martiri 2Papa Francesco non si separerà tanto facilmente da quella piccola croce in metallo, tutta attorcigliata per il calore delle bombe e gli oltraggi dei miliziani dell’Is: a donargliela è stato il religioso rogazionista iracheno Jalal Yako, che l’ha personalmente recuperata tra le rovine della chiesa di Mar Zena a Qaraqosh, vicino a Mosul. «Ho voluto consegnarla al Papa per chiedergli di pregare per i cristiani iracheni» dice il sacerdote che è nato proprio a Qaraqosh e che da tre anni vive nel campo profughi di Nishtiman a Erbil, nel Kurdistan iracheno.
Lì ci sono i cinquantamila cristiani che abitavano a Qaraqosh, costretti a scappare nel 2014 per non essere ammazzati. Solo di recente padre Jalal ha potuto riaffacciarsi in quella che è divenuta una città fantasma, nella piana di Ninive. «Non c’è più nulla, tutto è stato distrutto» ha confidato a Francesco. Nel raccontare la vita nel campo profughi, riconosce che, se anche fa male ammetterlo, ci sono campi profughi di serie A e di serie B . E non sono certo a cinque stelle gli insediamenti dove gli sfollati sono tutti o quasi cristiani. «Trecentocinquanta famiglie vivono ammassate in quel che resta di un centro commerciale» racconta. Vivono «nella speranza di poter far ritorno nella propria terra e ricostruire case e futuro». Perché «tutto ciò che era cristiano è stato vandalizzato e bruciato: nelle chiese le statue sono state usate come bersagli mentre le case e le botteghe di famiglie cristiane sono state anch’esse saccheggiate e devastate». Al Papa padre Jalal ha confermato la sua «assoluta disponibilità a tornare a Qaraqosh: è la gente a chiedere che ci sia anzitutto la presenza della Chiesa». Certo, «non si sa ancora quando sarà possibile tornare a casa, ma se saremo una comunità unita ce la faremo prima o poi». Per raccontare un islam diverso, pronto al dialogo e all’impegno per la pace, è venuto all’udienza Farhan Ahmad Nizami, direttore dell’Oxford Centre for islamic studies. Di origine indiana, è stato educato dai gesuiti e forte anche di questa formazione non si tira indietro quando si tratta di sostenere e promuovere iniziative di dialogo con i cristiani. Ma più di tante parole, tiene a dire, vale il dono che ha consegnato nelle mani del Papa: una riproduzione di un’iscrizione in lingua araba, presa dal Corano, e specificatamente dalla sura al-Maidah (5:82), per riaffermare appunto la vicinanza tra musulmani e cristiani. E in una prospettiva di dialogo ancora più ampia, significativo l’incontro di Francesco con Ayman Odeh e Aida Toutma-Suleiman, membri della Knesset israeliana. Accanto a loro, anche otto rappresentanti dell’Interparliamentary assembly on orthodoxy, «a cui aderiscono centoquindici parlamentari di quarantasei paesi» spiega il deputato greco Kostas Mygdalis. «La dimensione cristiana della crisi mondiale e le vie per superarla» è il tema su cui si stanno confrontando a Roma in questi giorni, anche con il sostegno del movimento dei Focolari. E giovedì 29 giugno saranno presenti alla celebrazione in piazza San Pietro per la solennità dei santi Pietro e Paolo. «La gran parte di tutto quello che esiste in Europa si basa sui valori del cristianesimo» afferma Mygdalis, e ora si tratta «di riscoprire e tornare all’origine di questi valori fondamentali». Con un abbraccio del tutto particolare il Papa ha accolto i sette detenuti che hanno dato vita a un pellegrinaggio a piedi lungo la via Francigena. Provenienti tutti da penitenziari romani, sono partiti il 21 giugno da Pistoia. «È stato un pellegrinaggio di straordinario valore simbolico e spirituale sulle vie della fede — riconoscono — per riflettere sulla propria vita, i propri errori e avere la possibilità di redenzione». L’obiettivo dei cosiddetti «pellegrinaggi giudiziari è favorire il processo di reinserimento dei detenuti nella società civile» spiega Marina Binda, avvocato ma anche volontario carcerario e membro della confraternita di San Jacopo. «Durante il pellegrinaggio — precisa — non ci sono detenuti, non ci sono volontari, ma tentiamo di diventare un’anima sola, tutti al servizio l’uno dell’altro, senza distinzioni». La questione delle condizioni di vita nelle carceri è stata poi anche denunciata a Francesco dai promotori del blog Le urla del silenzio che si rivolge soprattutto agli ergastolani. Generazioni digitali è il libro che raccoglie «dieci anni di attività pastorale a servizio della formazione dei giovani all’uso degli schermi digitali», presentato al Papa da don Marco Sanavio, direttore dell’ufficio per le comunicazioni sociali della diocesi di Padova. Che ora sta pensando a come «favorire la preghiera delle nuove generazioni in vista del prossimo sinodo dei vescovi». Al termine dell’udienza, Francesco ha benedetto la copia dell’immagine della Madonna delle lacrime di Siracusa che sarà protagonista di un pellegrinaggio in tante città italiane, su iniziativa dell’Unitalsi. «Porteremo il piccolo quadretto tra gli ammalati — spiega il rettore del santuario, don Aurelio Russo — insieme con uno dei tanti fazzoletti che, nell’agosto del 1953, asciugarono le lacrime di Maria». E intanto in piazza San Pietro si respira già aria di concistoro. A raccontarlo è il cardinale Lluís Martínez Sistach: «A Barcellona sono nato e di Barcellona sono stato arcivescovo — confida — e con tutta la mia gente oggi mi stringo al mio successore, il nuovo cardinale Juan José Omella y Omella, per rilanciare la presenza e la testimonianza cristiana nella nostra cara e amata terra».

© Osservatore Romano - 29 giugno 2017

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