giotto apparizione arlesdi FELICE ACCROCCA

Un recente volume di Antonio Rigon Antonio di Padova, Ordini mendicanti e società locali nell’Italia dei secoli XIII X V , a cura di Maria Teresa Dolso e Donato Gallo (Spoleto, Saggi 18, Medioevo francescano, pagine 458, euro 60) evidenzia quale nesso s’instaurò tra i frati dei vari Ordini e le società cittadine, come la figura del frate portoghese fosse frutto di quel rapporto e quanto egli stesso abbia contribuito a rafforzarlo e incentivarlo.
Si tratta di ventitré saggi pubblicati tra il 1980 e il 2014, nei quali diversi filoni di ricerca (Antonio, gli Ordini mendicanti, le società locali) e diverse tipologie di fonti finiscono per incrociarsi, grazie alla versatilità di uno studioso che da sempre ha mostrato una certa qual riottosità a lasciarsi rinchiudere in ambiti ristretti e limitati. Dalla moltitudine di documenti e testimonianze consultati, Antonio Rigon ha saputo trarre notizie preziose, volte a chiarire pagine poco note di questa storia ricchissima e a riportare alla luce nomi altrimenti destinati per sempre all’oblio. Gli Ordini mendicanti scelsero la città come luogo privilegiato della loro presenza e del loro apostolato, inserendosi a pieno titolo nei tessuti connettivi urbani. Avendo scelto di vivere tra i marginali, all’inizio i Frati Minori si mantennero più defilati, anche se negli ultimi anni di vita di Francesco molte spinte premevano ormai per un loro più audace protagonismo nella vita della società e della Chiesa: un protagonismo che l’Assisiate, nel suo Te stamento , tentò decisamente di arginare. Dopo la sua morte, però, e con l’elezione al soglio pontificio di Gregorio IX , tale svolta si concretizzò in modo definitivo e in breve tempo i Minori divennero non soltanto predicatori e confessori, ma anche notai, ingegneri, giuristi o artisti; esercitarono ruoli di primo piano in ambito diplomatico, tesi a instaurare la pace tra le città italiane periodicamente in conflitto, quantunque, in qualche circostanza, non mancarono di dare persino un contributo all’“arte della guerra”, forti dell’esperienza che avevano accumulato prima d’indossare il saio. Tale, ad esempio, fu il caso di quel frate laico (il nome non ci è stato tramandato) che si trovava tra le truppe di parte papale quando queste riconquistarono Padova dalle mani di Ezzelino III da Romano, al quale il legato pontificio, Filippo arcivescovo di Ravenna, comandò, in virtù di obbedienza, che — toltosi l’abito religioso e indossato un abito bianco — c o s t ru i s s e un “gatto”, vale a dire una macchina da guerra, che avrebbe permesso di espugnare la città: il frate «obbedì umilmente» — dice Salimbene de Adam che ci ha trasmesso il fatto nella sua C ro n a c a —e in brevissimo tempo costruì una macchina che sul davanti lanciava fuoco e nella parte posteriore trasportava uomini armati. Naturalmente, un simile protagonismo favorì la progressiva integrazione dei frati nelle società cittadine, ma produsse anche persistenti conflitti, distanziando sempre più la vita francescana da quella che era stata l’esperienza iniziale. Rigon individua però, proprio in Antonio da Padova, il punto di sutura, la figura cerniera tra esperienze diverse, il campione e il prototipo di quel minoritismo padano che seppe unire, in una sintesi feconda, l’ardore degli inizi e la sistemazione successiva, la solitudine selvaggia dell’Appennino centro-italico, dove i primi frati scrissero pagine eroiche di vita povera e contemplativa, e la vita frenetica delle città del nord Italia e d’O ltralp e. Proprio questo — unitamente alla paziente ricerca d’archivio e all’indagine su fonti di natura diversa — è il merito principale del suo lavoro, di aver cioè contribuito, in modo direi decisivo, a sottrarre Antonio alla propria solitudine (gli studi antoniani sono rimasti a lungo chiusi in se stessi) per riportarlo nel più vasto alveo degli studi francescani. È grazie a questa lettura comparata che, facendo tesoro anche delle altrui ricerche — decisivo, in tal senso, un breve saggio in cui Carlo Paolazzi poté mostrare la dipendenza di Antonio dalla primitiva regola francescana —, Rigon ha potuto evidenziare alcuni tratti spiccatamente francescani del santo di Padova, quali, ad esempio, l’attenzione ai poveri: nei sermoni antoniani essi non appaiono più, come in tanta omiletica precedente (e successiva!), uno strumento dell’azione caritativa atti a garantire la salvezza di colui che compiva un’opera buona, ma un riflesso di Cristo, povero egli stesso; e l’autore ha pienamente ragione nel proporre un collegamento tra alcune espressioni del sermone In resurrectione Domini e il capitolo IX della Regola non bollata dei Frati Minori (cfr. pagine 17-18). Ciò non significa che l’esp erienza di vita del mercante umbro fattosi povero per seguire Cristo e quella del canonico lusitano diventato frate per un identico desiderio, coincidessero, perché — anche se entrambi rivelarono una straordinaria capacità di dialogo universale, come mostra la loro abilità nel farsi ascoltare anche dalle creature inanimate (bello il saggio su sant’Antonio e gli animali), che si trattasse di uccelli o pesci ha poca importanza — diverso fu l’approccio con la città. Francesco, che pure riportò la pace in una Bologna dilaniata da lotte intestine (lo testimonia Tommaso da Spalato), non dimostrò certo il protagonismo di Antonio, al quale — secondo il bellissimo il racconto dell’autore dell’opera più antica di tutto il c o rp u s agiografico antoniano, la legenda cosiddetta As s i d u a — durante la Quaresima del 1231 tutta la comunità patavina affluiva come a un terreno assetato di pioggia. E, a suggellare emblematicamente quella sua campagna di predicazione, Antonio si prodigò per far approvare dal Comune uno statuto — votato il 17 marzo 1231 — a favore di quanti erano stati imprigionati per debiti e dei loro fideiussori. Tutto ciò viene evidenziato con rigore da Rigon. Allo stesso modo, egli non manca a più riprese di constatare l’assenza (ed è una lacuna veramente deprecabile) di una biografia critica del santo di Padova: ebbene, non potrebbe essere questo, per lui, l’imp egno cui consacrare gli anni dell’ormai piena maturità? Sarebbe il degno coronamento di un’intensa vita di studi e tutti gliene saremmo immensamente grati.

© Osservatore Romano - 13 giugno 2017

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