isacco e rebecca 2di CRISTIANA DOBNER

Nei capitoli dal 24 al 28 di Genesi si narra, in andamento solenne, il secondo ciclo patriarcale e la vicenda, di cui è protagonista Rebecca, che si può dividere in un dittico. Capitolo 24: il servo Eliezer (Aiuto di Dio) è un Shoshbin , l’amico dello sposo, colui che cerca la sposa per Isacco; capitoli 25-28: Rebecca ormai è madre.
Chi è Rebecca? Il nome significa laccio, corda per legare gli animali, trappola quindi che avvince con la bellezza. Rebecca nacque e crebbe fra persone poco raccomandabili, che non seguivano la Torah di Jhwh, e vivevano senza di Lui un’esistenza spesa senza conoscere il Suo timore. Fu questa sua esperienza che le fece decidere di accettare la proposta di Eliezer e di vivere una vita moralmente plasmata dai precetti di Jhwh. I Maestri d’Israele considerano Rebecca la rosa fra le spine perché queste ne sfregano i petali e così ne emanano la fragranza. La vergine Rebecca ha la capacità di uscire da un ambiente di nascita che l’ha formata in modo negativo, di negarlo rivolgendosi invece a Jhwh, che sa illuminare il suo cammino di trasformazione e offrire gli aiuti precisi e necessari. Figlia e sorella di empi, abitante in un paese di empi, Rebecca, la Rosa, non si lasciò contaminare e non ne seguì l’esempio. Si possono esplicitare le sfaccettature che compongono il Volto della Matriarca, la sua personalità e la loro incarnazione nei diversi momenti della sua vita, che vengono in aiuto per poterla comprendere e per poter illuminare il suo ruolo nella storia della salvezza: vergine ragazza libera; madre; tessitrice di imbrogli?; madre silenziosa. Queste sfaccettature, considerate una a una, paveseranno il sentiero che porta alla conoscenza e alla comprensione del Volto della donna Rebecca, la Rosa. Solo undici versetti, tratti da Genesi 24, 10-21, vengono osservati dalla lente della tradizione dei Rabbini e narrano l’incontro del servitore di Abramo, Eliezer, con la giovane fanciulla Rebecca, stagliandone la personalità in modo nitido e accattivante. È l’unica volta in cui il Tanakusa il termine vergine, nahar. Rebecca “corre” ed esaudisce la richiesta di Eliezer in dismisura e supera di gran lunga la richiesta: giunge perfino ad abbeverare i dieci cammelli della carovana. Se si tiene conto che un cammello può abbeverarsi con 95 litri d’acqua, bisogna chiedersi quanti ne poteva contenere una giara e quante ore avrebbe dovuto impiegare Rebecca nell’adempiere il suo servizio, per quanto fosse attiva e operosa, non passiva, sicura di sé. Chiaramente l’episodio è iperbolico e vuole sottolineare il gesto spontaneo di accoglienza dello straniero considerato un ospite. Rebecca è aperta al servizio di chiunque abbia bisogno, in questo caso lo straniero assetato, proprio come insegna la Bibbia ebraica in Deuteronomio 10, 19: «Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d’Egitto». Perché così si ama Jhwh, infatti lo sguardo innalzato all’Altissimo passa solo attraverso lo sguardo abbassato ai propri consimili e alle loro urgenze. Rebecca quindi appare rivolta verso gli altri, attenta alle loro necessità. Questa sua postura di prontezza nell’essere per l’altro, accettando senza domande, incanta il servo che ne riconosce la qualità per diventare la sposa di Isacco. Un particolare viene notato dal m i d ra s h nell’uso del verbo riempire: l’acqua sale nella brocca di Rebecca che si riempie da sé. Il servo così riconosce nella ragazza vergine la sposa prescelta per il figlio del suo padrone. Il servo saputo il nome della giovane vergine, loda l’Altissimo. «Quell’uomo si inginocchiò e si prostrò al Signore e disse: “Sia benedetto il Signore, Dio del mio padrone Abramo, che non ha cessato di usare bontà e fedeltà verso il mio padrone. Quanto a me, il Signore mi ha guidato sulla via fino alla casa dei fratelli del mio padrone”». La giovane si trova al bivio: diventerà il perno della storia se saprà scegliere accuratamente. Rebecca sceglie e accetta di diventare la moglie di Isacco. La carovana deve affrontare 800 chilometri di viaggio che si possono percorrere in tre settimane, un viaggio notevole per una ragazza proveniente da una famiglia sedentaria. Nel capitolo 24 si narra la modalità del matrimonio tipico nella civiltà nomadica o società patriarcale: il primo matrimonio ebraico. Isacco viene dipinto dal narratore come un patriarca meno caratterizzato, incapace di trovarsi una moglie, come se faticasse a crescere e si stesse consolando della perdita della madre. Così la donna Rebecca è forte, mentre l’uomo Isacco deb ole. I Maestri insegnano che Isacco è abbandonato a se stesso ed è la donna Rebecca che accende la scintilla della Presenza di Jhwh, infatti all’inizio dello Shabbat , accende le candele. In questo senso il Midrash Rabba su Genesi le attribuisce il titolo di profetessa. Anche Rebecca è sterile e soffre per l’impossibilità di generare, malgrado abbia su di sé la benedizione invocata prima della partenza dalla casa paterna e dal suo clan: «Benedissero Rebecca e le dissero: “Tu , sorella nostra, diventa migliaia di miriadi e la tua stirpe conquisti le città dei suoi nemici!”». È la preghiera di Isacco però che libera Rebecca dalla sterilità: «Isacco supplicò il Signore per sua moglie, perché ella era sterile e il Signore lo esaudì, così che sua moglie Rebecca divenne incinta». Il verbo ‘ātar significa pregare, esaudire, il sostantivo formato da questo verbo è ‘ātār profumo, fumo ( Ezechiele , 8, 18) e adoratore ( Sofonia , 3, 10). Invita a pensare alle volute innalzatesi dagli altari, alla carne che brucia sul fuoco, all’olezzo votivo. Il Talmud inoltre insegna che ‘eter’ , mutando le vocali e conservando le consonanti, significa forcone, tridente, e supplica; così racconta che proprio come il tridente sarchia e rivolta la terra, così la supplica capovolge il destino, tramuta la realtà nel suo contrario. La gestazione dei due gemelli è pensata come un’eziologia del conflitto fra i due popoli: Edom e Israele e vuole narrarne il rapporto.

© Osservatore Romano - 27 luglio 2017

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