populorum progressiodi MARTIN SCHLAG

Nel discorso pronunciato a conclusione dell’ultima sessione del concilio Vaticano II , Paolo VI paragonò la spiritualità del concilio all’«antica storia del Samaritano», in cui scorgeva «il paradigma della spiritualità del Concilio». Tramite il concilio, la Chiesa si rivolgeva all’umanità e ai suoi bisogni con la massima simpatia e «tutta si dichiara in favore ed in servizio dell’uomo», proponendo un «nuovo umanesimo» incentrato su Dio Padre, Cristo e Spirito Santo. L’altro pilastro concettuale, menzionato dal Beato nello stesso discorso, che aveva animato tutto il lavoro del concilio, era l’ottimismo, la visione positiva dell’uomo nella sua realtà concreta nella vita moderna: l’atteggiamento del concilio «è stato molto e volutamente ottimista».
L’ottimismo del Pontefice nel postconcilio venne deluso presto. Russell Hittinger, ad esempio, ha rilevato che la Chiesa nella sua dottrina sociale non era preparata all’eventualità che l’ epos eroico della modernità con la sua conquista di spazi di libertà e diritti umani sarebbe potuto essere usato per pretendere la neutralità dello stato nei confronti del male o persino per ostacolare la legislazione statale nell’assumere un’antropologia adeguata, sotto il pretesto del rights-language . Tali eventi rendono comprensibile l’atteggiamento di san Giovanni Paolo II che, nell’enciclica Evangelium vitae caratterizza la «cultura della morte» in occidente come una storia di tradimento e di avvelenamento dei principi strutturanti e portanti della cultura occidentale e la sua tradizione di costituzioni di stampo liberale. In ogni caso, l’umanesimo cristiano rimase un concetto centrale del magistero del concilio Vaticano II , p ro m u l gato da Paolo VI , che l’ha ulteriormente sviluppato e arricchito. Anche dopo di lui l’umanesimo cristiano resta un concetto chiave della dottrina sociale cattolica. Già il titolo della Costituzione pastorale Gaudium et spes «la Chiesa nel mondo contemporaneo», esprime l’intenzione del concilio di inserire il messaggio di Cristo in mezzo al mondo, nella società e in tutte le attività umane. La Costituzione pastorale definisce il rapporto tra la fede e la società quale programma pastorale e pone questa sfida come un compito culturale dei cristiani nella società civile. Gaudium et spes è la “magna charta” cattolica riguardo all’umanesimo cristiano: la Chiesa e i cristiani sono nel mondo e per il mondo, perché «nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (1). È l’ora dei laici, che ben istruiti e zelanti, sono specificamente chiamati ad alzare la loro voce in difesa della dignità umana, a prendersi cura dei poveri e degli emarginati, a includerli nell’economia di mercato, ad annunciare Cristo e la fede nella sfera pubblica. Gaudium et spes esplicitamente definisce lo sforzo per costruire un mondo migliore nella fede cristiana, nella verità e nella giustizia un “nuovo umanesimo” ( Gaudium et spes , 55) che attinge le sue radici concettuali in Cristo e riceve la sua forza operativa dallo Spirito Santo. Questo umanesimo teo e cristocentrico non solo non è stato abbandonato dai Papi dopo il concilio, ma al contrario, grazie soprattutto a Paolo VI , è diventato un filo rosso che attraversa vari dei loro pronunciamenti. Nel concilio Vaticano II la Chiesa cattolica ha compiuto la “svolta antropologica” che è, contemporaneamente e inseparabilmente, eristica: l’uomo è la via della Chiesa, e Cristo è il Redentore e il rivelatore dell’uomo. In questa prospettiva si può dire che oggi l’appello all’umanesimo cristiano è più attuale e necessario che mai, poiché rispecchia un inesorabile bisogno umano: la sete di giustizia e di carità, che, in definitiva, viene dalla santissima Trinità attraverso il Cuore di Gesù. D alla Gaudium et spes in poi il termine “umanesimo cristiano” è strettamente collegato alla preoccupazione sociale per un mondo giusto e caritatevole. La più forte e chiara affermazione di questo legame la troviamo nell’enciclica Populorum progressio sullo sviluppo dei popoli. Allo stesso tempo, Paolo VI aggiunge un’imp ortante sfumatura: “umanesimo cristiano” non solo esprime il lavoro per un mondo migliore in generale, ma significa concretamente la preoccupazione sociale per i poveri, i diseredati, e i paesi in via di sviluppo. Lasciando da parte le critiche mosse nei suoi confronti da un punto di vista economico, si può affermare che l’enciclica Populorum progessio collega umanesimo cristiano con la preoccupazione per lo sviluppo in una maniera che ha continuato a caratterizzare l’insegnamento sociale. Pubblicata poco dopo la fine del concilio Vaticano II , l’enciclica può essere vista come una sorta di interpretazione papale del significato di Gaudium et spes . Paolo VI lega l’umanesimo cristiano all’imp egno per lo sviluppo dei poveri e, allo stesso tempo, rimanda l’uomo verso Dio attraverso tutte le sue azioni. Citando Pascal, Maritain e de Lubac, Papa Paolo VI scrisse: «È un umanesimo plenario che occorre promuovere. Che vuol dire ciò, se non lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini? Un umanesimo chiuso, insensibile ai valori dello spirito e a Dio che ne è la fonte, potrebbe apparentemente avere maggiori possibilità di trionfare. Senza dubbio l’uomo può organizzare la terra senza Dio, ma “senza Dio egli non può alla fine che organizzarla contro l’uomo. L’umanesimo esclusivo è un umanesimo inumano”. Non v’è dunque umanesimo vero se non aperto verso l’Assoluto, nel riconoscimento d’una vocazione, che offre l’idea vera della vita umana. Lungi dall’essere la norma ultima dei valori, l’uomo non realizza se stesso che trascendendosi. Secondo l’e s p re s sione così giusta di Pascal: “L’uomo supera infinitamente l’uomo”» ( Populorum progressio , 42). In che modo continua a essere attuale il concetto, qual è il suo contenuto, e come si potrebbe definire l’umanesimo cristiano? Basti dire che nel Compendio della Dottrina sociale l’umanesimo cristiano è presentato come l’essenza dell’insegnamento sociale cattolico. Possiamo definirlo così: l’umanesimo cristiano è il contributo della fede cristiana alla felicità sulla terra, non solo in cielo, e allo sviluppo di ogni uomo e di ogni donna, delle loro comunità e della società in generale.

© Osservatore Romano - 20 aprile 2017

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