Rassegna stampa formazione e catechesi

Questa è la casa di Dio

di MANUEL NIN

trasfigurazione iconLa festa della Trasfigurazione del Signore, celebrata il 6 agosto, nella seconda metà del VII secolo venne commentata da Anastasio il Sinaita, vissuto nel Sinai come monaco. L’esegeta inizia l’omelia con un elogio del monte Tabor, dove avviene l’episodio evangelico: «Quanto è terribile questo luogo! Mi viene da gridare come Giacobbe, nel giorno della festa di questo monte. Come lui, vedo anche io una scala che sale dalla terra al cielo, poggiata sulla cima di questo monte. Anche io dico: Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo ». La grandezza del monte come luogo santo e nuovo Sinai è nella testimonianza del Padre e nella manifestazione del Figlio, sole di giustizia. In tutta l’omelia il Tabor verrà presentato come “tip o”, cioè prefigurazione della Chiesa, luogo della piena rivelazione del Verbo di Dio incarnato. La stessa liturgia del giorno ne diventa epifania. Il monte viene prefigurato nell’Antico Testamento: «Questo è il monte da cui si è staccata la pietra, cantato dagli angeli e di cui parlano i profeti, annunciato dal salmista, che istruisce gli ignoranti e illumina i peccatori, creato dalla mano destra del Signore». Vi è poi la simbologia neotestamentaria: «In questo monte sono stati prefigurati i simboli del Regno, preannunciato il mistero della crocifissione, svelata la bellezza del Regno e manifestata la seconda venuta di Cristo. In questo monte i beni futuri furono presentati già come attuali. In questo monte si preannuncia senza inganno la nostra immagine futura e la nostra configurazione con Cristo». Anastasio associa alla gioia del monte Tabor quella di tutta la creazione: le altre montagne esultano, le colline si riempiono di fiori e foreste, i ruscelli fanno risuonare la loro voce di lode nell’acqua e gli uccelli i loro cinguettii. E aggiunge una frase che offre la chiave ecclesiologica: «Questa montagna è il luogo dei misteri, il posto delle realtà ineffabili, la roccia dei segreti nascosti e la sommità dei cieli». Insomma, il Tabor come chiesa, e come altare. Anastasio spiega poi la festa: «Oggi sul Tabor è stata rinnovata e trasformata l’immagine della bellezza terrestre in bellezza celeste. Oggi il Tabor e l’Hermon esultano e invitano tutto l’universo alla gioia. Oggi Galilea e Nazareth danzano insieme e si rallegrano per la festa». E quindi sgrana tutta la redenzione operata da Cristo e quasi annunciata in anticipo nella sua Trasfigurazione: «Oggi il Signore è stato visto sul monte. Oggi la natura di Adamo, già creata a somiglianza di Dio ma oscurata dagli idoli, è stata riportata alla sua primitiva bellezza di uomo creato a immagine e somiglianza di Dio. Oggi la natura che si era allontanata per l’idolatria, risplende di nuovo nei raggi della divinità». La Trasfigurazione allontana le vecchie tuniche di pelle e riveste l’uomo di luce come di un manto. E nella festa gli araldi dell’antica e la nuova alleanza appaiono accanto al Signore. Con una bella immagine Anastasio paragona poi il Tabor con il Golgota: «Fu crocefisso tra due uomini sul Golgota, e oggi appare divinamente tra Mosè ed Elia». E prosegue accostando il Sinai al Tabor: «Sul Sinai la tormenta, sul Tabor il sole. Là il decalogo, qua il Verbo preesistente. Là la verga germina, qua la croce fiorisce. Là le quaglie come castigo, qua la colomba come salvezza. Là Maria, sorella di Mosè, suonò il tamburello, qua Maria genera divinamente. Là Elia si nascondeva, qua vede Dio». Nella parte centrale dell’omelia Anastasio mette in bocca di Mosè una lunga rievocazione dei fatti adoperati da Dio nell’antica alleanza nel Sinai e che adesso sul Tabor trovano la loro pienezza, testo che è una professione di fede nella vera incarnazione del Verbo di Dio: «E adesso ti vedo, tu che sei con il Padre e sulla montagna hai detto: Io sono colui che sono. Che io possa vederti per poterti conoscere. E adesso ti vedo non più di spalle bensì visibilmente sul Tabor. Tu che sei il Dio pieno di amore, nascosto nella mia forma umana. Tu che scendesti nel roveto ardente, che guidasti e dissetasti il popolo nel deserto, adesso sei sceso per umanizzare la natura dell’uomo che era disumana».

© Osservatore Romano - 6 agosto 2015