Rassegna stampa formazione e catechesi

Regina poetarum

Maria nella poesia del Novecento ·

Qualche tempo fa, nella parrocchia di San Luigi Gonzaga a Milano si è tenuto un recital di poesie mariane di autori novecenteschi, con intermezzi musicali di estrazione latinoamericana. Ne pubblichiamo il palinsesto.

Madonna SAlfonso

«Getta il tuo pane sulle acque, perché col tempo lo ritroverai»: così recita un versetto suggestivamente poetico, e a me carissimo, del Libro biblico del Qoèlet. Nell’ormai lontano 2004, quando ero il responsabile del settore letterario delle Edizioni San Paolo, feci pubblicare, gettandola sulle acque dell’oceano editoriale, un’antologia molto particolare, curata da Angelo Lacchini e Claudio Toscani, due amici letterati di Castelleone, in provincia di Cremona, dove sorge il venerato santuario di Santa Maria della Misericordia. Il loro progetto prevedeva di raccogliere in volume poesie dedicate alla Vergine da poeti italiani tutti nati nell’arco del Novecento. Un minuzioso lavoro di esplorazione e di cernita stabilì in ventotto autori il canone definitivo. Il titolo che concordammo si proponeva esplicitamente di alludere al complesso delle cinquantuno litanie lauretane in versione latina, così da aggiungerne idealmente una cinquantaduesima: facendo eco a Regina angelorum, patriarcharum, prophetarum, apostolorum, martyrum, confessorum, virginum, sanctorum omnium, comparve — sulla copertina e sul frontespizio di quel libro — l’inedita invocazione alla Regina poetarum, la Regina dei poeti.

Nel concepire questo florilegio focalizzato specificamente sulla poesia italiana del secolo scorso, i curatori si erano lasciati ispirare da due fondamentali considerazioni. Suscita stupore constatare come Maria, la figura più discreta e silenziosa (se si prescinde dal Magnificat) delle Sacre Scritture, abbia fatto tanto parlare di sé teologi, intellettuali, scrittori di ogni epoca e paese. In questa panoramica bimillenaria, sono proprio i poeti italiani a figurare in prima fila, partendo dal Saluto alla Vergine di san Francesco, passando per la lauda Donna de Paradiso di Jacopone da Todi e raggiungendo un vertice assoluto con il XXXIII canto del Paradiso di Dante, cioè con la sublime preghiera di san Bernardo Vergine madre, figlia del tuo figlio.

Altrettanto stupefacente è una seconda constatazione: il Novecento, il secolo delle guerre mondiali, delle ideologie laiche e dei regimi totalitari, dell’Olocausto, della bomba atomica, del dominio di scienza, tecnologia, economia e finanza, il “secolo della secolarizzazione”, ha sempre più ridotto gli spazi della fede. Eppure, paradossalmente, molto più numerosi di quanto si possa supporre sono stati, anche in quei decenni, i poeti, non solo credenti ma anche agnostici, che hanno onorato la Vergine Maria con i loro versi pervasi da un tenero sentimento di pietà filiale.

«Getta il tuo pane sulle acque, perché col tempo lo ritroverai». Ecco, il pane della poesia mariana l’ho ritrovato quando, la scorsa primavera, ho consegnato una copia di Regina poetarum a don Giorgio e gli ho proposto di estrarne alcuni componimenti con i quali dar vita a una sorta di recital in onore della Madonna, realizzando un connubio tra fede e cultura. È nato così l’insolito progetto di una Regina poetarum insieme simile e diversa rispetto alla versione cartacea. Simile perché abbiamo puntualmente attinto al repertorio del volume pubblicato quattordici anni fa. Diversa perché dai ventotto poeti dell’antologia di Lacchini e Toscani siamo scesi di necessità a dieci: una selezione che ho concordato con gli attori Claudia Donadoni e Sergio Stefini, designati a leggere i testi del recital mariano. Le letture poetiche saranno intercalate da brani musicali che non appartengono al nostro patrimonio liturgico nazionale. Si tratta invece di una scelta di canti mariani popolari di tradizione latinoamericana, della più disparata provenienza etnica, con una certa prevalenza del Brasile, della Colombia e del Messico. Ad eseguirli è però un gruppo vocale-strumentale composto da musicisti e cantori italiani: Amarcanto. I brani non verranno eseguiti dal vivo: sono stati incisi su un cd del 2006, intitolato Mi Virgencita.

Prima triade di poeti: Turoldo, Luzi, Testori.

David Maria Turoldo. Sacerdote servita, friulano di nascita (Coderno 1916), morì a Milano nel 1992. Collaborò con don Zeno Saltini alla costruzione della libera Città di Nomadelfia e con padre Camillo De Piaz fondò a Milano il centro culturale Corsia dei Servi. Veemente predicatore, per il suo infuocato impegno sociale venne osteggiato da una parte delle gerarchie ecclesiastiche. Riabilitato dopo il Concilio, diresse a Sotto il Monte il Centro di studi ecumenici Giovanni XXIII. Saggista e poeta, traduttore dei Salmi, padre Turoldo concepì l’espressione poetica come un ininterrotto dialogo con Dio, articolato nei registri più vari, dalla protesta alla profezia, dall’indignazione all’innologia liturgica, dall’oratoria all’abbandono lirico e intimistico, specialmente negli ultimi anni. La poesia che sarà letta s’intitola Anche Dio sarà triste, dalla raccolta Ave Maria (1984).

Mario Luzi. Nato a Firenze nel 1914 e a Firenze scomparso nel 2005. Docente di letteratura francese, s’impose in gioventù come uno dei massimi esponenti dell’ermetismo, ma ben presto iniziò a sviluppare un pensiero poetico personale, caratterizzato da un’inesausta interrogazione metafisica, sulle orme dell’amato san Paolo. Suo ideale approdo umano e letterario fu la riconciliazione dell’uomo con Dio in chiave di moderna cristologia. Esordì nel 1930 con la raccolta La barca, seguita da numerosi altri libri di poesia, di teatro e di saggistica letteraria. Da molti è considerato il più grande in assoluto tra i nostri poeti novecenteschi. La poesia che proponiamo, Un attimo, appartiene al Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (1994).

Giovanni Testori. Nativo di Novate Milanese, narratore, poeta, drammaturgo, pittore e critico d’arte, morì settantenne a Milano nel 1993. Ogni suo testo creativo si caratterizza per un impasto linguistico contaminato da dialettismi, arcaismi e neologismi, con deformazioni di gusto neo-barocco. Le sue tempestose provocazioni soprattutto teatrali, al limite dell’oscenità, nella loro violenza verbale e concettuale racchiudevano in realtà una radicale sfida religiosa. Nella tarda maturità la crisi umana e artistica di Testori trovò parziale soluzione in una conversione che, anche in seguito alla morte della madre, lo riavvicinò alla Chiesa istituzionale. Testimonianza suggestiva di questo recupero di fede è Interrogatorio a Maria, sacra rappresentazione in forma di oratorio, in cui si fondono carnalità e spiritualità.

Seconda triade di poeti: Barsacchi, Merini, Chiusano.

Renzo Barsacchi. Nato a Castagneto Carducci (Livorno) nel 1924, visse sempre in quella cittadina toscana, dove si spense nel 1996. Versificatore fecondo, di notevole spessore umano e religioso, pubblicò ben quattordici sillogi, fra cui si ricordano Le scarpe del papa (1980), E Dio come futuro (1983) e Le notti di Nicodemo (1991). Di lui scrivono Lacchini e Toscani: «Fra i migliori poeti della cosiddetta “generazione di mezzo”, Renzo Barsacchi si rivela colmo di mille sollecitudini interiori e di sofferto amore per la vita». Verrà letta Natività di Maria, dalla raccolta Marinaio di Dio (1985).

Alda Merini. Milano la vide nascere nel 1931 e morire nel 2009. Dopo un precoce esordio poetico, la poetessa dei Navigli attraversò un ventennio di silenzio, segnato dalla malattia psichica e da una traumatica esperienza manicomiale. Riprese l’attività poetica negli anni Ottanta, e presto acquisì una reputazione e una visibilità legate non solo a una copiosa produzione di forte impatto emotivo ma anche a un’intensa esposizione mediatica. Negli ultimi anni della sua vita si affermò in lei una vena religiosa nutrita di potenti immagini visionarie. Apice di questa svolta cristologica e mariana fu il poemetto Magnificat, nel quale l’autrice ripercorreva, con partecipazione tutta femminile, le tappe della vita della Vergine. Magnificat fu pubblicato nel 2002 e interpretato a teatro da Valentina Cortese.

Italo Alighiero Chiusano. Intellettuale di respiro europeo, germanista di fama internazionale, scrittore poliedrico, autore di romanzi prevalentemente storici, saggista di vasta e profonda cultura, drammaturgo fecondo, Chiusano nacque a Breslavia, l’odierna Wrocław in Polonia, nel 1926. Dopo una giovinezza itinerante al seguito del padre diplomatico, si stabilì a Frascati, dove si spense prematuramente nel 1995. Coltivò anche una vena poetica di scabra potenza, alimentata da un coraggioso colloquio con Dio che a volte diveniva quasi un corpo a corpo, alla maniera dei salmisti biblici. E “salmi moderni” fu proprio la definizione con cui l’allora monsignor (oggi cardinale) Ravasi classificò l’ultima silloge di Chiusano, pubblicata alla vigilia della morte, nel 1994: Preghiere selvatiche. Da quella sorta di testamento spirituale riemergerà ora una poesia-preghiera singolarmente confidenziale, che s’intitola Discorsetto a Maria. Proponiamo un brano estrapolato da questo suggestivo Incontro con Maria.

Terza triade di poeti: Fiore, Raboni, Beck.

Elio Fiore. Visse appartato a Roma, dov’era nato nel 1935 e dove scomparve nel 2002. Il suo esordio poetico ebbe il conforto critico di Giuseppe Ungaretti, suo riconosciuto maestro. Sempre fedele a un’ispirazione fondamentalmente religiosa, che affondava le radici nella matrice ebraica del ghetto romano, riversò in poesia, una poesia umile e semplice, ora gridata ora sussurrata, la sua fede nel Dio giudaico-cristiano, Padre di infinito amore, e in Maria, supremo archetipo di tenerezza materna. Per lui — ha scritto Alessandro Zaccuri — «essere poeta significava custodire un piccolo spazio di luce e di bellezza in un mondo altrimenti dominato dalle tenebre e dall’orrore». Dalla raccolta Miryam di Nazareth (1992) proviene La Rosa del creato, lirica che leggeremo.

Giovanni Raboni. Milanese doc (era nato a Porta Venezia nel 1932), trascorse tutta la vita a Milano, ma fu raggiunto dalla morte a Fontanellato (Parma) nel 2004. Oltre che poeta, fu critico letterario e teatrale, raffinato traduttore di Proust e Baudelaire. Rappresentante di spicco della cosiddetta “linea lombarda”, caratterizzata — sulle orme di Parini e Manzoni — da un vibrante impegno etico e civile, nelle sue numerose raccolte Raboni progredì dall’iniziale espressionismo scapigliato verso una dolente interrogazione sul senso della vita. Recuperando l’impronta religiosa dell’adolescenza, nel 2000 pubblicò un poema teatrale, Rappresentazione della croce, dove convocava sulla scena i principali testimoni della vita, passione e morte di Cristo, con un ruolo preminente assegnato alla Madre. Di questo testo drammaturgico ascolteremo un frammento che dà voce alla Maria di Raboni, donna ricca di cangianti sfumature.

Marco Beck. E ora è venuto anche il mio turno. Con umiltà, in punta di piedi, mi allineo dietro i grandi personaggi che mi hanno preceduto. Con umiltà, ma anche con la serena consapevolezza di avere diritto a questa impegnativa collocazione grazie alle mie pubblicazioni. A Maria ho innanzitutto dedicato un volumetto di prose, E c’era la madre di Gesù (1990). E a lei ho riservato uno spazio privilegiato in diverse raccolte di poesie, dalla prima, Una via della croce (1989), fino alla più recente, Grideranno le pietre (2016). Lacchini e Toscani hanno osservato che nei miei testi, in particolare quelli ispirati alla fanciulla di Nazareth, sposa e madre di percepibile vicinanza e insieme di vertiginosa altezza, «l’orizzontalità dei contesti quotidiani s’incrocia con la verticalità di una ricerca di fede sorretta da impercettibili ma decisive irruzioni del Divino». La poesia che verrà letta, Il fasciatoio, è tratta dalla silloge Sulla bocca e nel cuore (1996).

Abbiamo lasciato per ultimo, in una sorta di splendido isolamento, un poeta che a rigore non dovrebbe figurare in questa rassegna di autori italiani del Novecento. Perché di nascita non è italiano, bensì polacco. Ma, a ben riflettere, un poeta — che è anche papa per giunta santo — ha una dimensione che trascende ogni nazionalità d’origine: una dimensione planetaria. Cittadino del mondo, il capo della Chiesa universale non può che essere, di conseguenza, anche italiano. Tanto più che, nella fattispecie, quel papa ha trascorso nel nostro Paese la maggior parte dei suoi ventisette anni di pontificato (1978-2005). Insomma, avrete ormai capito che sto evocando il profilo del papa-poeta per eccellenza: Karol Wojtyła, Giovanni Paolo II. Il pontefice che tanto amò la Madonna da scegliere come motto apostolico Totus tuus, compose non poche liriche mariane.

In particolare, nell’anno santo 1950, dopo che in Vaticano Pio XII ebbe proclamato il dogma dell’Assunzione, su un periodico dell’Arcidiocesi di Cracovia l’8 dicembre, festa dell’Immacolata, apparve un poemetto intitolato La Madre. Autore l’allora trentenne don Karol. Quella rappresentazione della maternità di Maria, esaltata con passione di poeta più che con sapienza di teologo, segnò, secondo il critico Blech Taborski, «uno dei momenti più alti della poetica mariana del nostro tempo».

Siamo così giunti al termine del recital. Nei concerti questo è per tradizione il momento del bis. Anche Regina poetarum si è dipanato come un concerto: un concerto di parole poetiche e di note musicali, interpretato da due voci soliste con intermezzi di canti intonati da un invisibile gruppo corale e strumentale. Ebbene, anche noi vogliamo adesso concedere al pubblico qui presente un bis conclusivo. Montini non ebbe una vera e propria vocazione poetica. Ma era uno scrittore finissimo, che sapeva esprimersi con letteraria eleganza in tre lingue: italiano, latino e francese. E nutriva per la Vergine un sentimento di profonda venerazione, di amore filiale. Ascoltiamo allora questo appassionato ritratto di colei che proprio Paolo VI, nel 1964, volle proclamare «Madre della Chiesa, cioè di tutto il popolo cristiano».

di Marco Beck

© Osservatore Romano - 18 maggio 2019


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