Rassegna stampa formazione e catechesi

Ripensare il corpo

Una riflessione sul mistero dell'Incarnazione

L’Incarnazione, che, insieme alla Trinità, costituisce il mistero centrale della fede cristiana, richiede al credente di assumere con la massima serietà la riflessione sul corpo proprio ed altrui, nella sua concretezza irriducibile a pure speculazioni e, di conseguenza, ci si vuole qui soffermare brevemente su tre ambiti privilegiati nei quali tale riflessione è ineludibile se non si intende cadere in teorizzazioni astratte. 

Pieter Paul Rubens «Adorazione dei pastori» (1608, particolare)

 

Il primo ambito che si vuole prendere in considerazione è quello della differenza sessuale che oggi è oggetto di particolare interesse, ma che spesso è letta in un’ottica riduttiva ed unilaterale che la priva del suo spessore reale.
L’attenzione, infatti, è sovente portata sulla sola dimensione psicologica o su quella socio-culturale e, nel primo caso, è posto al centro il soggettivo orientamento sessuale e la costruzione di un’identità che si ritiene condizionata solo da quest’ultimo, indipendentemente dalla corporeità di un uomo o di una donna.
Nella seconda opzione, invece, per la strutturazione dell’identità sessuale sono visti come determinanti soltanto i condizionamenti socio-culturali che producono stereotipi ed impongono modelli di comportamento, il rifiuto dei quali può indurre allo scivolamento nelle varie ideologie del gender, fino all’esito estremo delle teorie queer.
Il corpo concreto, maschile o femminile, è privato di significato propriamente umano, creando un’incolmabile frattura dualistica tra un “sé” smaterializzato ed una carne che non è altro che materia bruta, incapace di produrre alcun senso.
A tutto ciò si contrappone una visione unitaria ed integrata che coglie la differenza sessuale nel suo attraversare l’intero soggetto, spirito, psiche e corpo nella loro inscindibilità multidimensionale, per la quale la differenza, pur non riducibile alla sola corporeità, è in essa radicata, rendendola imprescindibile per qualsiasi riflessione sull’umano differire.
Da qui si aprono piste di ricerca capaci di valorizzare il contenuto del messaggio biblico (Genesi. 1, 27) che ci parla di un essere umano che è immagine di Dio non nonostante la differenza sessuale, ma proprio in essa, nel suo significato originario per il quale l’uomo e la donna sono fin da principio gli interlocutori di Dio, in quanto maschio e femmina.
Il secondo tema che non può essere affrontato prescindendo dal corpo, o meglio e più concretamente dai corpi, è quello dell’immigrazione e della connessa tratta di esseri umani, riguardo al quale quotidianamente i media forniscono informazioni e letture delle quali, però, si vuol denunciare il carattere frequentemente riduttivo e fuorviante.
Le notizie sull’immigrazione e sulla tratta, infatti, sono date nell’ambito delle questioni economiche e politiche, evidenziando gli aspetti che toccano prevalentemente i paesi di arrivo ed i problemi dei loro abitanti. Scarsa attenzione è dedicata agli immigranti come essere umani con un corpo ucciso, torturato o stuprato ed è significativo che il loro numero sia indicato nei termini generici di decine o centinaia, come se un corpo in più od in meno fosse, alla fine, irrilevante.
I limiti di questo modo di proporre la problematica sono di due tipi diversi e si collocano su piani distinti, poiché il primo è di natura conoscitiva ed evidenzia una considerazione astratta e distante dall’oggetto di cui si vuole parlare, rimanendo al livello di pure teorizzazioni.
Il secondo limite, invece, è ben più grave e significativo ed evidenzia la mancanza di attenzione alla concreta e singolare umanità di ogni soggetto, incarnato nella sua imprescindibile corporeità.
Siamo qui agli antipodi di quello che si può trovare nel Vangelo di Matteo riguardo al giudizio finale (Matteo. 25, 33-46), nel quale ogni singolo essere umano nella sua piccolezza e nella sua povertà di vario genere è posto al centro dell’attenzione e ciascuno di essi conta nella sua unicità ed irripetibilità, radicata nel corpo sofferente.
Il terzo ambito di riflessione ci porta direttamente al cuore della fede cristiana che, con il Credo che tutti i credenti proclamano, professa la “risurrezione dei morti” e la “vita eterna”, ovvero realtà delle quali sovente, per la ripetizione mnemonica, si smarrisce tutta la pregnanza.
Ovviamente, la tradizione conosce anche la consolidata affermazione dell’”immortalità dell’anima”, ma essa, inserita nel contesto di una fede fondata sull’incarnazione di Dio, è ben lontana dal dualismo platonico che vede nel corpo un peso assolutamente negativo, dal quale è necessario liberarsi per accedere alla beatitudine eterna.
Le due espressioni, “risurrezione dei corpi” e “vita eterna” devono essere assunte congiuntamente per svelare il loro più profondo significato.
Da una parte, infatti, la “risurrezione dei corpi” attesta che non una parte di me, ma “io”, nella mia più profonda unitarietà, seppure radicalmente trasformata, sarò al cospetto di Dio, con quel corpo che è dimensione imprescindibile dell’umana soggettività.
D’altra parte, poi, la “vita eterna” sottolinea che solo in questa visione integrale l’al di là può configurarsi come vita in pienezza e non come uno sradicamento a cui manchi qualcosa di quello che costituisce la vita che l’incontro con Dio porterà a compimento e non a deprivazione.
Nonostante tutto questo, è innegabile che anche nel cristianesimo si possono trovare antiche, ma che contemporanee, svalutazioni del corpo, ma si tratta di derive estranee all’originario messaggio evangelico di un Dio che, incarnandosi, è venuto a redimere tutto l’essere umano, con quel corpo che ha voluto assumere, rivelandone il valore e l’incomparabile dignità.
Se da queste ultime considerazioni relative alle realtà ultime si riporta lo sguardo alla vita umana in questo mondo, si deve, infine, evidenziare che il corpo è imprescindibile per manifestare al prossimo quell’amore che l’essere umano riceve da Dio (Deus caritas est) e che deve, a sua volta, donare agli altri, concretamente visti come esistenti spirituali e corporei che attendono, attraverso di noi, la rivelazione dell’amore divino.

di Giorgia Salatiello

 

© Osservatore Romano -11-12 febbraio 2019

 

 

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