Rassegna stampa formazione e catechesi

Quando «fare» non basta

cristo porta croce polonia«Per imitare l’agire di Dio si deve passare dal fare tante cose per Cristo e la Chiesa al soffrire per Cristo e la Chiesa»: ecco il suggerimento proposto da padre Raniero Cantalamessa venerdì 12 aprile, nella cappella Redemptoris Mater — alla presenza del Papa — a conclusione delle prediche per la Quaresima.

«Il mondo fibrilla per l’immagine del buco nero nell’universo che conferma la teoria della relatività di Einstein»: un evento epocale, certo, ma Dio è «infinitamente più importante» ha affermato il predicatore della Casa Pontificia. «Nel Nuovo Testamento e nella storia della teologia — ha detto — ci sono due approcci diversi, anche se complementari, al mistero di Cristo: quello di Paolo e quello di Giovanni». Giovanni «vede il mistero di Cristo a partire dall’incarnazione; per Paolo, al centro dell’attenzione c’è piuttosto l’operato di Cristo, il suo mistero pasquale di morte e risurrezione». Ma «sarebbe un errore vedere in ciò una dicotomia nell’origine del cristianesimo: in Giovanni l’incarnazione è in vista del mistero pasquale, quando Gesù finalmente effonderà il suo Spirito sull’umanità, e per Paolo Il mistero pasquale suppone e si fonda sull’incarnazione».
«La diversa accentuazione dei due poli del mistero riflette il cammino storico che la fede in Cristo ha fatto dopo la Pasqua» ha spiegato il sacerdote cappuccino. «Le due prospettive, la paolina e la giovannea, pur fondendosi insieme, come avviene nel Credo niceno-costantinopolitano, conservano la loro diversa accentuazione, come due fiumi che, confluendo, conservano per lungo tratto il diverso colore delle loro acque. La teologia e la spiritualità ortodossa si fonda prevalentemente su Giovanni; quella occidentale si fonda prevalentemente su Paolo».
«Al termine di queste meditazioni di Quaresima — ha affermato padre Cantalamessa — vorrei parlare del Cristo di Paolo che sulla croce cambia il destino dell’umanità. L’apostolo parla di una novità nell’agire di Dio, quasi un cambio di passo e di metodo. Il mondo non ha saputo riconoscere Dio nello splendore e nella sapienza del creato; allora Egli decide di rivelarsi in modo opposto, attraverso l’impotenza e la stoltezza della croce».
Ma «che cosa è avvenuto di tanto importante nella croce di Cristo da farne il momento culminante della rivelazione del Dio vivente della Bibbia? La creatura umana cerca istintivamente Dio nella linea della potenza. Il titolo che segue il nome di Dio è quasi sempre “onnipotente”. Ed ecco che, aprendo il Vangelo, siamo invitati a contemplare l’impotenza assoluta di Dio sulla croce. Il Vangelo rivela che la vera onnipotenza è la totale impotenza del Calvario. Ci vuole poca potenza per mettersi in mostra, ce ne vuole molta invece per mettersi da parte, per cancellarsi. Il Dio cristiano è questa illimitata potenza di nascondimento di sé! La spiegazione ultima sta dunque nel nesso inscindibile che esiste tra amore e umiltà».
«L’amore è umile perché, per sua natura, crea dipendenza» ha rilanciato il predicatore. «Lo vediamo, nel piccolo, da ciò che succede quando due persone umane si innamorano. Il giovane che s’inginocchia davanti a una ragazza per chiedere la sua mano fa l’atto più radicale di umiltà della sua vita, si fa mendicante. La differenza essenziale è che la dipendenza di Dio dalle sue creature nasce unicamente dall’amore che ha per esse, quella delle creature fra di loro nasce dal bisogno che hanno l’una dell’altra».
«La nostra risposta di fronte al mistero che abbiamo contemplato e che la liturgia ci farà rivivere nella settimana santa è quella della fede» ha fatto presente padre Cantalamessa. E «non una fede qualsiasi, ma la fede mediante la quale ci appropriamo di ciò che Cristo ha acquistato per noi». E così «san Paolo — ha ricordato — esorta spesso i cristiani a “spogliarsi dell’uomo vecchio” e “rivestirsi di Cristo”. L’immagine dello svestirsi e rivestirsi non indica una operazione soltanto ascetica, consistente nell’abbandonare certi “abiti” e sostituirli con altri, cioè nell’abbandonare i vizi e acquistare le virtù. È anzitutto un’operazione da fare mediante la fede. Uno si mette davanti al crocifisso — ha proseguito — e, con un atto di fede, consegna a lui tutti i propri peccati, la propria miseria passata e presente, come chi si spoglia e getta nel fuoco i propri stracci sporchi. Poi si riveste della giustizia che Cristo ha acquistato per noi».
Infine il predicatore ha ricordato che l’amore è anche «soffrire l’uno per l’altro e con l’altro», superando, e non certo con qualche regalo, «limiti e difficoltà». E ciò vale sia per il matrimonio sia per i consacrati, come testimonia la storia di santità di madre Teresa, con la sua «notte oscura». E questo, ha riconosciuto, «è un traguardo assai difficile, ma Gesù sulla croce non ci ha dato solo l’esempio di questo genere nuovo di amore; ci ha meritato anche la grazia di farlo nostro, di appropriarcene mediante la fede e i sacramenti».
Perciò «erompa dal nostro cuore, durante la Settimana Santa il grido della Chiesa: Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi, quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. Ti adoriamo e ti benediciamo, o Cristo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo».


© Osservatore Romano - 13 aprile 2019