Rassegna stampa formazione e catechesi

San Francesco e la sinodalità

san Francesco cappellina del transitoP. Pietro Messa, ofm

La più antica fonte che menziona i frati minori è una lettera dell'autunno 1216 in cui Giacomo da Vitry riferendosi alla Valle spoletana scrive: “Ho trovato però in quelle regioni una sola consolazione: molte persone, d’ambo i sessi, ricchi e laici, lasciata ogni cosa per Cristo, fuggivano il mondo.
Si chiamavano frati minori e sorelle minori e sono tenuti in grande considerazione dal signor papa e dai cardinali”. Tra altre cose stupisce che è menzionata la fraternità minoritica ma non Francesco d'Assisi, quasi che quest'ultimo fosse più fratello che leader!
Un secolo dopo, ossia nel 1318, con materiale preesistente tra cui la testimonianza di frate Leone - uno dei compagni dell'Assisiate - è scritto lo Specchio di perfezione. Tra i frati Minori vi è grande conflittualità: basti ricordare che giusto l'anno precedente a Marsiglia quattro frati furono bruciati dal rogo fatto dai loro confratelli che li giudicavano eretici a causa del loro attaccamento alla povertà.  
Considerando tale situazione risulta altamente significativo quanto scrive la suddetta fonte riguardo alla fraternità minoritica: in termini attuali si potrebbe additare come un esempio di stile sinodale in cui si vive l'unità nella differenza.

"Il padre beatissimo san Francesco, immedesimato in certo modo nei suoi fratelli santi per l’ardente amore e il fervido zelo che aveva per la loro perfezione, spesso pensava tra sé quelle qualità e virtù di cui doveva essere ornato un buon frate minore. E diceva che sarebbe buon frate minore colui che riunisse in sé la vita e le attitudini dei seguenti santi frati: la fede di frate Bernardo, che la ebbe in modo perfettissimo insieme con l’amore della povertà; la semplicità e la purità di frate Leone, che rifulse veramente di santissima purità; la cortesia di frate Angelo, che fu il primo cavaliere entrato nell’Ordine e fu adorno di ogni cortesia e benignità; l’aspetto attraente e il buon senso di frate Masseo, con il suo parlare bello e devoto; la mente elevata nella contemplazione che frate Egidio ebbe fino alla più alta perfezione; la virtuosa incessante orazione di frate Rufino, che pregava ininterrottamente e, anche dormendo e in qualsiasi occupazione, aveva lo spirito unito al Signore; la pazienza di frate Ginepro, che giunse a uno stato di pazienza perfetto per la perfetta coscienza della propria pochezza, che sempre aveva davanti agli occhi, e per l’ardente desiderio di imitare Cristo seguendo la via della croce; la robustezza fisica e spirituale di frate Giovanni delle Lodi, che a quel tempo sorpassò per vigoria tutti gli uomini; la carità di frate Ruggero, di cui tutta la vita e il comportamento erano ardenti di amore; la santa inquietudine di frate Lucido che, sempre all’erta, quasi non voleva dimorare in un luogo più di un mese ma, quando vi si stava affezionando, subito se ne allontanava dicendo: Non abbiamo dimora stabile quaggiù, ma in cielo" (Fonti Francescane, n. 1782).  

Per un approfondimento cfr. https://www.ilcattolico.it/rassegna-stampa-cattolica/formazione-e-catechesi/il-vescovo-eugenio-corecco-e-la-sinodalita.html