famiglia vacate et videtedi MARC OUELLET

Dobbiamo rileggere Amoris laetitia in uno spirito di conversione pastorale che suppone in primo luogo un’accoglienza autentica e priva di pregiudizi dell’insegnamento pontificio; in secondo luogo un’apertura a un mutato atteggiamento nei riguardi delle culture lontane dalla fede; in terzo luogo una convincente testimonianza della gioia del Vangelo che promana dalla fede nella Persona di Gesù e nel suo sguardo d’amore e di misericordia su ogni realtà umana.
L’ermeneutica praticata dal Papa stesso parte dalla Parola di Dio e dallo sguardo di Gesù sulla famiglia, per descrivere la gioia dell’amore in una prospettiva evangelica e realista, contemplando da un lato l’ideale “trinitario” dell’Amore, il primato e l’efficacia della grazia e della carità nella vita della coppia, ma anche, da un altro lato, il carattere graduale e progressivo dell’esp erienza umana dell’amore, i suoi condizionamenti culturali, le sue fragilità e le sue realizzazioni imperfette. Una tale prospettiva suppone un’antrop ologia personalista dell’amore solidamente radicata nella sacra Scrittura, così come una corrispondente pedagogia che imita la pazienza di Dio, la sua premurosa vicinanza alle ferite dei suoi figli e soprattutto la sua mis e r i c o rd i a . A dire di Francesco stesso, «i due capitoli centrali sono consacrati all’amore» e contengono le riflessioni più importanti circa la proposta originale del Papa per prolungare e completare l’insegnamento della Chiesa a riguardo. Queste pagine di notevole intensità descrivono l’a m o re coniugale e familiare in un modo che concretizza la grazia del sacramento del matrimonio. Appoggiandosi sul “dono” del sacramento che consacra il mutuo dono totale e definitivo degli sposi, il Papa descrive l’amore nella famiglia a partire dall’inno alla carità di san Paolo, che costituisce l’ideale d’ogni battezzato e in particolare di quelli e di quelle che sono impegnati in un cammino verso la perfezione della carità coniugale. Una simile prospettiva, per così dire “discendente”, poiché la carità procede dalla grazia, è completata da una visione antropologica “ascendente” ispirata da san Tommaso d’Aquino, che descrive anche l’amore degli sposi come “un’amicizia”, cioè una condivisione d’intimità che comporta la stima e il mutuo sostegno delle persone, al di là degli aspetti propriamente coniugali della loro unione. Il fatto di trattare in primo luogo della grazia e della carità non relega in secondo piano la natura specifica dell’amore coniugale e familiare, al contrario, si trova in Amoris laetitia una fine analisi della psicologia dell’amore, dei sentimenti e delle emozioni che l’accompagnano, delle sue dimensioni erotiche e passionali, amplificando e confermando il tutto un’antropologia trinitaria dell’a m o re che integra esplicitamente le acquisizioni dottrinali del beato Paolo VI sull’apertura dell’amore coniugale alla vita ( Humanae vitae ), così come il nucleo essenziale delle catechesi di san Giovanni Paolo II sulla “teologia del corpo”, in particolare il carattere propriamente nuziale iscritto nella dinamica dell’amore e la complementarietà fisica e spirituale dell’uomo e della donna. L’entusiasta e realista proposta dell’amore coniugale e familiare nell’esortazione apostolica Am o r i s laetitia sarebbe illusoria e inutile senza il forte accento posto sull’educazione. Questa educazione si basa sul disegno di Dio che rivela come l’uomo sia creato a sua immagine, uomo e donna, per riflettere il suo amore con l’impegno definitivo e il dono totale delle persone in una «comunità di vita e d’amore» (Gaudium et spes , 48) che costituisce una cellula di base della Chiesa, Corpo e Sposa di Cristo. L’educazione all’a m o re s’iscrive così nel quadro della famiglia, Chiesa domestica, che include la trasmissione della fede, l’a p p re n dimento delle virtù umane e cristiane, l’educazione sessuale, l’accompagnamento dei fidanzati e la loro adeguata preparazione al matrimonio sacramentale mediante un autentico catecumenato, affinché essi scoprano il radicamento del loro matrimonio sacramentale nella loro consacrazione battesimale. In questo quadro di dialogo, i futuri sposi sono accompagnati da persone di esperienza in un cammino di maturazione dell’amore, caratterizzato dalla scoperta dell’altro così com’è, dall’accettazione delle differenze, dal rispetto e apertura reciproca, per sempre meglio comprendersi, darsi aiuto, perdonarsi e ricominciare quando insorgono delle incomprensioni e invitano a vivere fasi di crescita e di approfondimento dell’amore. Da qui il necessario ed esigente tener conto della proliferazione delle coppie in situazioni “i r re golari”, che sono immerse in una cultura edonista e relativista che impedisce loro di riconoscere in pieno il deficit morale e sacramentale del loro stato. I pastori sono quindi invitati a una conversione dello sguardo e a un atteggiamento di accoglienza che, sempre tenendo ben in vista l’ideale cristiano dell’amore coniugale e familiare, si sforza di valorizzare il bene già esistente nella vita delle persone e di accompagnarle progressivamente verso una più completa risposta al disegno di Dio sulla loro vita. Ciò suppone di vedere i valori concretamente vissuti nella diversità delle situazioni, accompagnare le persone nella loro ricerca di verità e nelle corrispondenti loro scelte morali, discernere i passi da compiere per vivere in pienezza il sacramento già ricevuto, o per camminare passo dopo passo verso la sua ricezione sapiente e fruttuosa, o ancora per regolarizzare una situazione oggettivamente irregolare ma non sempre moralmente imputabile. La conversione dello sguardo da parte dei pastori consiste nel vedere non solo la norma più o meno perfettamente vissuta ma la “p ersona” concreta nella sua tensione verso il bene, valorizzare ciò ch’essa vive e accompagnarla nel discernimento progressivo delle scelte possibili per una santità più grande o un’integrazione più piena nella comunità ecclesiale, quale che sia d’altra parte il suo pubblico status di fedele in regola, di catecumeno in cammino, di battezzato lontano, di concubino o divorziato risposato. Senza questa conversione dello sguardo che valorizza la persona in cammino, non si può adottare l’adeguato atteggiamento pastorale di accoglienza, di ascolto, di dialogo e di misericordia. Un tale approccio pastorale è tipicamente missionario poiché non si limita a verificare la conformità dei fedeli nei riguardi degli obblighi contratti con la loro identità battesimale o matrimoniale; esso consiste nel tendere la mano a tutti quelli e quelle di cui si constata una certa marginalità o una totale estraneità in rapporto alla comunità. Esso suppone una capacità di discernimento dei semi del Verbo sparsi in tutta la creazione, che sono altrettanti punti di forza per un annuncio del vangelo della famiglia in tutta la sua bellezza e le sue esigenze. Di più, la formazione della coscienza retta e ben illuminata quanto alle implicazioni morali di una decisione può richiedere del tempo e deve dunque essere accompagnata dal rispetto delle decisioni personali, anche se le scelte non sono ancora del tutto in linea con l’ideale evangelico insegnato dalla Chiesa. A questo riguardo, il capitolo 8 dell’esortazione apostolica merita un trattamento a parte, data la complessità delle questioni affrontate e la portata di certe aperture che comportano una difficoltà d’interpretazione e di applicazioni dei criteri guida per la cura pastorale delle coppie divorziate e risposate. Accompagnare, discernere e integrare la fragilità: ecco i tre verbi chiave che costituiscono altrettanti orientamenti pastorali da seguire per trattare in modo appropriato le persone in situazione di fragilità e riconciliarle per quanto è possibile con Dio e la comunità ecclesiale. Accompagnare significa confidare nella grazia all’opera nella vita delle persone, tenere bene in vista l’ideale cristiano, ma avendo anche in mente il principio della gradualità, che non significa la “gradualità della legge” ma la gradualità dell’assimilazione dei suoi valori da parte dei soggetti che ne vivono la realizzazione concreta. L’arte di discernere le situazioni irregolari fa appello agli stessi principi, e a quelli della teologia morale che permettono di definire le situazioni e le loro cause, le circostanze attenuanti, i cambiamenti possibili secondo la coscienza morale delle persone, i casi di eccezione tenuto conto della distanza tra la norma generale e le situazioni particolari, e anche la possibilità di vivere soggettivamente in grazia in una situazione oggettiva di peccato. Ciò può aprire a ricevere l’aiuto dei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia «in certi casi», si dice in nota, da non generalizzare né banalizzare, ma da discernere con cura in una logica di misericordia pastorale. Si tratta in effetti di “eccezioni” che non significano un cambiamento della dottrina o della disciplina sacramentale, ma un’applicazione più differenziata e adattata alle circostanze concrete e al bene delle persone. Insisto per dire che ogni interpretazione allarmista che denuncia una discontinuità con la tradizione, ovvero lassista che saluta un accesso ai sacramenti finalmente consentito per i divorziati risposati, non è fedele al testo e all’intenzione del Sommo Pontefice. In breve, l’intero capitolo pone le basi per un nuovo dialogo pastorale che può confortare un gran numero di persone sofferenti e aiutarle nel cammino verso una migliore integrazione nella comunità e un più perfetto compimento della loro vocazione. Lo sguardo d’insieme del documento costituisce in qualche modo l’inquadramento generale di una proposta pastorale di cui occorre ora apprezzare il valore e le potenzialità. Il suo primo merito è forse quello di porre a confronto con audacia e realismo l’eredità biblica e le acquisizioni della tradizione ecclesiale con le correnti culturali contrarie e i limiti della pastorale corrente. In questa luce, il sacramento del matrimonio manifesta uno status b en più elevato che non si riduce né a «una convenzione sociale, un rito vuoto o il mero segno esterno di un impegno» ( Amoris laetitia , 72). È un “dono” che non è una “cosa” o una “forza”, bensì Cristo stesso che ama la sua Chiesa e «rende presente tale amore nella comunione degli sposi» ( ibidem , 73). Tutta la loro vita ne è santificata e fortificata mediante la grazia del sacramento che scaturisce dal mistero dell’Incarnazione e della Pasqua. Dal canto loro, gli sposi «sono chiamati a rispondere al dono di Dio con il loro impegno, la loro creatività, la loro resistenza e lotta quotidiana, ma potranno sempre invocare lo Spirito santo che ha consacrato la loro unione, perché la grazia ricevuta si manifesti nuovamente in ogni nuova situazione» ( ibidem , 74). Questa sintetica evocazione del sacramento da parte del Santo Padre è completata dal richiamo molto opportuno e pertinente di certe acquisizioni dell’insegnamento della Chiesa, in particolare «il legame intrinseco tra amore coniugale e generazione della vita» ( ibidem , 68) che il beato Paolo VI ha riaffermato nella sua enciclica Humanae vitae.

© Osservatore Romano - 9 novembre 2017

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