Rassegna stampa formazione e catechesi

Schuster monaco e basta

Negli anni dell’episcopato milanese (1954-1963) di Giovanni Battista Montini circolava uno spiritoso calembour: i fedeli ambrosiani non sapevano mai a che ora andasse a dormire il loro arcivescovo (che notoriamente lavorava al tavolo sino a tardi), così come era stato difficile stabilire a che ora si alzasseIl monastero di Montecassino distrutto dai bombardamenti del 15 febbraio 1944

il suo predecessore (1929-1954), Ildefonso Schuster, tanto erano mattiniere, anzi antelucane, le sue levate.
L’impronta monastica fu decisiva per plasmare la personalità del pastore che rimase sempre «monaco e basta», secondo l’incisiva espressione di David Maria Turoldo, anche sulla cattedra di Ambrogio e Carlo. Il carteggio di Schuster con Ildefonso Rea, felicemente pubblicato dal benedettino di Montecassino Mariano Dell’Omo, ha il merito di sottolineare l’identità monastica di Schuster nel lungo confronto con un altro monaco di eccezione, noto ai più come il ricostruttore di Montecassino ma in realtà figura tutta da scoprire e approfondire (Ildefonso Schuster – Ildefonso Rea, Il carteggio (1929-1954). Tra ideale monastico e grande storia, a cura di Mariano Dell’Omo, Milano, Jaca Book, 2018, pagine 302, euro 30).

I due monaci si conoscevano dagli anni dieci ma il carteggio (191 messaggi, 102 di Schuster, 89 di Rea) si apre solo nel 1929, un anno cruciale per entrambi i corrispondenti: il 22 febbraio Rea, ciociaro di Arpino, appena trentatreenne, era stato promosso da Pio XI alla sede abbaziale di Cava dei Tirreni, mentre qualche mese dopo, il 26 giugno, il quasi cinquantenne Schuster fu nominato arcivescovo di Milano, quindi creato cardinale il 15 luglio e il 21 seguente consacrato vescovo dalle mani dello stesso papa Ratti nella Cappella Sistina. Per Rea erano giorni intensi, in cui si sentiva avvolto da «quel senso di mistero che mi confondeva, e che non riuscivo a spiegare» (Rea, 20 gennaio 1934). Ma la prima lettera di Schuster è scritta ancora da abate di San Paolo fuori le mura, il 5 giugno 1929, quando sul suo capo «da vario tempo rumoreggia il tuono, come quelle minacce primaverili di temporale, che poi si dissipano». Erano speranze infondate, anzi illusioni, come presto avrebbero dimostrato gli eventi, ma il nuovo arcivescovo ambrosiano deve essersi ripetuto, adattandolo a se stesso, quanto aveva scritto al confratello neo-abate della secolare abbazia campana: «Non gli uomini, ma solo Dio l’ha collocato costà. Ora Dio non fa mai le cose a metà, né smentisce se medesimo».

Le responsabilità erano naturalmente ben diverse ma identica appare nei due la dedizione all’incarico, non cercato ma non eluso né rifiutato. La vita di Rea «trascorre tra le faccende ed il coro, ma sempre con un timore di far poco, troppo poco, di non adempiere adeguatamente i miei doveri» (Rea, 4 novembre 1929). Anche Schuster si trovava «nel medesimo campo» di san Carlo «abitando le stesse camere, usando gli stessi arredi, faticando da mane a sera» (Schuster, 10 novembre 1929). Quasi per consolarsi e per avere sollievo ripensava allora con nostalgia alle «care giornate da lui trascorse più volte nella Badia, all’ombra della grotta dei santi Padri, in vista dell’azzurro mare di Amalfi. Ora la tempesta lo ha rapito e deve nuotare senza posa per non affondare nel mare infido. Non solo, per non affondare lui, ma per aiutare vari milioni d’anime che si aggrappano al proprio pastore per non essere sommerse. Qui è giuocoforza fare come san Carlo: o lavorare senza posa, o lasciarsi travolgere» (Schuster, 26 dicembre 1929).

Entrambi i corrispondenti vivevano dunque il paradosso e la fatica del monaco chiamato a una responsabilità pastorale (anche Rea doveva curare, oltre all’abbazia, le diocesi che allora spettavano agli abati cavensi prima e cassinesi poi). I problemi erano innumerevoli, sempre opprimenti, spesso angoscianti. Ma l’equilibrio monastico non faceva perdere loro la serenità: «faremo ciò che si potrà. Ed il resto? Pregare, pregare e confidare in Dio cui diligentibus, omnia cooperantur in bonum» (Schuster, 3 luglio 1931). Il passo di Paolo (Romani, 8, 28) torna più di una volta sotto la penna dell’arcivescovo di Milano, come continuo è l’appello alla preghiera, sua e dell’interlocutore, quale ancora di salvezza: «Sovrattutto nell’attuale momento della storia dell’umanità e della Chiesa, non c’è che lo scampo della preghiera. Qui nulla di nuovo: andiamo avanti con difficoltà quotidiane, ma senza lotte» (Schuster, 23 gennaio 1937). «Loro che sono nel tranquillo porto del chiostro, preghino per me e per la mia nave sbattuta in alto mare dalla tempesta! Sembra retorica, e la fede ci assicura che è una tremenda realtà! Sarei doppiamente infelice se, al pari di Giona, non lo capissi e ci dormissi su» (Schuster, 28 novembre 1937).

Il 21 novembre 1945 Rea divenne abate di Montecassino (lo rimarrà sino alla morte, il 23 settembre 1971). Dopo lo sciagurato bombardamento alleato del 15 febbraio 1944, l’abbazia era ridotta a un ammasso di rovine. Schuster, qualche giorno prima della nomina, confortò il suo confratello spaventato dal «grave incarico»: «Il carico affidatole è enorme, ma non si richiede che Ella faccia tutto. C’è chi pianta; poi viene un altro ed innaffia; succede un terzo e raccoglie!» (Schuster, 6 novembre 1945). Fra le macerie della guerra e le sfide della ricostruzione, Schuster incoraggiò ancora Rea con le parole di un santo monaco dell’abbazia romana di cui era stato abate per undici anni: «Il ven. Placido Riccardi mi ripeteva spesso: Fidatevi di Dio! Dico il medesimo a tutti loro. Dio saprà ben ricostruire al momento opportuno le rovine di Gerusalemme. Tutto sta che noi ci troviamo preparati ed idonei ad aiutarlo» (Schuster, 8 dicembre 1945). L’arcivescovo di Milano, pur consapevole di essere personalmente «giunto a compieta» (sarebbe morto il 30 agosto 1954), sapeva che la fine di un mondo non era la fine del mondo e guardava avanti, con speranza: «Oramai, una vecchia civiltà è trascorsa. Oggi il mondo vuole ed ammira virtù evangeliche; egli non intenderà più papa Leone x e magari neppure Innocenzo III. Intenderà invece don Guanella e don Orione coi suoi monaci ciechi ed eremiti a Sant’Alberto di Butrio» (Schuster, 21 gennaio 1946).

Documento storico e spirituale straordinario, il carteggio Rea-Schuster, eccellentemente curato da don Dell’Omo, mostra due monaci divenuti pastori, mai però dimentichi dell’unum necessarium. Il 25 novembre 1938 Schuster scrisse a Rea: «I tempi corrono difficili; però: Quis est qui vobis noceat, si boni aemulatores fueritis? (1 Pietro, 3, 13). Un’unica cosa dobbiamo veramente temere: quella di preporre qualche altra cosa umana all’amore di Cristo». Mai probabilmente i due monaci-pastori furono così unanimi nella stessa certezza.

di Paolo Vian

© Osservatore Romano - 6 dicembre 2018


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