che nella storia hanno creato il presente. Ed ecco per esempio, nel capitolo riguardante la nudità, uno dei più interessanti del volume, i fili tessuti da Rondoni suggeriscono un incontro tra scrittori diversissimi tra loro. La nudità ha a che vedere con l’essenzialità dell’essere e l’affidamento: Francesco si spogliò dei ricchi vestiti datigli dal padre Bernardone, rimanendo nudo, affidato come un bambino appena venuto al mondo, un bambino in attesa di essere accolto. Essa ha dunque a che vedere con l’attesa, con il rischio di non essere amato: ha a che vedere con la povertà e la dipendenza assoluta, con la propria rinascita, con l’agnizione della più intima verità su se stessi. Da qui il confronto, suggerito da Rondoni, con l’opera e la figura di Pasolini, che, pur facendo proprio il binomio nudità-verità, non riuscì mai a comprendere o a vivere la letizia della nudità francescana, poggiante sul totale e fiducioso affidamento a Dio. Lo stesso si dica per il feroce diario di Cesare Pavese, intitolato Il mio cuore messo a nudo, in cui l’autore, pur spogliandosi delle ideologie da cui si sentiva oppresso, nel rivisitare la figura di san Francesco, ne esaltò solamente la virtù eroica della solitudine, negando in toto l’esistenza di Dio.

La povertà, parola decisiva nel francescanesimo, è introdotta in questo testo con un aneddoto toccante: si narra infatti che, poco prima di morire, Francesco avesse chiesto che gli fosse portato un poco di prezzemolo. Quell’erba semplice e odorosa mostrava come la vita di Francesco, pur rifuggendo da tutto ciò che comunemente veniva indicato come ricchezza, fosse tutt’altro che povera, ma “ricca d’altro”. Davide Rondoni in questo caso suggerisce un calzante accostamento, citando i versi di Sacchi a terra per gli occhi di Clemente Rebora, grande poeta italiano del secolo scorso, divenuto in età adulta frate rosminiano: «Qualunque cosa tu dica o faccia / c’è un grido dentro: / non è per questo! non è per questo!». Il grido che abitò Rebora, affliggendolo, lo mise continuamente in guardia dall’autocompiacimento, palesando la vanità dei suoi trionfi mondani: quando il poeta si fece povero, lasciando la ricchezza di ideologie e di intellettualismi, trovò finalmente quell’approdo, agognato fin dalla giovinezza.

San Francesco, come scrive Rainer Maria Rilke, «trasformò tempo e ricchezza in povertà». Una povertà vissuta come ricchezza, come testimonia l’aneddoto del prezzemolo, perché nutrita dallo stupore provato dinanzi al mistero dell’esistere. San Francesco, come ogni poeta che meriti questo nome, ritornò bambino, umile principiante del mondo, capace di sorprendersi di fronte alla bellezza del Creato e di lodarlo con splendidi versi di gratitudine. Commenta Rondoni: «Questo è il vero, e unico, punto in cui l’esperienza del poeta e quella del santo si somigliano. La percezione di un’infinita meraviglia e, contemporanea, quella di un precipizio nel nulla. Di un’assoluta mancanza di qualsiasi merito».

Povertà e nudità, umiltà e stupore divengono fonti di conoscenza, posture esistenziali interconnesse in cui il poeta, come il santo, rinomina la realtà, incontrando e celebrando la trascendenza nel quotidiano, celebrando l’infinito in un granello di sabbia. Tale processo di ascesi, insegnato da Francesco, lungi dal poter essere interpretato come distacco e disprezzo, continua a parlare all’uomo di ogni tempo come sguardo pieno di meraviglia e di lacrime.

di Elena Buia Rutt

© Osservatore Romano - 1 dicembre 2018


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