Rassegna stampa formazione e catechesi

Quei dibattiti sulla teologia della pietà popolare

Bergoglio e i giovani gesuiti del Collegio Massimo

Nel numero 4027 del 7/21 aprile 2018 «La Civiltà Cattolica» pubblicava l’articolo «Miguel Ángel Fiorito. Una riflessione sulla religiosità popolare nell’ambiente di Jorge Mario Bergoglio». Ne riportiamo di seguito alcuni stralci.

A partire dall’elezione di Francesco, il 13 marzo 2013, tra le tante domande che sono state poste riguardo alla sua persona e alla sua storia, troviamo anche quella sulle radici del suo pensiero in generale e, in particolare, del suo pensiero teologico.

Tra il 1968 e il 1978 Jorge Mario Bergoglio concluse la sua formazione di gesuita e iniziò il suo ministero sacerdotale, prima come maestro dei novizi e poi come provinciale. Al momento della sua ordinazione sacerdotale (1969), aveva quasi 33 anni. In quel periodo, una persona ha avuto un grande influsso su di lui: padre Miguel Ángel Fiorito (1916-2005), che fu rettore dell’Università del Salvador (1970-1973) a Buenos Aires, professore di metafisica, nonché decano (1964-1969) presso la Facoltà di Filosofia del Collegio Massimo di San Miguel, e direttore della rivista Stromata, nella quale si pubblicavano articoli dei professori della Facoltà. Per le sue capacità intellettuali e spirituali, padre Fiorito divenne punto di riferimento indiscusso dei suoi studenti.

Già da provinciale, Bergoglio assegnò a padre Fiorito due incarichi importanti nella provincia: quello di istruttore della «Terza probazione» (cioè l’ultima tappa della formazione dei gesuiti) e quello di direttore del Boletín de Espiritualidad. Appartengono a questo periodo la maggior parte degli studi di padre Fiorito sulla spiritualità della Compagnia di Gesù, in particolare sugli Esercizi di sant’Ignazio e sul discernimento spirituale. In questo ambiente di formazione, insieme agli studi formali nella Facoltà, avveniva anche uno scambio intellettuale informale, in cui si condividevano le letture, le riflessioni personali e le preoccupazioni pastorali ed ecclesiali. È importante tenere presente questo dialogo teologico, che ha influenzato profondamente il pensiero del futuro Papa. Erano, quelli, gli anni immediatamente successivi al Vaticano II. La ricezione del Concilio aveva suscitato in America Latina pensieri contrastanti e una forte consapevolezza del continente. Gli studenti e i padri del Collegio seguirono con interesse gli sviluppi del Concilio e in seguito parteciparono attivamente al suo processo di ricezione e attuazione.

(…) Dall’anno 1968 troviamo, nel Boletín de Espiritualidad, una serie di articoli che presentavano riflessioni sul tema della «liberazione»: tema che a partire da Medellín aveva avuto un grande impulso, e che si stava sviluppando con diverse sfumature. Il lavoro di padre Fiorito aiutò molto la provincia argentina a individuare le tensioni che si creavano tra le diverse letture.

Quando nel 1973 padre Fiorito assunse la direzione del Boletín, la riflessione acquistò una nuova prospettiva, e si preferì sviluppare una «teologia della pietà popolare» che, dieci anni dopo, diventò una «teologia della cultura». La riflessione sulla pietà popolare ebbe inizio con quel gruppo di giovani gesuiti che partecipavano al dialogo teologico del Collegio Massimo. (…)

A partire dall’esperienza pastorale fatta nelle parrocchie dell’interno del Paese e della periferia di Buenos Aires, il gruppo di giovani gesuiti — sempre sotto la direzione di Fiorito — rifletté per un mese. Il risultato delle riflessioni fu presentato in una serie di articoli: il gruppo scrisse un primo articolo; poi padre Agustín López scrisse una seconda parte di riflessioni; in entrambi i numeri del Boletín ci fu una presentazione di padre Fiorito.

Le riflessioni si ispirano esplicitamente al discorso che il provinciale Jorge Bergoglio pronunciò all’apertura della XIV Congregazione provinciale. Ne vengono citate alcune affermazioni, che fungono da quadro interpretativo. Possiamo organizzarle rispondendo a una serie di domande.

«Qual è il “popolo fedele”?». Nel suo discorso Bergoglio dice che il popolo fedele è «quello con cui entriamo in contatto nella nostra missione sacerdotale e nel nostro impegno religioso. È evidente che il “popolo” è già — tra noi — un termine equivoco, a causa dei presupposti ideologici con i quali si ascolta o si pronuncia questa realtà del popolo. Ora mi riferisco semplicemente al popolo fedele».

«Che cosa possiamo imparare dal popolo fedele?». Bergoglio risponde: «Quando studiavo teologia e consultavo il Denzinger e i trattati per dimostrare le tesi, rimasi ammirato di fronte a una formulazione della tradizione cristiana: il popolo fedele è infallibile nel credere. Da allora ho tratto la mia formula, che non sarà molto precisa, ma che mi aiuta molto: quando vuoi sapere ciò che crede la madre Chiesa, vai dal Magistero (perché esso ha il compito di insegnarlo infallibilmente); ma quando vuoi sapere come crede la Chiesa, vai dal popolo fedele...». «In che misura possiamo parlare di un’ermeneutica del popolo fedele?». Bergoglio dice: «Il nostro popolo ha un’anima e, poiché possiamo parlare dell’anima di un popolo, possiamo parlare anche di un’ermeneutica, di un modo di vedere la realtà, di una coscienza...».

«In che cosa crede il popolo fedele?». Bergoglio risponde: «Crede nella risurrezione e nella vita: battezza i propri figli e prega per i morti».

Si tratta di una riflessione teologica sulla «religiosità popolare», che poi si svilupperà in altre manifestazioni e riceverà il titolo più completo di «teologia della cultura». L’importanza di queste precisazioni sta nel fatto che esse indicano che il popolo è, in tutti i casi, un soggetto: sia dell’atto religioso, sia della cultura. Pertanto, una teologia di questo genere studia le manifestazioni religiose e culturali del popolo, nelle quali il popolo esprime se stesso, cioè esprime l’idea che ha di se stesso e del posto che esso ha nel mondo e nella storia. È un’espressione «mitica», cioè un’espressione che nasce dalla storia che sottostà alla propria origine e al proprio significato.

È evidente che il frutto di queste riflessioni è lontano dall’essere una descrizione astratta, riconoscibile in tutti i popoli del mondo, perché ogni cultura è frutto del proprio «mito». Questo coincide proprio con le caratteristiche della missione della Chiesa, che si realizza nelle Chiese particolari, con le loro tradizioni, con la loro storia e con la loro vocazione, che è al tempo stesso universale e concreta.

A partire da questo quadro interpretativo possiamo farci un’idea più chiara di come si debba intendere, in base al pensiero di Papa Francesco, quella che oggi è stata definita «la teologia del popolo». Questa non deve considerare il popolo come «oggetto» di studio. È invece il suo modo di vivere la fede e di creare una cultura che deve essere il punto di partenza di tale pensiero. Deve risultare ben chiaro che il popolo è il soggetto, e non l’oggetto, delle espressioni religiose e cultuali. In tutti i casi in cui il popolo viene considerato come oggetto, c’è bisogno di ricorrere a una «ideologia» per consentire tale interpretazione. Da qui l’affermazione di Bergoglio sul carattere equivoco del termine «popolo».

Queste linee di pensiero indicate da Bergoglio hanno determinato un quadro concreto per la riflessione dei giovani gesuiti diretti da padre Fiorito. Essere attenti alle manifestazioni della religiosità popolare permetterà loro di scoprire il «come» della fede del popolo fedele di Dio che è in pellegrinaggio in Argentina. Questo è importante, quando si valuta il percorso intrapreso in relazione alle altre proposte sviluppate da altre Chiese latinoamericane. La lettura e la ricezione del Vaticano II e di Medellín si sono incarnate nelle Chiese particolari, e lo hanno fatto, o hanno cercato di farlo, secondo la propria autocomprensione.

Riflettendo sulla religiosità popolare, il gruppo di giovani gesuiti ha ritenuto necessario chiarire alcuni concetti. Lo vediamo nella presentazione della riflessione fatta da padre Fiorito: «Il tema della riflessione che il gruppo ha provvidenzialmente scelto è stato quello della “religiosità popolare” — che alcuni chiamano “fede popolare”, per evitare la sfumatura generica, e talvolta peggiorativa, del termine “religiosità” — e, man mano che ricordavamo e ci comunicavamo le nostre esperienze “popolari”, ci sentivamo anche noi “popolo di Dio”».

Prima di giungere alla riflessione, è necessario chiarire altri tre concetti che padre Fiorito esprime nella stessa presentazione.

L’unità della Chiesa. In primo luogo, quando si parla di «religiosità popolare», sembra che venga presa in considerazione solo una parte della Chiesa, lasciando fuori la Chiesa colta. Questo si deve al fatto che l’aggettivo «colto» è inteso come «erudito», e non — quale realmente è — come «creatore di cultura». A partire da questa prospettiva, il gruppo di riflessione dà la seguente definizione: «La cultura è un modo di vivere e di morire di un popolo: noi ci accostiamo ad essa dal punto di vista religioso ed ecclesiale».

Poi i giovani gesuiti indicano due interpretazioni negative della «religiosità popolare». Sono negative, perché considerano il popolo o come «ignorante» o come «alienato». In contrasto con queste posizioni ideologiche, il gruppo di riflessione afferma decisamente: «Crediamo che la nostra gente non sia né “ignorante” (contro la concezione liberale), né alienata (contro la concezione marxista)».

Un problema analogo nasce da una divisione semplificata tra la Chiesa dei poveri «in contrasto» con una Chiesa dei ricchi, e non — quale è realmente — una Chiesa unica che deplora il cattivo uso della ricchezza. Padre Fiorito prosegue dicendo: «Non c’è una “Chiesa dei poveri” contro quella dei ricchi, ma contro il cattivo uso della ricchezza; né una “Chiesa popolare” contro una “Chiesa colta”, perché anche il popolo ha una sua cultura».

Una visione realistica del popolo di Dio. Un altro chiarimento necessario all’inizio della riflessione intende escludere qualsiasi visione romantica del «popolo di Dio». Le tentazioni cercano fondamentalmente di minare l’unità. Questa possibilità non può essere negata in modo romantico né, d’altra parte, la realtà della divisione può essere accettata ideologicamente. Padre Fiorito conclude la sua presentazione affermando: «La Chiesa sente anche le proprie “tentazioni divisive”, o il proprio “spirito di divisione”: negare questo fatto sarebbe “angelismo”, ma rimanere in esso significherebbe una grandissima mancanza di discrezione».

Il concreto universale. Il fatto che la riflessione avvenga nella Chiesa locale, con le caratteristiche della propria cultura, della storia di cui è frutto e della missione che intende realizzare, non significa chiudersi all’universale. Piuttosto, dalla concretezza particolare (della Chiesa universale) si raggiunge quell’universalità (che si è concretizzata nel particolare).

di José Luis Narvaja



© Osservatore Romano - 10 dicembre 2019


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S. Emidio, 1° vescovo di Ascoli P. e martire (273-309)

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