B. FAES Bonaventura davantiA cura di P. Pietro Messa, ofm

A Bagnoregio quando Bonaventura nacque ottocento anni fa (1217-2017) nessuno immaginava che a distanza di secoli lui con
san Tommaso d'Aquino avrebbero dato inizio alla serie di statue che ornano il Colonnato del Bernini. Posti rispettivamente a destra e a sinistra della Basilica di San Pietro, quali santi più vicini alla facciata, evidenziano il loro ruolo quali dottori della Chiesa.
In occasione di tale Centenario per la festa liturgica del Santo dottore serafico sono programmate varie iniziative particolarmente nella sua città natale (cfr.http://www.aisscaweb.it/wp-content/uploads/2017/07/bonaventura.pdf) e in tale circostanza è bene leggere quanto suor Chiara Alba Mastrolilli – clarissa del Monastero di Lovere – ha scritto circa l’importanza dell’insegnamento bonaventuriano per il nostro tempo. 
Nel 2017 si celebra l’800° anniversario della nascita di San Bonaventura e – come per altre celebrazioni simili – ciò diviene occasione di riflessioni, incontri e pubblicazioni sul pensiero del Dottore serafico. […] Il centenario è un invito per tutti a confrontarsi con uno dei più grandi maestri di vita spirituale, un credente che ha vissuto la propria fede come frate minore, uomo di governo, teologo e santo. In particolare per i francescani e le francescane di oggi, laici e consacrati, per gli studiosi di filosofia e teologia e per quanti si occupano di storia medievale, l’incontro più approfondito con Bonaventura potrà essere fonte di nuova luce nella ammirata contemplazione delle opere di Dio, riflesse nella creazione e dell’amore rivelato nel Figlio Gesù Cristo, nella sua vita e nella sua parola.
Dal punto di vista storico, nella grande famiglia francescana molti si sono nutriti della dottrina di Bonaventura, anche perché alcuni dei suoi testi erano diffusi più largamente degli scritti degli stessi santi Francesco e Chiara. Così abbiamo il caso di numerose clarisse che hanno letto o ascoltato testi bonaventuriani e – non avendo quasi nessun accesso agli scritti originali di Francesco e Chiara – poterono vivere e trasmettere elementi importanti del carisma francescano. Per le clarisse, la cui cura spirituale nei secoli era spesso stata affidata a religiosi non francescani, la fonte bonaventuriana è stata una sorgente viva e costante. Anche quante non possedevano una cultura filosofica poterono intuire e gustare la consonanza profonda tra la propria esperienza spirituale e le pagine del Dottore serafico.
Infatti, esiste una grande sintonia tra l’esperienza spirituale e mistica, come si può cogliere negli scritti di S. Chiara e delle sue sorelle nel corso dei secoli, e l‘esperienza e la dottrina di Bonaventura: lo stesso centro e mediatore universale, Gesù crocifisso, unifica fortemente i percorsi spirituali, una medesima chiarezza e limpidezza su quale sia la vera sapienza cristiana e sui percorsi esistenziali da scegliere, fa loro trovare ed usare termini ed espressioni uguali o molto simili. Tra le molte prospettive con cui può essere studiata la grande eredità bonaventuriana, accenniamo solo ad alcuni aspetti che sembrano rispondere in modo più diretto alla sete di verità e alla ricerca di armonia del nostro tempo.
Percorrendo, con Bonaventura, l’itinerario verso la sapienza cristiana, si delinea un itinerario spirituale in diversi gradi descritti con immagini offerte dalle opere della creazione: non soltanto non si trova opposizione tra aspetti razionali e di fede, ma è possibile vedere la profonda unità di ragione e fede. Messe da parte le rappresentazioni che vorrebbero presentare Bonaventura come un arido scolastico oppure come un mistico che arriva quasi a rinnegare la ragione, nella sua figura è possibile incontrare invece un francescano e un santo che ha vissuto per primo quanto dice, e comunica ancora, a chi vuole ascoltare, la gioia del pellegrinaggio alla sequela dell’unico Maestro e Signore, Gesù Cristo. La vita di fede conduce all’armonia dello spirito, il pensiero dei maestri medievali è orientato verso Dio e l’uomo si sente sempre pellegrino, è in cammino e non ha paura di affrontare difficoltà e ostacoli pur di procedere verso la sua meta. È come se la fede cristiana, che interessa ogni aspetto della vita conferendo un senso di unità e una speranza, divenisse luce che attrae verso l’alto, e immagini di luce sono comuni anche a poeti, come Dante Alighieri, a filosofi e a teologi. Per esempio, esiste una affinità profonda tra il percorso dell’anima descritto nell’Itinerarium mentis in Deum (1259) di Bonaventura e il cammino della Divina Commedia. Una stessa intuizione, la contemplazione gioiosa della bellezza e dell’ordine universale del creato – nell’armonia della varietà e nell’unità profonda – è comune a molti pensatori medievali, nei quali vive ancora il retaggio dello spirito di Sant’Agostino. L’idea di ordinamento perfetto, che è costante filigrana di opere come l’Itinerarium, le Collationes in Hexaëmeron, la Divina Commedia, potrebbe suonare per noi come qualcosa di freddo ed estrinseco, richiamarci a gerarchie e classificazioni che ingabbiano la realtà.
Ma questo ordine è da leggere piuttosto come armonia, un insieme di suoni in cui tutto coopera ad ottenere un bel suono e ha una finalità precisa. L’armonia cosmica esisteva già in origine, alla creazione del mondo visibile e invisibile, e ci sarà nuovamente alla fine dei tempi, nella ricapitolazione di tutte le cose in Cristo. Per Bonaventura, come per i medievali, è sapiente chi si rende sempre più consapevole di essere all’interno di un piano universale e, anzi, cerca con tutte le forze segni e simboli adatti a divenirgli guida nel cammino. L’ordine non proviene dall’uomo, non è una rete gettata sul mondo per conquistarlo e gestirlo, ritroviamo piuttosto un sempre rinnovato invito della sapienza (anche personificata) a seguirla, ad iscriversi alla sua impegnativa scuola. L’itinerario dell’uomo, sia quello proposto con linguaggio filosofico-teologico da Bonaventura, sia quello descritto da Dante o da Agostino, appare a noi carico di simboli da decifrare. Ma il mistero dell’incarnazione è la luce unica e rifratta in mille raggi che è all’origine del disegno divino e che ne sarà l’ultimo compimento: nell’opera creativa c’è un  abbassamento del Dio che si dona e si lascia dire in molti modi, nella parola rivelata ascoltiamo poi, in lingue povere, risuonare la verità indicibile, nell’uomo stesso ogni componente (memoria, intelletto, volontà) rimanda al mistero trinitario e invoca il Salvatore. Non si rifiuta mai nulla del reale esistente – in quanto potrebbe venir accusato di essere troppo terreno, umile, povero – ma, al contrario, si contempla ogni cosa con sguardo riconciliatore, poiché Gesù Cristo ha assunto tutta la natura e tutto per noi può essere segno del suo mistero. E, come nell’Itinerarium, siamo invitati anche noi a percorrere un cammino reale, è un invito alla conversione e a quell’operazione che Bonaventura chiama anche “rettificazione”, raddrizzare il nostro volere, rivolgere l’anima verso Dio con speranza e gratitudine, decidersi per il cambiamento della vita. In effetti, spesso, non si considera che le grandi opere filosofico-teologiche del medioevo non sono state scritte semplicemente come manuali scolastici ma hanno un intento che noi chiameremmo “pastorale”, vogliono essere un’esortazione ardente a rivedere la propria esistenza alla luce del Vangelo. Il cammino va dunque raddrizzato, indirizzato al suo vero fine, ma la forza che fa muovere, che permette di andare avanti, è la forza del desiderio.
Anche se, con Bonaventura, ripercorriamo l’intero mondo creato e contempliamo i principali misteri della fede, il suo intento non è però quello di descrivere la realtà o di farne una “Summa” per possedere con la mente il tutto, ma è – al contrario – quello di guidare l’intelligenza al suo vero Bene, sua unica gioia e realizzazione: l’accoglienza piena del Signore Gesù, Verbo della vita. Il metodo usato è molto interessante e – per certi aspetti – attualissimo; infatti non si tratta di superare una tappa lasciandosela alle spalle per procedere oltre, in quanto in ogni passo fatto anche ciò che sta prima è salvato e vive. C’è qualcosa di “organico”, di simile allo stile dei viventi, in questa capacità di recuperare ogni aspetto, da quello fisico dei sensi a quello della ragione e dell’immaginazione, alla logica e alla metafisica. Il desiderio, orientato a Dio, diventa affectus, affetto o amore, perché è chiaro, per Bonaventura, che solo con l’amore si può rispondere all’amore di Dio rivelato in Gesù. Ecco perché ogni scienza è ricondotta alla teologia, come egli vuole mostrare nella sua opera sintetica De reductione artium ad theologiam (1257). Il vero sapiente, quindi, è un fedele che decide di indirizzare bene la forza dei desideri orientandosi con una volontà ferma e con la sincera invocazione a Dio, che lo chiama. La dimensione comunitaria, ecclesiale, anche quando non è richiamata esplicitamente, rimane sullo sfondo a ricordare che – ancora come nell’Itinerarium – si tratta di un esodo, cioè di un cammino di liberazione fatto con altri. L’importanza data al desiderio richiama subito la spiritualità di Francesco d’Assisi, che – nella Regola bollata, al capitolo 10, nel contesto della ammonizione e correzione dei frati – invita a fare attenzione che ciò che sopra ogni cosa devono desiderare di avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione. Per Francesco il cammino di conversione evangelica nasce dal desiderio. Nella spiritualità francescana resta forte l’orientamento a seguire il proprio desiderio buono, la voce della volontà va dunque ascoltata ed assecondata. Piuttosto che la paura – spesso si ha paura della forza dei desideri nella vita spirituale – prevale la fiducia, perché è chiaro che il Bene maggiore attrae di più, con maggior forza ed è in grado di correggere e di guidare, di ispirare e di accompagnare nel cammino. Questo è uno degli aspetti in cui possiamo meglio
vedere la parentela spirituale del francescanesimo con il pensiero di sant’Agostino; per il grande dottore della Chiesa l’amore è forza che muove, il cuore che ama non sa star fermo.
Anche quando Bonaventura vuole presentare in breve l’importanza centrale della sacra Scrittura, nel Breviloquium (1257), indica il punto chiave, il frutto della sua ricerca, proprio come “desiderio”. I desideri dei santi tendono all’amore della Trinità, a gustare infine il compimento di ogni realtà vera e
buona. É come una premessa, essenziale per il cammino seguente: si comincia con il desiderare e intendere il fine della S. Scrittura, cioè l’unione gioiosa a Dio nella vita che non ha fine, e poi viene l’esplorazione delle diverse dimensioni della Scrittura, nella sua ampiezza, lunghezza, altezza e profondità. Tutta la teologia di Bonaventura è stata letta come maturazione e sviluppo del desiderio e dell’amore verso Dio, e la teologia sarà tanto migliore quanto più vicina alla sacra Scrittura. Quando,
nella sua opera Gloria. Una estetica teologica, Hans Urs von Balthasar si sofferma sul pensiero di Bonaventura, osserva che egli, considerando il cammino dell’anima verso Dio in testi come le Collationes in Hexaëmeron (1273), non si rivolge tanto a quanti iniziano il cammino della fede e neanche a quanti sono ormai nei gradi più alti dell’esperienza mistica, ma parla a chi vive in una “zona intermedia” nella quale – oltre la fede – sono già attivi i sensi spirituali, e chiama questa condizione “contemplazione sapienziale”.
L’oggetto della contemplazione sapienziale è il Logos, il Cristo mediatore che si manifesta come Verbo increato, incarnato e ispirato. Il cristocentrismo bonaventuriano si declina in vari modi nelle diverse discipline rivelandosi come sintesi ermeneutica definitiva e insuperabile. Le applicazioni del principio cristologico si servono anche di procedimenti filosofici e di sillogismi secondo la metodologia scolastica, come pure di citazioni bibliche di supporto che a noi possono a volte suonare forzate o non conformi all’esegesi moderna. Volendo però superare questi ostacoli ed entrare nei testi si scoprono moltissime immagini, sia originali sia in continuità con le opere dei Padri antichi, le quali esprimono una sovrabbondanza non intimidita dalla struttura. Queste espressioni non appartengono al passato di una scrittura “di scuola” o d’occasione, anzi possono essere considerate come testi spirituali nei quali il linguaggio della ragione e quello della fede sono in armonia completa. In questo senso non stanno alle nostre spalle ma ci stanno di fronte, come un modello ed un invito per il futuro. Oggi, per certi versi, si assiste alla rinascita della tensione verso un’esperienza personale dell’amore di Dio, offerta a tutti in Gesù per azione dello Spirito santificatore. Anche per questo motivo la dottrina di Bonaventura è in realtà molto vicina e può diventare una risposta e una via praticabile per la vita cristiana, trasfigurata ed arricchita di bellezza e grazia. Una immagine ricorre tra le moltissime scelte dal Dottore serafico per esemplificare il suo pensiero, quella di un giardino in cui ogni sentiero conduce all’albero della croce gloriosa, ogni elemento: fiore, albero, fonte, pietra... è simbolo che rimanda a Dio, e noi ci sentiamo nuovamente invitati ad entrare nel giardino e a percorrere con meraviglia e gioia questi sentieri di pace.
Da: Chiara Alba Mastrorilli, L’ottavo centenario della nascita di San Bonaventura. Esperienza e sapienza cristiana per il nostro tempo, in  Comunione e comunicazione. Quaderni dell’Ufficio “Pro monialibus”, 51 (giugno 2017), pp. 38-44.

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