Rassegna stampa formazione e catechesi

Quando governare significa servire

eremo delle carceri cappellinaNella Regola di vita per gli eremi san Francesco d’Assisi prescrive che le comunità eremitiche siano formate da tre o quattro frati, a cui sono assegnate mansioni specifiche: «Due di essi siano le madri e abbiano due figli o almeno uno. Quei due che fanno da madri seguano la vita di Marta, e i due figli seguano la vita di Maria». In questa unità elementare di vita collettiva, i membri si dedicano a rotazione ora alla gestione degli affari temporali, richiamandosi all’esempio di Marta, ora alla preghiera, ispirandosi alla condotta di Maria. Si tratta di una “forma di governo” che non conosce gerarchie e così semplice da apparire quasi utopica, come afferma lo studioso francese Jacques Dalarun nel suo libro Governare è servire. Saggio di democrazia medievale (traduzione di Paolo Canali, prefazione di Giovanni Miccoli, Milano, Edizioni Biblioteca Francescana, 2015, pagine 232, euro 18).
Nel volume, apparso in Francia nel 2012, Dalarun si occupa dell’organizzazione degli ordini religiosi tra il XII e il XIII secolo, esaminando una pluralità di fonti e combinando indagini filologiche con riflessioni filosofico-politiche. Lo studio si concentra sull’istituzionalizzazione di queste comunità, che da forme di aggregazione spontanea di penitenti senza distinzioni di status diventano gradualmente microsocietà in cui si rende necessaria una distribuzione dei ruoli e delle responsabilità. Anche se diverse, queste esperienze sono accomunate da uno stesso principio: il superiore non deve intendere il proprio compito di guida come un primeggiare sugli altri, bensì come un essere al loro servizio. Secondo il messaggio evangelico, infatti, il Buon pastore è colui che è disposto a dare la vita per le sue pecore. L’ipotesi di fondo è che le comunità religiose medievali siano state un laboratorio per l’elaborazione del concetto moderno di “governamentalità” secondo l’accezione foucaultiana, ovvero di una modalità di governo che si prende cura delle persone senza dominarle, proprio come fa un pastore con il suo gregge. Dalarun presenta la relazione tra governo e servizio da tre diverse angolazioni. La prima parte del saggio è dedicata a un episodio minore della vita di santa Chiara d’Assisi, riportato da alcune deposizioni rese durante il processo di canonizzazione, che papa Innocenzo IV avviò nel 1253, e ripreso nella Leggenda di santa Chiara verprodugine di Tommaso da Celano. Un giorno, mentre Chiara lavava i piedi a una «serviziale » — termine con il quale si indicava una sorella di origini modeste — si chinò con l’intenzione di baciarglieli. La «serviziale », però, impreparata a questo gesto, ritirò il piede colpendo Chiara sulla bocca. La santa non si perse d’animo e baciò ugualmente la pianta del piede dell’incauta sorella. Il comportamento di Chiara va oltre il semplice dovere di ospitalità previsto per un’abbadessa e rinvia invece a due celebri episodi evangelici. Da una parte, Gesù che lava i piedi agli apostoli durante l’ultima Cena (Giovanni, 13, 1-15); dall’altra, la donna peccatrice che a casa del fariseo Simone bagna i piedi di Gesù con le sue lacrime, li asciuga con i capelli, li bacia e li cosparge di olio profumato (Luca, 7, 36-50). Mentre il rito della lavanda dei piedi identifica Chiara con la figura di Cristo, dunque richiama il suo ruolo di versuperiore della comunità, il bacio la accosta a una peccatrice, ribadendone la condizione di assoluta umiltà. L’episodio di Chiara testimonia, secondo Dalarun, come il cristianesimo, pur essendo religione dominante nell’E u ro p a medievale, sia portatore di istanze critiche rispetto alla società dell’epoca. Il messaggio evangelico, infatti, proclamando che gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi, mal si presta a legittimare l’ordine sociale esistente. Al contrario, sembra proporre un rovesciamento dei ruoli e dei valori, di cui le comunità monastiche, protagoniste della seconda parte del volume, offrono un chiaro esempio. Dei cinque casi riportati da Dalarun, due sono forse i più emblematici. Il primo riguarda la comunità mista, maschile e femminile — fondata a Fontevraud nel 1101 da Roberto d’Arbrissel — al quale Dalarun ha dedicato la sua prima importante monografia. Qui il ruolo di guida è demandato a una donna, un’abbadessa che gode di piena potestà sulle questioni spirituali e temporali. Il secondo caso si riferisce alla comunità eremitica di Grandmont, dove dopo la morte di Stefano di Muret (1124) si erano ritirati i monaci dell’ordine da lui costituito. L’elezione del priore non è affidata solo ai chierici — cioè ai monaci istruiti che erano consacrati all’ufficio divino e allo studio — ma a un consiglio formato anche dai conversi, ovvero monaci illetterati, spesso di umile estrazione sociale e per questo dediti ai lavori manuali. Nate nel clima della riforma gregoriana, le fondazioni religiose di Fontevraud e di Grandmont fungono quindi da luoghi di sperimentazione istituzionale, in cui si mettono in discussione i rapporti sociali del mondo secolare. La terza parte del saggio analizza il biglietto di Francesco d’Assisi a frate Leone, in cui con una scrittura incerta il santo esprime una benedizione materna (sicut mater). Secondo l’interpretazione di Dalarun, qui la maternità non esprime soltanto una forma di affetto profondo, ma rinvia all’immagine di una guida spirituale che governa sui figli prendendosi cura di loro. La metafora della maternità fa riferimento dunque ancora una volta al servizio. Il significato istituzionale della prima parte del biglietto, in cui Francesco consiglia a Leone di non andare a visitarlo e lo esorta all’obbedienza, si capovolge nella seconda, in cui lo invita a tornare da lui se ha bisogno di consolazione. Questo duplice movimento testimonia il suo essere combattuto tra la volontà di non cedere all’affetto personale nei confronti di frate Leone e il dovere di essere disponibile con lui come lo è con tutti gli altri frati: il breve testo ci restituisce così Francesco in tutta la sua umanità, attento da buon pastore tanto al gregge quanto alla singola pecora. Sulla base di queste considerazioni, Dalarun non intende certo sostenere che il medioevo abbia inventato la democrazia moderna. Molto più semplicemente, le comunità religiose bassomedievali, affermando il principio del governo come servizio, ci mostrano che non esiste un modello ideale di democrazia, ma ne esistono solo forme concrete, ogni volta diverse e originali. Una tesi ardita, che non mancherà di suscitare discussioni, ma con la quale gli studiosi di istituzioni politiche e religiose di età medievale non potranno fare a meno di confrontarsi.

© Osservatore Romano -  5 agosto 2015