Rassegna stampa formazione e catechesi

Riconoscere differenze inconciliabili e profonde è rispetto e presupposto per il dialogo

dialogo ebraico cristiano ratzingerUn'ulteriore pietra miliare e indicazione fondamentale per il rispetto reciproco e il dialogo in generale e non solo tra Ebrei e Cristiani o interreligioso, e non solo, è il testo di Arie Folger, rabbino capo di Vienna, pubblicato da L'Osservatore Romano il 19 aprile 2019.  Uno scritto da meditare, assimilare e approfondire.
Benedetto XVI in dialogo col rabbino di Vienna - Un incredibile viaggio
Pubblichiamo un estratto della prefazione scritta dal rabbino capo di Vienna al libro «Ebrei e Cristiani» che raccoglie il suo dialogo con Benedetto XVI (Editrice San Paolo, Cinisello Balsamo, 2019, pagine 144, euro 15).


di ARIE FOLGER


Poco prima della riunione semestrale del Comitato permanente della Conferenza dei Rabbini d’Europa, il rabbino capo Pinchas Goldschmidt presidente della Conferenza mi chiese se ero disposto a guidare una Commissione che, in occasione del 50° anniversario del concilio Vaticano II, doveva preparare una risposta a Nostra aetate n. 4. Allora non avevo la minima idea che — a seguito del documento che allora non esisteva ancora, io avrei avuto un pubblico confronto scritto prima contro, quindi con il Papa emerito — avrei incontrato di persona il Papa in carica e avrei conosciuto di persona il Papa emerito. Inoltre era quanto meno inverosimile che sarebbe intercorsa tra di noi una corrispondenza che avrebbe suscitato un interesse internazionale e la mia umile persona sarebbe stata citata nelle riviste cattoliche di teologia.
Ed invece è successo proprio questo. L’interesse per questo confronto è grande e questo dimostra che nel XXI secolo gli uomini non solo mostrano interesse al dialogo interreligioso ma s’interessano anche di teologia.
Sulla base delle numerose conferenze stampa in diverse lingue possiamo dire che il documento dei rabbini Tra Gerusalemme e Romaè stato un pieno successo che entrerà negli annali della storia. È il primo documento di questo genere da parte degli ebrei ortodossi, sottoscritto non da singoli rabbini ad personam, bensì da organizzazioni internazionali di rilievo: la Conferenza dei Rabbini d’Europa (Cer), il Consiglio Rabbinico d’America (Rca) e il Gran Rabbinato dello Stato d’Israele.
Altrettanto grande è stato l’interesse alla nostra reciproca corrispondenza che ha avuto origine con la pubblicazione dello scritto di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI, Grazia e chiamata senza pentimento. In quello scritto che viene ripresentato in questo volume il Papa emerito cerca di gettar luce su quello che, dal mio punto di vista di osservatore esterno, può essere definito il campo di tensione tra fedeltà alla propria tradizione, in particolare alla via cattolica alla salvezza da una parte e dall’altra l’apertura al significato dell’irrevocabile e duratura alleanza di Dio con il popolo d’Israele.
Quando lessi questo scritto mi accorsi subito che era una replica a un passo del testo della Commissione per i Rapporti religiosi con l’Ebraismo. Nel testo dal titolo Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili la commissione sosteneva la tesi che gli ebrei hanno parte nella salvezza di Dio e definiva questa tesi «un mistero divino insondabile». La definizione di mistero permetteva alla commissione di evitare di spiegare come è possibile dal punto di vista cristiano che gli ebrei, nonostante restino tenacemente attaccati alla loro via di salvezza e non accettino la via cristiana, hanno parte alla salvezza di Dio. In Tra Gerusalemme e Roma noi parliamo di differenze inconciliabili e profonde, soprattutto per quel che riguarda l’identità del Messia e la dottrina trinitaria.
È ben comprensibile, d’altronde, che molti cattolici considerino insufficiente questa dichiarazione. Per questo nella mia critica a Benedetto ho mostrato comprensione per questo punto. Noi ebrei ortodossi siamo tenacemente attaccati alla legge della nostra religione e quando la legge lega le nostre mani nel dialogo interreligioso e ci proibisce qualche cosa ci sottomettiamo alla volontà di Dio e accettiamo i limiti con i quali dobbiamo condurre questo dialogo. In questo caso noi ci aspettiamo dai partner del nostro dialogo interreligioso che essi mostrino comprensione e rispettino al riguardo i nostri limiti. Noi vogliamo solo discutere guardandoci negli occhi. Per questo, a mia volta, non posso esimermi dal concedere la stessa libertà alla Chiesa cattolica.
Io comprendo che per la Chiesa non è una sfida da poco restare ortodossamente fedele alla propria tradizione e nello stesso tempo mostrare questa grande apertura nei confronti del popolo ebraico. In questo, però, dovrebbe essere a priori chiaro che il modo in cui Benedetto come teologo cattolico conservatore affronta questo campo di tensione è tipicamente cattolico e non sarà sempre kosher (accettabile da un punto di vista ebraico). Benedetto è il massimo rappresentante emerito della Chiesa e non un esponente ebreo.
Nel suo scritto Benedetto suggerisce molto chiaramente che, secondo la sua concezione, vi è una sola via di salvezza. Questo ha dato fastidio a molti teologi liberali sia ebrei che cattolici. Io però, come detto, non me la sento di prendermela con lui per questo. In fondo anche noi ebrei crediamo in un’unica via di salvezza, che è proprio in contraddizione con la via di salvezza cristiana. Che, nonostante questo però, troviamo delle strade per rafforzare e fondare teologicamente la nostra reciproca fraternità mostra quanto si siano sviluppate bene negli ultimi decenni le relazioni cristiano-ebraiche. Ognuna delle due confessioni trova ciascuna a suo modo l’argomentazione per consolidare questa fraternità e creare spazio per l’altra. L’ebraismo, come noto, è una religione non missionaria. Secondo la nostra concezione l’umanità non deve diventare necessariamente ebrea per giungere alla salvezza dell’anima. È sufficiente riconoscersi nell’alleanza con Noè e a essa attenersi. Solo gli ebrei sono obbligati ad attenersi puntualmente alla legge della Torah. In questo modo creiamo lo spazio per tanti che la pensano diversamente. E, al riguardo, in Tra Gerusalemme e Roma affermiamo: «I cristiani mantengono uno status speciale perché adorano il Creatore del cielo e della terra, che ha liberato il popolo di Israele dalla schiavitù d’Egitto e che esercita la provvidenza su tutta la creazione» (16).
Dal canto suo anche Benedetto trova una via per spiegare, nonostante si mantenga fermo a un’unica via cristiana di salvezza, come mai i cristiani debbano rinunciare a una missione diretta agli ebrei e come mai l’alleanza di Dio con il popolo ebreo non è stata revocata e non è revocabile. In questo modo egli offre un contributo importante al dialogo cattolico-ebraico.


da L'Osservatore Romano (venerdì 19 aprile 2019), p. 8. © Osservatore Romano - 19 aprile 2019

 

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