Rassegna stampa formazione e catechesi

Se manca la consistenza

albero della croce da cui spunta la vitaUno dei tratti diffusi che contrassegnano la cultura contemporanea è la mancanza di confini precisi entro i quali, d’altronde, possono acquisire consistenza e visibilità i dati del sapere. Si potrebbe, da questo profilo, parlare di una specie “liquidità del sapere”, intendendo per “liquidità” un ondeggiamento mentale, che impedisce di cogliere con sicurezza e di trattenere con chiarezza i contenuti della realtà. In una parola, che impedisce i concetti.
Indubbiamente, la realtà o, se si vuole, il vissuto per sua natura tracima i limiti entro i quali i concetti lo delimitano, lo circuiscono e lo propongono. E, tuttavia, è solo mediante i concetti che noi comprendiamo e distinguiamo il senso e il valore delle nostre esperienze. Se mancassero le frontiere del concetto e tutto si sciogliesse sconfinatamente, noi saremmo ridotti alla confusa mobilità delle emozioni particolari. Avverrebbe il prevalere della soggettività, dell’interesse singolo, nell’assenza di un oggettivo e universale criterio di giudizio. Una tale assenza, e un tale prevalere della soggettività nei confronti della realtà “esterna” e oggettiva, potrebbero, di primo acchito, sembrare un vantaggio e un valore, come esaltazione del soggetto; in realtà alla fine si rivelerebbero un boomerang, cioè si ritorcerebbero in un danno radicale per il soggetto stesso, posto in balìa delle impressioni. L’azione umana, in una simile situazione, verrebbe a mancare di una ragione illuminata e solida quale fondamento delle sue scelte; risulterebbe priva della giustificazione che motivi il perché di un comportamento. O meglio, il fondamento o la giustificazione fatalmente si ricondurrebbero a istintività o a opinione non sindacabili, ed è come dire all’arbitrio, allergico a qualsivoglia misurazione. Saremmo nella assolutizzazione del soggetto, divenuto radicalmente principio ingiudicabile di bene e di male, di valido e di invalido. Ma, a questo punto e con questo esito, la questione diviene necessariamente teologica. Criterio di bene e di male, di valido e di invalido, può essere soltanto Colui che sta al principio e dal quale tutto dipende e tutto trova la sua ragione, la sua distinzione e la sua denominazione. Certamente, l’uomo non è un ricettacolo passivo. Egli stesso è chiamato a denominare e a modulare le cose, ma secondo la “natura” che reperisce in esse, o secondo quel nome che esse hanno ricevuto da chi le ha create e “lib erate”. È questa natura, risalente ultimamente al Creatore, che istituisce i confini e quindi avvera e determina il valore degli esseri, e impedisce di rovesciarli e invertirli. Come si vede, una questione che sulle prime appare di portata logica, diviene antropologica e alla fine teologica. Tutto, così, si tiene e si articola mirabilmente, e siamo così invitati a riconoscere e a esaltare la sapiente presenza e la luminosa opera di Dio nel creato. Non che opprimere e confondere, l’interpretazione con “sensibilità divina” del mondo fa risaltare tutte le risorse oggettive e tutta la nobiltà delle cose, mentre, insieme, appare tutta la responsabilità dell’uomo che le riceve in dono e in fruizione, perché dal loro esodo tornino al loro principio — sull’exodus e sul reditus della realtà è architettata la Summa Theologiae di san Tommaso. Rifiutare la “liquidità” delle cose, significa, da un lato, riconoscere gli esseri come doni divini, a cui l’Essere supremo ha imposto un nome e conferito una inconfondibile dignità, e, dall’altro, avvertire nell’uomo la missione di attuarla e portarla a compimento. Ma anche risalta l’imp ortanza primaria dell’intelletto, chiamato a ritrovare l’intelligibilità, l’ordine, la luce delle cose, il loro essere riflesso del Verbo e perciò del Padre che le ha chiamate a vita. Quando si parla del senso religioso dell’universo, non si compie affatto un’opera di indebita sovrapposizione, se non addirittura di alterazione e compensazione. Al contrario, il suo intento è quello di averne l’intelligenza profonda, risalendone alla radice. Del resto, quando la cultura taglia questa radice, si trova esposta e destinata all’esaurimento e alla tentazione della reciproca invadenza, o della reciproca sopraffazione. Proprio la “liquidità” — a dispetto di quanto si può pensare —, sovvertendo ed estenuando le “essenze” o le nature, ossia aprendole e abrogandole sconsideratamente, erige i muri della separazione e fomenta le incomprensioni.

© Osservatore Romano - 11-12 aprile 2016


Sabato della XVIII settimana delle ferie del Tempo Ordinario

S. Domingo di Guzmán, sacerdote, fondatore O.P. (1170-1221)

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