italia melaL'Italia «ha bisogno della santità laicale in ogni settore della sua molteplice realtà: nell’educazione, nella famiglia, nella comunicazione sociale, nell’economia, nello sport, nel mondo del lavoro, nella politica». E per affermare che è un progetto possibile, la Chiesa beatifica una giovane donna spezzina, Itala Mela, capace di vivere questa missione. È dunque la sua beatificazione, avvenuta sabato mattina, 10 giugno, proprio a La Spezia — dove è nata nel 1904 e morta nel 1957 — un forte messaggio di speranza per tutto il paese.
A nome del Papa, il rito è stato presieduto dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi. «Maria della Trinità era il nome della beata Itala Mela come oblata benedettina ma anche il logo della sua santità» ha subito affermato il porporato nell’omelia. Facendo presente che «l’inabitazione trinitaria era per lei il centro e il fondamento della sua esistenza e della sua missione: dopo il passaggio dal tenace ateismo adolescenziale a un abbandono incondizionato e perseverante a Dio, Itala affrontò l’ascesa al monte della santità, superando ogni ostacolo psicologico e spirituale». La svolta, ha ricordato, «avvenne all’Immacolata del 1922 con la confessione generale e la comunione, anche se in lei permanevano dubbi e oscurità». Nell’aprile del 1923 «il suo approdo al porto della fede era compiuto: Itala era consapevole che non si trattava di un evento fortuito e passeggero, ma di una consacrazione totale alla chiamata di Dio». Tanto che il suo proposito fu «Signore, ti seguirò anche nelle tenebre, a costo di morire». Inizia così «un’esistenza di intensa vita spirituale, scandita dalla messa quotidiana e dalla confessione settimanale». E «leggendo il suo fitto orario quotidiano come insegnante, si nota che al tempo dato alla preghiera e allo studio, ella aggiungeva anche quello consacrato, in tram, alla lettura spirituale, tre quarti d’ora al mattino e mezz’ora nel primo pomeriggio». Secondo il cardinale Amato, «nell’esistenza della beata Itala Mela possiamo distinguere tre fasi». La prima «riguarda la sua vita di giovane spensierata, per niente interessata alle cose di chiesa». Il suo era un «atteggiamento di indifferenza, di freddezza e anche di disprezzo delle cose di chiesa, appreso soprattutto dal padre ateo convinto». Ma «il Signore era alla porta del suo cuore, bussava e stava in attesa» ha proseguito, e «così nella seconda fase della sua vita la beata sembra incamminarsi per un lungo pellegrinaggio verso il monte di Dio». Iscritta alla facoltà di lettere dell’università di Genova, «avverte sempre più viva la presenza della grazia e inizia così un cammino di ritorno alla fede: abbandona l’aridità del deserto ed entra nel territorio sacro della vita con Dio». «Ospitata nella pensione delle suore di Nostra Signora della Purificazione — ha fatto presente il porporato — di fronte agli inviti delle religiose a partecipare alla comunione generale per la festa dell’Immacolata del 1922, Itala dapprima avverte un senso di ribellione e quasi di ripulsa». E «poi, per accontentare le buone suore e soprattutto per un certo desiderio di curiosità, si confessa nella Chiesa dei cappuccini: è un imprevisto appuntamento con la grazia che comincia a fare breccia nella sua anima». Per Itala «è un periodo di dubbi e di travaglio interiore, che dura qualche mese». Ma «lo Spirito Santo la sta strappando a poco a poco all’indifferenza, infondendole un sentimento di serenità nella ragionevolezza della fede». «La terza fase — ha spiegato il cardinale Amato — celebra il ritorno convinto di Itala alla realtà del suo battesimo, sperimentando prove mistiche e dialoghi d’amore con Gesù. Ritrovata la fede, vi rimase saldamente attaccata come il ferro alla calamita. In tal modo, lo Spirito Santo restituiva alla società e alla Chiesa una giovane profondamente convertita non solo alla vita cristiana ma soprattutto alla santità». Dopo aver cercato di entrare in un monastero benedettino in Belgio, «per ragioni di salute dovette rinunciare a questo proposito, ma non alla ferma volontà di salire in alto prima sul Tabor della trasfigurazione e poi sul Calvario della crocifissione». Ma «anche vivendo nel mondo si sentiva attratta alla vita religiosa: a ventinove anni fece professione come oblata del monastero di San Paolo a Roma» con il nome di Maria della Trinità. Con questo nome, ha detto il porporato, «intendeva donarsi totalmente a Dio carità senza fine». E così, oltre ai «voti classici di povertà, castità e obbedienza», fece «anche quelli di vita eremitica e di totale abbandono alla divina providenza». In una parola, «Itala non voleva più appartenersi, voleva essere tutta di Dio, come figlia obbediente del Padre, discepola fedele di Cristo, tabernacolo puro dello Spirito Santo». «L’intensa carità trinitaria — ha proseguito il cardinale Amato — la riversava sul prossimo bisognoso con delicatezza, dolcezza e concretezza». Oltre alla preghiera e al consiglio «Itala, nonostante le sue non floride condizioni economiche, era generosa nella beneficenza, aiutando gli indigenti con collette in denaro, offerte di vestiti e di cibo, aiuto nella soluzione dei tanti problemi della vita quotidiana. E tutto ciò nonostante le difficoltà di una salute cagionevole, che la portò prematuramente alla morte». Proprio con la sua testimonianza, ha insistito il porporato, «la beata Itala Mela ci lancia un appello: la chiamata universale alla santità vale anche per i fedeli laici, che, se vivono con autenticità il loro battesimo, possono diventare i protagonisti della nuova evangelizzazione». E «nella nuova beata la Chiesa lascia un messaggio di fiducia nella possibilità del laicato non solo di vivere in pieno la santità cristiana, ma anche di essere artefice e protagonista del rinnovamento culturale e spirituale della società: il mondo ha bisogno di laici santi che fecondano la società con i frutti preziosi della bontà, della fraternità e della carità».

© Osservatore Romano - 11 giugno 2017

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